Coen racconta Vallanzasca a Novara

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Alle ore 18.00 del giorno 25 Settembre 2010, presso la Libreria Lazzarelli, via Rosselli 45, Portico del Teatro Coccia, Novara, il giornalista Leonardo Coen, incontrerà i lettori per parlare della sua opera,”L’ultima Fuga” edita da Baldini e Castoldi Dalai nel 2010.

 LEONARDO COEN

Leonardo Coen - Renato Vallanzasca

Leonardo Coen - Renato Vallanzasca

è un giornalista italiano amico di famiglia di Gianni e Paolo Brera, è stato tra i fondatori del quotidiano La Repubblica nel 1975. Dalla fine di quell’anno ha alternato l’attività di giornalista politico, cronista, inviato di guerra, giornalista sportivo, ha raccontato quindici Olimpiadi, l’ultima quella di Pechino. La sua carriera lo ha portato nel 2006 a Mosca, come corrispondente del quotidiano di largo Fochetti. Ha pubblicato con Mondadori, “La morte del Maestro: i misteri di casa Guttuso” (1987) e “Il caso Marcinkus” (1991)scritti con Leo Sisti; per Garzanti, “Piedi puliti” (1998) insieme a Peter Gomez e Leo Sisti. Con Limina, “Rossoneri comunque” (2003) e per Alet, “Putingrad” (2008) e nel 2010 la storia di Renato Vallanzasca, “L’ultima fuga”.

 L’ULTIMA FUGA.

Renato Vallanzasca, l’irriverente, il guascone, il tombeur de femmes, il re delle fughe è stato il protagonista indiscusso di quella «esplosione» di bande criminali che negli anni Settanta sconvolse una Milano già martoriata dal terrorismo. Oggi gli attori di quella stagione feroce sono morti, pentiti, o hanno scontato la loro pena. Tutti tranne l’ex boss della Comasina, che solo nel marzo del 2010 ha ottenuto di poter lavorare fuori dal carcere in un laboratorio di pelletteria. A sessant’anni, di cui trentanove trascorsi dietro le sbarre, il bel René appare ormai lontano dal personaggio spavaldo e sanguinario diventato una leggenda, eppure continua a far parlare di sé come se il tempo non fosse mai passato. La letteratura su di lui non accenna a esaurirsi, e dopo i libri è arrivato il cinema. Perché la sua fama è tanto tenace? Forse perché Vallanzasca, pur avendo riconosciuto pubblicamente le proprie colpe e il male fatto, pur dedicandosi da tempo a persuadere i giovani «a rischio» a non inseguire modelli distruttivi, non ha mai usato la parola pentimento. Lui, che ha sempre scelto l’esibizionismo, in proposito confessa: «Anche se solo uno fra i tanti che mi ascolteranno dovesse avanzare il dubbio che il mio è opportunismo non lo sopporterei, il pentimento, e ancor più il perdono, hanno a che fare con la sfera intima». Questo libro è il bilancio di una vita sbagliata, ma anche una riflessione sul confine fra bene e male, pena e colpa, scelte e destino. La storia di un bandito impegnato nella sua ultima fuga: uscire dal mito per diventare un semplice uomo condannato a rimanere solo con i propri rimorsi. «In sette mesi e venti giorni ho bruciato la mia vita: dal luglio del 1976 al febbraio del 1977. Questo è quello che vorrei che capissero i ragazzini, soprattutto i più “montati”: sette mesi da presunto leone e trentanove anni di un’esistenza scontata dietro le sbarre. È in quei sette mesi e venti giorni che è nato il mio mito. Di cui sono stato a lungo, anche troppo a lungo, orgoglioso. C’è chi pensa che io abbia voluto lasciare un segno nella storia della malavita italiana, e anche nella storia del costume di questo Paese. Solo oggi, invece, aspiro a lasciare una traccia della mia vita, del mio passaggio sulla Terra, rielaborando il mio passato, come un lutto che ha coinvolto molte famiglie, ma anche me stesso. E in qual modo potrei esprimere quel “come”, se non raccontando la storia di uno che ha vissuto contro ogni regola della società civile?»