DISAGIO GIOVANILE TRA PRECARIETÀ E ASSENZA DI PROSPETTIVE.

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di Annalisa Cerruti

Annalisa Cerruti

Annalisa Cerruti

Vorrei partire dalla recente esternazione del viceministro al Welfare Michel Martone (“Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato”) per esprimere la mia perplessità nei confronti di un giudizio, a mio parere arrogante, di chi fa di mille vite un solo fascio, soprattutto quando spesso si aggiungono gravi motivi personali che nulla hanno a che fare con l’essere studente-lavoratore o alla fragilità di un sistema scolastico che impedisce a noi giovani di costruirci un nostro futuro perché illusi da un’offerta formativa che ci costringe a dilatare i tempi degli studi (magari fino ai trent’anni) senza tuttavia ricevere concrete garanzie per l’avvenire, come risorse sprecate, cervelli in fuga. Il nostro è un paese che spesso richiede titoli e non competenze.

L’Italia è una nazione in recessione da tanto tempo, una recessione culturale sfociata in una crisi economica senza eguali per coloro che, come me, si trovano a pensare al proprio futuro. Non abbiamo bisogno di essere spronati, ma di essere rassicurati sul futuro e si essere coinvolti attivamente nelle scelte politiche odierne. In un simile contesto i giovani italiani si attrezzano per sopravvivere: a parte quelli che hanno la possibilità di un aiuto dei loro familiari, la maggioranza di essi sceglie case in affitto, in linea con la loro carriera precaria e nomade. Molti di loro, infatti, vanno a studiare all’estero, si specializzano, si muovono.

La mancanza di meritocrazia e l’immobilità sociale non rendono giustizia a coloro che vorrebbero crescere ed acquisire indipendenza. Secondo i dati di un’indagine condotta da Mutui.it, il 24% di chi chiede un mutuo prima casa non ha ancora 30 anni ma la difficoltà arriva al momento di ottenere il finanziamento: nemmeno il 5% delle loro richieste verrà ascoltato. Lo stereotipo del bamboccione è solo un clichè. Occorrerebbe soffermarsi a riflettere attentamente per comprendere come tali problematiche siano il portato di un disagio interiore più profondo che non dovrebbe essere imputato esclusivamente alla famiglia ma soprattutto all’indifferenza delle istituzioni politiche sembrano privare i nostri giovani della speranza di progettualità nel futuro e della garanzia di un lavoro certo. Al giorno d’oggi la ricerca di un lavoro rappresenta un’esigenza particolarmente sentita dalle nuove leve la quale, però, risulta essere sempre più frustrata da una classe politica incapace di fornire loro risposte concrete. Promuovere il rilancio delle nostre industrie e la valorizzazione di un’autentica responsabilità sociale d’impresa più rispettosa delle varie istanze provenienti dalla società civile potrebbero restituire speranza e ottimismo ad una generazione ai margini e demoralizzata.