“Amricordi”: San Gaudensi, di Roberto Krengli

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Roberto KrengliSi diceva che nel suo giorno, il 22 gennaio, Egli fosse uno dei “mercànt d’la fioca”, ma io veramente non ricordo, tornando all’infanzia di 50 anni fa ed oltre, la città imbiancata nel giorno del suo Santo patrono. I mucchi di neve sì, quelli c’erano ai lati delle strade ed erano pure più alti di me. Ma li avevano creati nevicate precedenti e li avrebbero demoliti in tanti rivoli tristi le piogge della primavera.
Per me che abitavo nel centro storico, nella ca’ Medici, in via Canobio, era una festa davvero andare in Basilica. Stringevo le manine nelle mani forti del babbo e del nonno, uno a destra, l’altro a sinistra e, per stare al passo, andavo di corsa, anche per vincere l’aria pungente tra le vie.
Addentrandomi nel cuore della festa, dopo Corso Italia, dietro la Banca Popolare, mi veniva incontro il suono delle zampogne ed il profumo delle caldarroste. Tra la folla dei novaresi in pellicce e cappotti, si distinguevano i “marunàt”, vestiti da contadini e montanari, con le loro file di castagne infilate su lunghi spaghi di corde o di fili. Era una gioia orgogliosa mettermene una striscia al collo, da portare a casa per succhiarle alla sera, dopo che mamma e nonna le avessero fatte cuocere sulla grande stufa in cucina.
Così si arrivava alla Chiesa, immensa e gelata, dove  facevano eco i mille brusii di una folla indistinta. Un veloce segno di croce e via, verso la ripida scala che, in un’improvvisa strettoia, dalla navata conduceva allo scurolo del Santo. Qui mi prendeva in braccio il papà ed era una lunga e lentissima fila in cui sarei finito schiacciato o soffocato senza il suo aiuto.
Una buona mezz’ora occorreva per un veloce passaggio davanti all’urna di cristallo, a far benedire la cuffietta e i guantini di lana che mi ero sfilato e qualche altro oggetto datomi da mamma, un fazzoletto forse, per me sempre raffreddato. Confesso che avevo un po’ di paura vicino a quel teschio adorno dei segni vescovili, ma il passaggio per fortuna era veloce, sospinti dal fiume di gente.
Mi piaceva allora uscire nell’aria frizzante, con le luci della città che si accendevano e la casa calda che mi aspettava. Nell’abbraccio di mamma e di nonna, rimaste a preparare la cena, si spegnevano i suoni e i profumi. Restava il rassicurante frusciare sereno delle voci di casa.