Cyberbullismo, la legge c’è. Si morirà ancora?

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Milano – Quanto odio dietro quelle tastiere. Tanto da uccidere, da distruggere vite. Si chiamano “leoni da tastiera”, sono esseri con cui non vorrei avere a che spartire nulla.

Era una notte fredda, tra il 4 e il 5 gennaio del 2013, quando la piccola Carolina Picchio, 14 anni, si lanciò nel vuoto dal balcone della sua casa di Novara, dopo essere stata oggetto di una violenza inaudita sul web, a causa di un video che la ritraeva, non in pieno possesso delle proprie facoltà, durante una festa.

Carolina aveva bevuto forse un po’ troppo, era stata male ed era stata ripresa così, in balia di un gruppo di giovani imbecilli che hanno mimato atti riprovevoli.
È stata la prima vittima di cyberbullismo in Italia. 2.600 “mi piace” al video hanno ucciso una ragazzina.

All’indomani di una vicenda che ha scosso le coscienze ecco la legge (giugno 2017), voluta fortemente dalla senatrice Elena Ferrara, di Oleggio – Novara, che era stata anche insegnante della giovane.

Adesso permettetemi di dire la mia, da donna e madre, perché ne sento il bisogno, soprattutto dopo aver partecipato al convegno organizzato per l’Ordine dei giornalisti della Lombardia da Stefano Di Battista (giornalista, primo direttore di NovaraOggi) , tenutosi l’11 settembre scorso.

Ebbene, io non so quanto questa legge potrà fare in concreto per salvare vite massacrate sui social network, ma so di certo che un plauso si deve alla senatrice Ferrara.

Epperò non voglio scrivere della legge, non oggi, perché ancora non c’è uno storico che possa effettivamente dire se funziona.

È la paura del futuro che guida le mie dita sulla tastiera: come ha detto durante il convegno Marco Luciani, ispettore del corpo di polizia locale di Milano, tutti noi ricordiamo un atto di bullismo nei nostri confronti. Certo, qualche anno fa, tutto rimaneva circoscritto alla propria scuola, alla propria classe. Oggi l’atto di bullismo viaggia in rete e può arrivare in ogni angolo della Terra. Oggi, essere un adolescente, può essere un inferno.

La mia mente va indietro nel tempo, quando portavo l’apparecchio ed avevo occhiali spessi; quante volte mi sono sentita chiamare “quattrocchi” o “denti di ferro”. Ma ho retto bene e oggi potrei deridere a mia volta coloro che mi prendevano in giro, ma non mi importa nemmeno più, perché il tempo ha avuto la meglio su tutto. Però penso ad una me nel 2017 e mi vengono i brividi: oggi chiunque potrebbe essere oggetto di derisione da parte di ragazzini che non saprei nemmeno come definire, ma che sono in grado di “uccidere” con le parole.

La stupidità non è cresciuta esponenzialmente nel tempo, ma è aiutata dalle nuove tecnologie: e come si può spiegare oggi ad una ragazza o ragazzo che non corrisponde ai canoni di “perfezione” di questa epoca, di non piangere o farsi del male, perché il tempo darà loro ragione?

L’odio che investe questi giovani esseri umani è talmente forte che anche un adulto fa fatica ad arginarlo. E non dite che gli “odiatori” non si rendono conto di ciò che fanno: certo che lo sanno e se ne fregano, sapendo che non incorrono in nessun castigo.

È certo che se io oggi, con molte primavere sulle spalle, avessi di fronte queste personcine, saprei rispondere a tono anche in maniera piccata, ma così non è per un bambino che si sta sforzando di diventare adulto. L’inesperienza e la delicatezza dell’animo rendono alcuni di loro bersagli pefetti per i bulli del web. E come fare a tutelarli allora?

Smettendo di tutelare i bulli, una volta per tutte. Smettendo di parlare di “ragazzate”, di scherzi innocenti. Oggi i ragazzi che hanno spinto Carolina giù da quel balcone dove sono? Sono praticamente liberi ed avranno la possibilità di crearsi una vita. Mentre di Carolina non rimangono che ossa.

Una legge potrà anche porre delle pezze, ma questa stessa legge non avrà mai la forza di combattere orde di adolescenti che non aspettano altro che una nuova vittima sacrificale. Sta a noi genitori diventare scudo, educando i propri figli a rispettare e a reagire se si viene attaccati, senza mai nascondere nulla e, anzi, denunciando con forza. Il buonismo non serve, non se in gioco c’è la vita.