Berlusconi – Fini: è rottura.

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ampio servizio proposto oggi dal quotidiano La Stampa.

Letteralmente cacciato. Non lo vogliono più nel Pdl, ma non lo vogliono più neanche come presidente della Camera. Gianfranco Fini è stato radiato dal suo vecchio amico e alleato Silvio Berlusconi al termine di un tira e molla che durava da mesi e che si è concluso ieri sera con un deliberato fiammeggiante da parte dell’Ufficio di Presidenza del Pdl, l’esecutivo del partito che si è riunito nella casa di Berlusconi, a palazzo Grazioli.

E lo stesso Berlusconi, alla fine, ha condito con le sue parole un documento di per sé già eloquente. Ha detto il premier: «Non sono più disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito», «i nostri elettori non tollerano più un atteggiamento di opposizione permanente al governo». E se, come pare certo, Fini riuscirà a formare due gruppi parlamentari? «Non c’è nessun rischio per il governo». Nel documento approvato dal Pdl si afferma che Fini, avendo tenuto comportamenti «incompatibili con i principii ispiratori del Pdl, «di conseguenza» non gode più della fiducia» del suo ex partito. E’ uno dei passaggi più hard del documento Pdl e poiché la sfiducia istituzionale non esiste, Berlusconi accenna a non meglio precisate «iniziative che lasciamo ai membri del Parlamento». I finiani potranno restare nel governo o sono espulsi anche loro? «Non ho difficoltà a continuare la collaborazione con validi ministri». La scommessa del premier? Che l’estate porti consiglio e che a settembre almeno qualcuno tra ministri (Andrea Ronchi), viceministri (Adolfo Urso) e sottosegretari si possa presentare da lui con l’atto di «conversione».

Gianfranco Fini ha preferito opporre il suo «no comment», parlerà oggi in una conferenza stampa, ma con i suoi ha confermato: «Non mi dimetto». E non ha nascosto «lo stupore per l’ignoranza della Costituzione» presente nelle parole di Berlusconi, perché «il premier non dispone della presidenza della Camera». Ma soprattutto ha sorriso compiaciuto quando ha visto l’elenco dei deputati che avevano accettato di stare con lui: «Vedranno che non siamo quattro gatti!». Effettivamente nel divorzio tra i due, la dote che potrebbe portarsi via il più debole dei «coniugi» è superiore alle aspettative. Dopo due giorni di lavorìo da parte di Berlusconi su peones di tutte le tendenze, nelle ultime 24 ore Fini e i suoi sono riusciti a rimontare e a tenere tutti i parlamentari cosiddetti «finiani». Ieri sera gli amici di Fini facevano sapere che 35 deputati avevano già sottoscritto le dimissioni dal gruppo Pdl e dunque sarebbero pronti ad aderire ad un nuovo gruppo parlamentare, che avrà un riferimento alla “Nazione”. Situazione analoga al Senato, dove sono almeno 14 i finiani pronti a rompere col Pdl. Fini, paradossalmente, ha in mano, più di prima, le chiavi della maggioranza. Fino a ieri sera i finiani erano un numero virtuale, frutto di un’autodichiarazione, che consentiva ai berlusconiani di irriderli: vedremo al momento della conta. Ma poiché, fino a ieri mattina, il centrodestra poteva contare sull’appoggio di 345 deputati e il quorum della maggioranza è fissato a quota 316, l’eventuale dissenso dei 35 finiani potrebbe far venir meno la maggioranza. «Attenzione, perché questo è un equilibrio del terrore – avverte il vicepresidente dei deputati Pdl Osvaldo Napoli – se loro votano contro, il rischio è quello di andare subito ad elezioni anticipate».

La notte di Silvio
Al divorzio cruento si è arrivati dopo due giornate e una notte di passione. La decisione informale di cacciare Fini era stata presa due notti fa nel corso del primo vertice presieduto da Berlusconi. Il tutto però in un clima di grande incertezza. Come conferma un episodio eloquente. E’ l’una e mezza della notte, l’ebbrezza della notizia informale circola già nei vicoletti barocchi nei dintorni di Montecitorio. L’onorevole Mariarosaria Rossi (una bionda di fede berlusconiana) si sta gustando un gelato. E proprio mentre sta chiacchierando con due «peones» del Pd, casualmente incontrati, alla Rossi squilla il cellulare, lei risponde ed esclama: «Presidente!». E’ Berlusconi che chiama. In giornata ha visto la Rossi «un po’ preoccupata» e vuole rassicurarla: «Abbiamo deciso di rompere con Fini, ma vorrei tranquillizzarti: non andremo ad elezioni anticipate!». La Rossi sorride: «Presidente, sono qui con due deputati del Pd..». E Berlusconi: «Bene, tranquillizza anche loro!». E’ notte fonda e la sequenza racconta la vitalità di Berlusconi, il suo controllo capillare dei parlamentari, soprattutto l’aver capito che la partita decisiva era diventata quella dei numeri.

La notte di Gianfranco
Fini, sin da giovane, si è sempre preso i suoi «spazi» e anche adesso, appena può, corre ad Ansedonia a fare le sue immersioni. Anche due notti fa, mentre a palazzo Grazioli era in corso il primo, decisivo summit da Berlusconi, Fini se ne è andato a casa e si è tenuto tutta la notte in contatto con i suoi che erano restati a Montecitorio. Fino alle 5 del mattino erano lì il suo portavoce Silvano Moffa e Fabrizio Alfano a trattare con tutte le “colombe” che si presentavano. Ma due notti fa e poi durante la giornata di ieri, l’asprezza del documento voluto da Berlusconi ha convinto a schierarsi con Fini anche il “capogruppo” dei finiani, quell’Andrea Augello che aveva sempre fatto sapere di non gradire le fughe in avanti.

La crisi virtuale
Davanti allo strappo violento nel Pdl, l’opposizione si è mossa rapidamente con due mosse. Il Presidente dei deputati Dario Franceschini si è precipitato a votare la «fiducia» a Gianfranco Fini, che due anni il Pd non aveva concorso a fare eleggere, in quanto nomina (allora) di parte. E quanto al leader del Pd, Pierluigi Bersani dice che «questa è una crisi e Berlusconi deve venire in Parlamento». E se non lo farà, ieri notte il passaparola delle presidenze parlamentari del Pd annunciava una decisione estrema: l’occupazione dell’aula fino a quando il presidente del Consiglio non verrà a riferire davanti al Parlamento.

«Cacciatemi Fini». Dopo avere a lungo tentennato, Berlusconi ha scelto la linea più dura, quella dello scontro frontale, senza mezzi termini, senza spiragli. «Basta tatticismi e teatrini da Prima Repubblica che stanno rovinando l’immagine del governo. Lui pensava di ricattarmi, di piegarmi, di tagliarmi la gola, di farmi paura facendo raccogliere le firme per i gruppi parlamentari, ma non ha capito che con me questi metodi da brigante non funzionano. Vedremo quanti parlamentari rimangono con lui». Per tutta la giornata c’è stato un balletto di documenti, con versioni più morbide che non prevedevano di puntare il mirino su Fini e la sua carica di presidente della Camera.

Un lavoro di cesello da parte di Letta, Alfano, Frattini, Mario Mauro (capogruppo degli europarlamentari Pdl) e Niccolò Ghedini. Il quale, di solito superfalco in materia di giustizia, ha fatto una lezione di diritto costituzionale al premier. Espulsione, deferimento ai probiviri? «Vorrei sommessamente ricordare – ha detto il deputato-consigliere- avvocato del Cavaliere – che nella Costituzione italiana c’è un articolo che prevedere la libertà di associazione e di pensiero. Un partito non può violare questi principi costituzionali». «E io – ha osservato Mauro – come lo spiego a Bruxelles che il Pdl, appena iscritto al gruppo del Ppe, si spacca? Come gestisco i finiani a Strasburgo?». Un ministro molto vicino a Berlusconi considera una «follia» consentire la nascita di gruppi autonomi: «Passeremmo dalla padella alla brace. Se prima era difficile governare adesso sarà impossibile. Questi nuovi gruppi saranno una calamita per molti ex Forza Italia, quelli scontenti per vari motivi. Come fa Berlusconi a non capire in cosa si sta cacciando. Ci sono cattivi consiglieri che gli fanno credere che la maggioranza è solida, tranne scoprire che alla Camera sono più di trenta i finiani». Si illude Berlusconi – aggiunge il ministro – che «Casini gli verrà in soccorso».

Niente. Il premier non ha sentito ragioni e ha preteso il massimo della durezza. «Cacciatemi Fini». Il quale, secondo il premier, ora dovrebbe prendere atto della sfiducia e dimettersi. Cosa che l’inquilino di Montecitorio non pensa proprio di fare. «La presidenza della Camera non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio», è stata la sua risposta. Fini non molla, anzi rilancia e dà il via libera alla costituzione dei gruppi autonomi. Alla Camera ci sarebbero i numeri in abbondanza (34 finora), mentre al Senato i finiani stentano a raggiungere la quota minima di dieci, ma sembra che ci sia il soccorso di Adriana Poli Bortone e di Giovanni Pistorio dell’Mpa.

Fini aveva immaginato che i suoi parlamentari potessero rimanere dentro il confine del centrodestra con un appoggio esterno al governo. Ma Berlusconi vuole spingerli all’opposizione. Quanto ai finiani nel governo (il ministro Ronchi, il viceministro Urso e tre sottosegretari), dovranno decidere da che parte stare. Già oggi al Consiglio dei ministri verrà posto il problema a Ronchi.

«Mi sono tolto un peso dallo stomaco», ha detto in serata il premier, andando alla cena organizzata dal ministro Rotondi. Il premier è convinto di recuperare molti dei finiani e fare terra bruciata attorno al presidente della Camera. Ma ora il premier dovrà verificare se ha maggioranza per governare.

Ha cominciato la campagna acquisti nel gruppo misto alla Camera e al Senato. E tornerà all’attacco di Casini per convincerlo ad entrare nel governo. Ieri il leader a Montecitorio diceva che non se ne parla: «In questo momento sono in una posizione di forza e non vado a suicidarmi». Tuttavia c’è chi scommette che dopo l’estate, l’Udc entrerà nell’orbita della maggioranza. Se questo non dovesse accadere e se le truppe finiane terranno, potrebbe aprirsi lo scenario di un governo alternativo oppure quello di elezioni anticipate. Ipotesi che Berlusconi esclude, ma ha fatto sapere di non avere paura del voto. Anzi c’è chi pensa tra gli stessi berlusconiani che la scelta di una linea durissima preluda al piano inclinato verso le urne. Potrebbe verificarsi che manchi una maggioranza alla Camera mentre al Senato ci sia: a quel punto il capo dello Stato dovrebbe prendere dell’ingovernabilità e sciogliere il Parlamento.

Tutto ciò è ancora prematuro. Adesso siamo ancora in piena fase di guerriglia, con la scelta della scimitarra. «Sto male – ha detto il premier – mi piange il cuore, ma non credo si possa più andare avanti in questa situazione». All’ufficio di presidenza ci ha provato Giorgia Meloni e i tre esponenti finiani a fermare il premier, quasi implorandolo di aspettare 24 ore prima di prendere una decisione. «Non è possibile – ha risposto il Cavaliere – ci sono stati troppi tentativi, e ogni volta senza risultato. Abbiamo perso sei punti pieni nei sondaggi per queste liti e questi attacchi continui».