Anno 2010: Moltissimi i matrimoni combinati dall'Europa ai paesi musulmani.

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Zhara è una di quelle madonne berbere arcanamente belle, un poco selvagge. Ha 17 anni, era felice quando contava lo scorrere dei mesi e si accorgeva che luglio si avvicinava: sarebbe partita in vacanza, tornava nel Maghreb dei suoi avi. Che importava se lì il caldo ti fascia come un turbante e il sole è presente in tutte le cose. Sì, la Francia, l’Essonne a due passi da Parigi è la sua nuova patria, il luogo dove è nata. Ma il Maghreb è un ricordo incantato, vagante in una dolce esitazione che rende la vita a ciò che fu. Dove si vive con poco, non si esce dal Corano e dal deserto. Le parole le fuggono dalla bocca come la farina da un sacco quando parla di quella terra. Poi le passa per il volto come un temporale. Quando racconta che i suoi genitori le annunciarono che quella era una vacanza speciale, i parenti le avrebbero presentato “un cugino” che doveva sposarla. Era già tutto deciso dalle famiglie, nessuna paura: avevano controllato, era un giovanotto che andava bene per lei, sarebbe stata felice. Nel bene e nel male, per sempre. Era la tradizione, nel serpente di cemento dove vive la sua famiglia buona parte delle ragazze della sua età si sono sposate così: durante le vacanze. E poi Zhara cominciava ad essere vecchia, rischiava di non trovare nessuno che la accettasse. I matrimoni nel Maghreb si celebrano quando le spose hanno 12, 13 anni. E la pazienza è stata inventata per i poveri. «Io non lo volevo questo cugino, non l’avevo mai visto, – sillaba con il cruccio che il tempo non ha cancellato – io ho un ragazzo, era mostruoso che i miei genitori volessero impormi una cosa del genere». Zhara ha avuto fortuna, ha incontrato le donne del collettivo Femmes relais che si battono contro i matrimoni forzati. Invece di andare all’aeroporto con il padre, ha bussato alla porta della associazione che l’ha inviata in un centro di accoglienza. Poi è iniziata la lunga, aspra trattativa con i genitori. Quando si sono rassegnati, è tornata a casa. Non tutte hanno la stessa fortuna. Fatouma, studentessa senegalese, espansiva, esuberante, esclamativa come la ricordano le compagne: partita per le “vacanze”, sposata a forza non è mai ritornata. Su di lei la legge «di quello che tutti sanno ma nessuno osa denunciare» si è chiusa definitivamente. Si calcola che ogni anno settantamila adolescenti francesi tra i dieci e i 18 anni siano costrette a questi estivi matrimoni forzati. Vengono affidate contro la loro volontà a uomini incruditi dalla idea di esser padroni di vita di morte e di lussuria su quelle donne. Spesso il loro matrimonio è stato deciso quando erano appena nate, «per dar loro il tempo di amare l’uomo che dovevano sposare», spiegano i genitori, pacatamente implacabili. La statistica ci restituisce il terribile contorno numerico del fenomeno, tipico dell’estate alla fine delle scuole. Ma non racconta il suo nucleo più feroce: gli stupri, le violenze, le botte che vengono utilizzate per strappare il consenso alle ragazze. E poi le umiliazioni di una vita quotidiana senza affetto, la depressione, spesso il suicidio. La tradizione ha resistito alla emigrazione, al tumultuoso mutare delle abitudini e dei costumi. Nella “cité” non puoi sgarrare: disobbedire al padre o al fratello maggiore è impossibile e pericoloso. I genitori, spesso in assoluta innocenza, confessano di agire così per assicurare il bene dello loro figlie, per difendere la tradizione e la cultura di origine. Un definitivo atto di resistenza contro l’integrazione fatto sul corpo di queste adolescenti. La maggior parte delle ragazze accettano di salire sull’aereo pur sapendo che possono rifiutare, che c’è una legge che punisce i matrimoni forzati. Ma non si può vivere nelle banlieu se sei ribelle. La educazione della République, laica e femminista, è una scorza sottile, sotto pulsa e prevale quella che impone il rispetto degli avi e soprattutto la obbedienza assoluta al padre. In origine era la abitudine delle famiglie arrivate dal Maghreb, dal Senegal e dal Mali. Ora si sta estendendo alle comunità pachistana, turca, delle Comore, ai vietnamiti. E non riguarda solo le ragazze. Le famiglie obbligano al matrimonio anche i ragazzi quando scoprono che sono omosessuali o dediti alla droga: un modo per salvare le apparenze, per sottrarli alle chiacchiere assassine della “cité”.