Chi ha paura delle “sardine”?

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di Simone Balocco

 

Fra due mesi, gli abitanti della Regione Emilia Romagna saranno chiamati al voto per il rinnovo della giunta e del consiglio regionale. A sfidarsi due schieramenti: il centrosinistra, che ricandida il Presidente uscente Stefano Bonaccini (espressione del Partito democratico), ed il centrodestra che punta su Lucia Borgonzoni, sottosegretaria alla Cultura nel “Conte I” e donna-forte della Lega nella sesta regione più abitata d’Italia. Terzo in comodo, ma con poche velleità di vittoria, il Movimento Cinque Stelle che si presenta a questa tornata elettorale solo dopo la decisione dei suoi iscritti attraverso la “piattaforma Rousseau” lo scorso 21 novembre.

Domenica 26 gennaio, inoltre, si voterà per lo stesso rinnovo anche in Calabria: anche qui la sfida sarà tra il centrosinistra (vittorioso cinque anni fa) ed il centrodestra che cerca di riconquistare la regione dopo sei anni.

Senza nulla togliere al voto calabrese, alle 23:01, un minuto dopo la chiusura dei seggi, gli occhi saranno tutti puntati sul voto emiliano-romagnolo. Non perché questa regione sia più importante della “sorella”, ma per il peso politico che questa ha: da sempre, la Regione Emilia Romagna è un baluardo della sinistra che amministra la quasi totalità del territorio ed è sempre stata (insieme a Marche, Toscana e Umbria) una delle “Regioni rosse”.

Uno che non sapesse nulla di politica italiana penserebbe: “perché preoccuparsi? Tanto se la sinistra governa da sempre in quella regione, vincerà e continuerà a governare ancora”. Eppure c’è la possibilità che, dopo quasi cinquant’anni consecutivi (in Italia le Regioni sono elettive dal 1970), l’Emilia Romagna possa passare al centrodestra. Centrodestra che a oggi è (in base ai sondaggi) la forza politica trainante nel Paese, guidata dalla Lega di Matteo Salvini. In base agli ultimi sondaggi, Bonaccini è avanti rispetto alla Borgonzoni di pochi voti: cinque anni fa il PD, in Regione, prese il 44.5% dei voti, la Lega (allora Nord) il 19.42% e anche allora presentò un suo candidato, Alan Fabbri, da giugno sindaco di Ferrara e primo cittadino della città non espressione di un partito di sinistra dal 1945.

Per il centrodestra, la vittoria in questa regione sarebbe il secondo colpaccio consecutivo dopo aver strappato alla sinistra la Regione Umbria con il voto dello scorso 27 ottobre: la leghista Donatella Tesei non solo è diventata la terza donna a diventare consecutivamente Governatrice, ma è anche la prima leghista a governare una regione del centro. Mai la Lega aveva avuto un suo esponente alla guida di una regione che non fosse del Nord.

La parola, ovviamente, la daranno i 3.5 milioni emiliano-romagnoli che saranno chiamati ad esprimere il loro voto: continuare con Bonaccini o dare alla Borgonzoni il “comando” di una delle regioni più industrializzate del Paese?

Da mesi (o meglio, da almeno un paio di anni), la Lega di Matteo Salvini è la forza trainante della politica nazionale. Diventato segretario federale del Carroccio nel dicembre 2013 vincendo le elezioni “primarie” contro il fondatore del partito, Umberto Bossi, in questi anni Salvini ha portato il partito dal 4% a 32%. Ed in particolare con le elezioni del 4 marzo 2018 ha toccato il top con il 17% e a oggi il partito ha dieci punti percentuali in più rispetto al secondo il classifica, il Partito democratico. Un consenso elettorale tale ai tempi di Bossi c’era in alcune zone del Nord Italia, mentre oggi il fu partito secessionista è primo partito praticamente in tutte le Regioni italiane, meridionali in testa. E se non è il primo, è subito dietro.

Un qualcosa di davvero incredibile, spinto non solo dal carisma di Salvini, ma anche da parte di un centrosinistra in picchiata di voti (anche se oggi i dati lo danno in risalita) ed un Movimento Cinque Stelle in crisi da diversi mesi tanto da aver dimezzato i suoi voti rispetto alle elezioni del marzo 2018.

Con i se e con i ma non si fa nulla, sopratutto la politica, ma se si andasse al voto oggi, il centrodestra sarebbe la forza politica vincitrice e ci sarebbe la possibilità, visti i voti dei “compagni di viaggio” del Carroccio (Fratelli d’Italia e Forza Italia) che Salvini possa avere l’incarico non solo di formare un governo, ma di diventare (tramite la fiducia parlamentare) Presidente del Consiglio. Un sogno per tanti, un incubo per altrettanti.

Matteo Salvini è l’accentratore della politica italiana di questi ultimi anni: presente sul territorio, attivo sui social, sempre sopra le righe, carismatico, acchiappa-voti, detestato da chi non la pensa come lui. E questo suo comportamento piace a tantissimi, tanto che alle scorse europee l’ex ministro degli Interni si è presentato in tutte le circoscrizioni italiane e ha preso più di due milioni di voti. Un successo personale incredibile che ha contribuito a rendere il suo partito il più votato (e rappresentato) a Strasburgo.

Ma come ogni cosa al Mondo (politica compresa), c’è sempre chi la pensa diversamente e in molti hanno paura della possibilità che il segretario delle Lega possa diventare un giorno Premier. Questo perché significherebbe rendere il nostro Paese lontano da tutti in Europa e far trionfare il sovranismo ed il populismo, due caratteristiche che contraddistinguo il Carroccio. E questa paura è stata espressa via web in particolare sui social, terreno fertile dello stesso Salvini. Lo scorso 19 ottobre, il centrodestra ha manifestato in piazza San Giovanni a Roma, un luogo caro alla sinistra italiana, dove, in pratica, Salvini si è preso la “corona” di guida del centrodestra. E come ogni volta, ci sono state battaglie sui numeri delle persone presenti nella piazza: chi dice un numero, chi un altro, chi un altro ancora. Con gli organizzatori, ovviamente, a dire il numero più alto.

Lo scorso 14 novembre, al PalaDozza di Bologna, il palazzetto dello sport della città felsinea teatro delle partite casalinghe delle due squadre di pallacanestro cittadine di Serie A1, Virtus e Fortitudo, Salvini ha organizzato una serata pro-Borgonzoni, aprendo di fatto la campagna elettorale per le regionali del prossimo 26 gennaio. Il palazzetto di piazzale Azzarita era pieno come se si giocasse una partita: oltre 5mila spettatori in festa con bandiere della Lega e cori pro Salvini e pro Borgonzoni, certi della vittoria della pasionaria leghista della città di San Petronio.

Qualche giorno prima della kermesse leghista a Bologna, quattro ragazzi bolognesi hanno lanciato un’idea: portare in città, nello stesso momento, più persone rispetto a quelle del PalaDozza. Il luogo scelto è stata la piazza più importante della città, Piazza Maggiore, davanti alla basilica di San Petronio, patrono della città. Obiettivo: superare le 5.570 persone al PalaDozza.

Questi ragazzi hanno lanciato l’idea di portare almeno seimila persone (quindi più che dentro il PalaDozza), in un flash mob, per sfidare apertamente Salvini al grido di #Bolognanonsilega. Il tam tam è stato fortissimo e, spinti dall’idea di far stare più persone possibili nella piazza principale della città a mo’ di sardine, ecco che quella sera si sono trovate nella piazza non solo 6mila persone sul crescentone (la zona sopraelevata di Piazza Maggiore davanti alla basilica), ma in totale se ne presentarono almeno 15mila, tutti stretti (appunto) come sardine. Senza bandiere di partito e senza nessun coro contro Salvini e la Lega, come richiesto espressamente dagli organizzatori.

L’immagine di Piazza Maggiore piena di persone strette tra loro ha fatto il giro del web. Tra i presenti in piazza Maggiore, anche il padre della Borgonzoni.

Scopo della serata: dimostrare a Matteo Salvini che Bologna non era tutta per lui, ma che c’è un’altra Bologna che è contro di lui (politicamente). E se la piazza era piena di bolognesi, al Paladozza erano più i “foresti” dei bolognesi, con pullman organizzati da diverse parti d’Italia con persone che non voteranno il prossimo 26 gennaio né in Emilia Romagna né in Calabria.

Il successo del flash mob è stato devastante, tanto che nel giro di una decina di giorni, la stessa manifestazione contro Matteo Salvini, il vero obiettivo di questi meeting, si sono ripetute in tante altre città.

Addirittura, il movimento delle “6000 sardine” è sbarcato oltre l’Emilia, tanto da avere accoliti a Sorrento, Palermo e Treviso. E nelle prossime settimane che in ogni città si radunino pacificamente questi manifestanti. Sulla pagina Facebook del gruppo, ci sono date fino al 14 dicembre: da Marsala a Mantova, da Rovigo a Rimini, da Napoli a Ferrara, da Padova a Forlì a tutte le città capoluogo (e non solo) dell’Emilia Romagna fino alle due città più grandi d’Italia (Milano e Roma) con appuntamenti fissati per il 1° e per il 14 dicembre. Per non parlare che si terranno “flash mob ittici” anche a New York e ad Amsterdam sulle note di “Come è profondo il mare” e “Bella ciao!”. Quest’ultima un must ogni qualvolta tiene un comizio Salvini.

I fondatori del primo “flash mob ittico” della storia sono quattro amici bolognesi che hanno deciso di volere smuovere le coscienze contro Salvini, la sua politica, il populismo e il sovranismo: si chiamano Mattia, Andrea, Roberto e Giulia. Quattro ragazzi senza tessere di partito e che non fanno politica ma che hanno deciso di dire la loro contro una certa piega che sta prendendo la politica italiana e non vorrebbero (anzi, non vogliono) che la “loro” Bologna possa seguire l’andazzo generale nazionale.

Perché la mascotte delle manifestazioni è la sardina? Perché questo è un piccolo pesce che se da solo viene mangiato come niente dal pesce più grande, ma che unito a tante altre sardine questo si fa forza, fa massa, e non viene mangiato dal pesce più grande. In una specie di metafora, il pesce grande è Salvini e loro sono tante piccole sardine che se unite tra loro fanno paura al pesce grosso e non vengono mangiate.

Ovviamente, come ogni, cosa molti sono spaccati: molti sono a favore, molti sono contrari. E, va da sé, chi è a favore è contro il centrodestra e contro la figura (politica) di Salvini e chi è contrario vorrebbe che la Borgonzoni possa non solo diventare la prima presidentessa donna della regione, ma che diventi il primo governatore di centrodestra della storia della stessa. I profili social dei quattro amici fondatori sono stati consultati da chi è contro le “sardine” per vedere che cosa avevano votato e se avevano dietro partiti o altre eminenze grige.

Le “sardine” vanno ad unirsi ad altri movimenti civili nazionali che in questi ultimi anni, pacificamente, sono scesi in piazza a manifestare il dissenso: dalle manifestazioni Pro Expo 2015 alle madamine torinesi SI Tav alle donne contro la Raggi a Roma, chiari esempi della volontà di aumentare la rappresentanza civile nel nostro Paese.

La notizia della nascita di questo movimento è al centro delle discussioni politiche. Come hanno fatto quattro ragazzi di 30 anni circa a smuovere così tante persone e a fare proseliti in tutta Italia?

Hanno fatto ciò che una certa parte politica non ha fatto in questi ultimi anni, proprio quando serviva. Questi flash mob servono a smuovere le coscienze, ad aprire le menti, a spingere tutti verso una politica seria, veritiera, vicina alle persone e che non mente a queste. Cosa che invece ha fatto, secondo loro, il sovranismo ed il populismo. Ed infatti il popolo delle “sardine” è molto eterogeneo: ci sono diversi tipi di persone che si riuniscono in piazza richiamati dall’inno di questi flash mob (la celebre “Come è profondo il mare” di Lucio Dalla) e che intonano festanti il canto partigiano “Bella ciao!”

Se dieci anni fa c’erano i V-day di Beppe Grillo, ora ci sono questi flash mob che partono dalla base ma che non sono contro la politica, ma contro un certo tipo di politica. E il più famoso V-day si tenne proprio a Bologna nel settembre 2007.

Le “sardine” sono antiSalvini, ma non vogliono un’etichetta politica. Sono una novità in un Paese che da quasi tre mesi, nonostante un nuovo governo, sembra aggrovigliarsi su se stesso con problematiche interne e alcuni tavoli di crisi aperti. Soprattutto sono un’idea nuova.

Loro vogliono che i toni si abbassino e che si abbassi lo scontro tra le forze politiche. E sono stufi di una politica che viene riempita da parole di odio contro tutto e tutti e che crea un clima teso nel Paese (su tutti, le minacce via web a Liliana Segre, le aggressioni fisiche e i toni altissimi sui social che, per alcuni, sembrano far tornare indietro nel tempo il Paese).

Le “sardine” sono contro il sovranismo, il populismo e la brutta piega che sta prendendo l’Europa, che deve fare i conti con un razzismo dilagante e politiche vuote che inducono i cittadini ad avere paura di tutto e trovare un nemico da combattere. Il sovranismo è considerato, dalle “sardine”, bugiardo e portatore di odio, due cose che le “sardine” non vogliono più sentire.

Le “sardine” hanno un obiettivo: ridurre al meno possibile i voti alla Lega e abbassare il consenso di Salvini, il loro vero obiettivo da sconfiggere (politicamente). Lo stesso ex ministro, impegnato in prima persona in tutte le elezioni regionali, ha capito che loro sono i suoi rivali e, tra il serio ed il faceto, ha detto che lui parteciperebbe ai loro flash mob. E i quattro ragazzi bolognesi hanno “studiato” il fenomeno Salvini tanto da combatterlo dove lui ha più seguito: i social network, sostenendo che in pochi giorni hanno fatto ciò che lui ha fatto in anni. Salvini ha rilanciato sui social, grazie anche ai suoi followers, immagini di gattini (già postati da lui anni addietro) che mangiano sardine.

Molti dicono che non si può fare una manifestazione contro un partito (ed un politico) che è all’opposizione, perché non ha senso. Eppure questa è democrazia, questo è lo spirito della democrazia: il dissenso. Che non vuole dire essere contro chi è all’opposizione, quindi senza incarichi di governo, ma smuovere la maggioranza a cambiare passo e fare in modo che Lega e Salvini non vadano più al governo e che non governino la Regione Emilia Romagna.

Ma le “sardine”, di qualunque regione o città siano, non si definiscono politiche: ovviamente ogni persona che partecipa alle loro manifestazioni ha una propria coscienza politica, ma loro non vogliono né diventare un partito né fare politica attiva: il loro obiettivo è portare gente in piazza per manifestare. Una cosa tipica della democrazia.

E devono essere i giovani il traino per le nuove generazioni e anche per le vecchie, come ha fatto la giovane svedese Greta Thunberg con i suoi “Fridays for future”: da una semplice protesta di una singola ragazzina contro il sistema a tutto il Mondo in piazza per protestare contro l’inquinamento ed una certa politica cieca verso questo problema.

E finora i fatti sono dalla loro parte: erano anni che le piazze della città (in particolare di quelle non chiamate al voto) non si riempivano di persone se non per eventi sportivi.

Sarebbe bello un giorno (magari non troppo lontano) se ci fosse un dibattito tra i creatori delle “6000 sardine” e Matteo Salvini e vedere come finisce.

Queste “sardine” non devono preoccupare. Starà a loro continuare su questa strada: se avranno ancora seguito vorrà dire che hanno avuto successo. Se non lo avranno più, avranno fallito e dovranno rifondarsi.

Ma la vicenda delle “6000 sardine” ha dimostrato, ancora una volta, che i social network sono il futuro di ogni cosa. Politica in primis. Proprio nel luogo dove le fake news, gli insulti a chi non la pensa come chi scrive e l’odio prevalgono su tutto. E queste sono nemiche giurate dei social network perché una notizia falsa e rimbalzata sul web può smuovere (purtroppo) tanti sentiment.

Tutto questo a Bologna, detta la dotta (per la presenza dell’università più vecchia del Mondo occidentale, istituita nel 1088), la grassa (per via della sua celebre cucina), la rossa (per il centro storico fatto di mattoni rossi e anche per il fatto che sia una città politicamente vicina alla sinistra). Bologna e la sua Provincia tra quelle che hanno combattuto una forte lotta partigiana nel biennio 1943-1945, Bologna e i movimenti del ’77, Bologna e la svolta del 12 novembre 1989 (detta della Bolognina) con la fine del PCI, Bologna ed il civismo che, nel giugno 1999, ha portato l’indipendente di centrodestra Guazzaloca a diventare il primo sindaco non di sinistra della città dal 1945, Bologna e l’Ulivo (la coalizione politica di centrosinistra nata nel 1995 che ha governato il Paese con il bolognese d’adozione Romano Prodi a fasi alterne tra il 1996 ed il 2008). E Bologna con le “sardine” si è confermato, ancora una volta, un laboratorio politico.

All’Italia serve una scossa di questo tipo, soprattutto se nasce dai social e dal basso. Che piaccia o non piaccia. Poi che il 26 gennaio vinca Bonaccini o la Borgonzoni poco importa: l’importante è scendere in piazza e manifestare il proprio dissenso. In maniera pacifica, sempre e comunque.

Perché, come diceva un politico illuminato come Sandro Pertini, è sempre meglio la peggior democrazia della migliore dittatura.

 

 

immagine in evidenza tratta da www.oltrelanotizia.it