Fenomenologia di “Romanzo criminale”

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di Simone Balocco

 

Io da anni appartengo a questa organizzazione criminale, molto forte e ramificata. Io mi sono sempre occupato della qualificazione degli stupefacenti, io li conosco tutti. C’hanno bische, terreni, negozi, palazzi interi, c’hanno tutto! Pure ‘na discoteca se so’ comprati. E a parte quello, commissa’, nessuno j’a mai rotto le palle perché dice che so’ amici d’a mafia, dei terroristi, pure di certi poliziotti. So solo che il Freddo me vo’ morto e chi comanda veramente oggi è il Dandi”.

Questo è uno dei passaggi chiave di uno dei film più belli (e premiati) della storia del cinema italiano negli ultimi vent’anni. Un film che ha romanzato una delle pagine più buie e misteriose della nostra storia. Un film che ha riportato sulla bocca di tutti le vicende di una delle organizzazioni criminali più forti presente a Roma tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta e di cui ancora oggi qualche vecchio affiliato viene arrestato o indagato. L’organizzazione criminale era la banda della Magliana ed il film in questione era “Romanzo criminale”. Diretto da Michele Placido ed uscito nelle sale nel settembre 2005, la pellicola prese spunto da un libro e tre anni dopo fu tratta una serie televisiva ancora più di successo.

Una storia cruda ma ben raccontata che ha tanti accoliti in Italia e che può essere considerata a tutti gli effetti un vero fenomeno mediatico.

Il libro – Nato a Taranto nel 1956, Giancarlo de Cataldo, da oltre quarant’anni in magistratura, ha sempre coltivato la passione per la scrittura, tanto da aver scritto la sua prima opera, “Nero come il cuore”, nel 1989 da cui due anni è stato girato un film.

Prima di scrivere il romanzo per Einaudi, Giancarlo de Cataldo aveva già dato alle stampe altri libri con tematiche simili, ma il successo che ebbe con “Romanzo criminale” fu incredibile, tanto che da quel romanzo furono tratti successivamente un film ed una serie televisiva.

All’inizio degli anni Duemila, de Cataldo decise di scrivere un romanzo su una delle vicende più cupe della nostra storia nazionale. Una cosa mai fatta prima, poiché su quella tematica si era scritto molto, ma niente di tipo narrativo: la storia della famigerata banda della Magliana doveva essere raccontata sotto un’altra veste, un romanzo…romanzato. Una sorta di romanzo con tocchi del giallo, del noir, del poliziesco e del romanzo storico, essendo ambientato nella Roma di fine anni Settanta-inizi anni Novanta (1977-1992), trattando e citando eventi accaduti realmente e che hanno visto quella banda criminale tra i suoi protagonisti. Le vicende del libro sono liberamente ispirate alle vicende della banda della Magliana, ma nel libro non si parla mai di nessuna “banda della Magliana”. Si sotto intende, ma non viene mai citata.

De Cataldo aveva effettuato delle indagini sulla banda della Magliana e scrisse con cognizione di causa questo libro che vendette ben 350mila copie ed uscì in ventidue edizioni. Un successo editoriale clamoroso. Scritto bene e facilmente leggibile, “Romanzo criminale” è un libro ricco, denso, con espressioni gergali romanesche e siciliane, un libro che non dovrebbe mancare in nessuna libreria di casa.

De Cataldo ebbe il merito di aver capito che “sfruttando” la storia della banda della Magliana, avrebbe scritto un qualcosa mai fatto prima fino a quel momento: un’opera letteraria “criminale” tra realtà e finzione, prendendo i protagonisti e raccontando la loro presa del potere criminale in città e nel Paese. Ed ecco le storia del Libanese, del Freddo, di Dandi, di Scialoja, di Patrizia e Roberta, del Terribile, di Zeta e Pigreco, del Nero e del Pm Borgia.

Mai nessuno aveva realizzato un romanzo di quel tipo in Italia sulla più grande organizzazione criminale attiva in quegli anni nel nostro Paese che fece affari con mafia, camorra, terroristi, servizi segreti deviati e P2, commettendo omicidi ed avendo in mano tutto ciò che era illegale a Roma: dallo spaccio di droga all’usura, dalle scommesse clandestine alle bische allo sfruttamento della prostituzione. E la banda della Magliana ebbe un potere illimitato, aiutato da forze esterne che sfruttarono la stessa nei fatti che successero negli anni della vicenda (dal sequestro Moro all’omicidio Pecorelli, dalla strage di Bologna al legame con la Loggia P2, per non parlare di qualche “aggancio” anche con i fatti successivi al terremoto in Irpinia del novembre 1980).

Un’epopea criminale di un gruppo di ragazzi che, partiti dalla terribile periferia romana, arrivarono quasi a toccare il cielo (della malavita nazionale) con un dito per poi cadere a terra a causa di morti, tradimenti, vendette reciproche e fatti più grandi di loro.

Non potendo utilizzare i nomi dei reali protagonisti della vicenda, il giudice-scrittore affibbiò ai protagonisti soprannomi che sono il marchio di fabbrica di una delle opere letterarie più lette ed avvincenti di questi ultimi anni: Franco Giuseppucci divenne “Libano” (o “il Libanese”), Maurizio Abbatino “Freddo”, Enrico de Pedis “Dandi”, Marcello Colafigli si trasformò in “Bufalo”, le forze dell’ordine che diedero la caccia alla Banda divennero “il commissario Nicola Scialoja”, i Pubblici ministeri divennero “il giudice istruttore Fernando Borgia”, il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere “il barone Valdemaro Rosellini”, Franco Nicolini “il Terribile”, la mafia “Zio Carlo”, la camorra “O’ Professore” e così via.

Il libro si divide in tre parti collegate tra loro ed ognuna di queste presenta capitoli e sottocapitoli. All’inizio c’è un prologo che raccontava i fatti ai giorni nostri e alla fine una sorta di appendice con il destino dei sopravvissuti della vicenda.

Nella prima parte (1977-1980), de Cataldo raccontò come si costituì la banda, ovvero dall’incontro di due “batterie” romane dopo un furto indiretto di armi da parte di una di queste alla costituzione di un gruppo forte in grado di comandare, dal punto di vista criminale, sulla città di Roma partendo dai traffici illeciti per arrivare ad essere come la mafia e la camorra.

In successione, si passò dal rapimento del barone Rosellini e alla richiesta del suo riscatto all’investimento dei soldi incassati (meno una quota ripartita tra tutti i partecipanti all’operazione in parti uguali detta “stecca para”) in una grossa partita di droga da vendere su tutta la città, eliminando chi si sarebbe messo sulla loro strada. Da quel momento entrò in gioco il Terribile, il capo dello spaccio della droga a Roma protetto dalla mafia, che non voleva essere scavalcato da quei pivelli; il commissario Nicola Scialoja, che decise di indagare su di loro partendo dall’amante di uno dei capi e da una somma di denaro “tracciato” del rapimento speso da questa in varie boutique di lusso; le altre “batterie” romane che decisero di “unirsi” a quel forte gruppo malavitoso nato da altre “batterie” di varie zone della Capitale (Magliana, Testaccio, Acilia, Ostia); la criminalità organizzata che li avrebbe aiutati ad imporsi ancora di più in città (vale a dire camorra, mafia, terroristi). Per non parlare del fatto che la Banda, diventata una potenza in pochissimi anni, era stata avvicinata da forze occulte per partecipare alla ricerca di Aldo Moro, rapito dopo la strage di via Fani, ed aveva stretto rapporti con i servizi segreti “deviati”. E si scoprì (un caso?) che uno dei nascondigli (la cosiddetta “prigione del popolo”) dove fu tenuto l’allora Presidente della Democrazia cristiana era sito proprio nel quartiere Magliana, nella zona ovest della Capitale.

La prima parte si chiuse con la strage della stazione ferroviaria di Bologna e con l’uccisione del capo della banda, il Libanese, per mano dei fratelli Gemito, ex alleati del Terribile che non volevano stare sotto la sua “guida”, oltre ad avere un grosso credito con lui. Tra il 1977 (anno di inizio della vicenda) e morte del Libanese, la Banda ebbe un potere immenso, con il giovane commissario Scialoja che, nonostante fosse inviso a molti colleghi in Questura perché ritenuto politicamente “alternativo” a loro, riuscì piano piano a ricostruire un puzzle che partì da un sequestro finito male al dominio sulla città dei Libanese’s boys. Scialoja con perseveranza capì che quel gruppo di delinquenti era forte e protetto, ma sperava in cuor suo in un loro passo falso per arrestarli tutti.

La seconda parte si aprì con la Banda ora in mano al Freddo ma questa iniziò piano piano a sbandare per colpa dell’acredine tra gli stessi membri e business personali alle spalle degli altri, non informandoli ed arricchendosi di conseguenza tramite strozzinaggio, spaccio e altri legami. Ma in tutti c’era la volontà di vendicare il Libanese.

La seconda parte era incentrata sulla potenza della Banda: accordi, scambi di favori, conoscenze di persone senza scrupoli che la resero invisa alle forze dell’ordine ma fonte di guadagno e forza per tutta la malavita nazionale. Apparve anche uno spazio “solidaristico”: ogni qualvolta che un membro della Banda avesse avuto bisogno di aiuto, questo era da aiutare attraverso un “fondo comune” dove tutti mettevano parte della loro “stecca” per pagare avvocati o aiutare le famiglie dei carcerati. Ed in accordo con il Secco, il riciclatore di denaro della Banda, il gruppo criminale ebbe un potere smisurato, per non parlare del Professor Sargeni, uomo di estrema destra che cercò di indottrinare la Banda, che diede al gruppo le perizie psichiche necessarie per evitare tanti anni di carcere o “beccarsi” l’infermità mentale.

Freddo però era sempre stato contrario agli accordi senza scrupoli siglati da Libanese e Dandi, perché temeva che questi li avrebbero solo sfruttati e quando non sarebbero più serviti li avrebbero abbandonati e gettati via come dei calzini usati.

Nonostante questo, i Gemito sono stati uccisi in strada in un conflitto a fuoco tra loro e Dandi, Ricotta e Bufalo. Peccato che il primo si dileguò, lasciando soli i compari a combattere contro i rivali. Bufalo e Ricotta furono arrestati, mentre Dandi emerse per quello che era: sprezzante del pericolo, ma sfrontato, egoista e “pauroso”.

Dandi verso la fine della seconda parte divenne il nuovo leader della Banda, grazie alle sue amicizie particolari. Il motivo? Di tutti i membri della Banda, era quello più sul pezzo, poco propenso allo spendere i soldi ma interessato ad andare oltre la criminalità e dotato di un fiuto imprenditoriale. Contribuì alla scalata del ragazzo nativo di Tor di Nona anche il fatto che Freddo, in cura “ai domiciliari” in una clinica, riuscì ad evadere e partire con Roberta verso il Sudamerica per chiudere i conti con il suo passato.

Intanto a Scialoja arrivarono sempre tante notizie sulla Banda e sugli affari “pesanti” che stava facendo senza che nessuno le si mettesse davanti: si scoprì che aveva un deposito di armi nei sotterranei del ministro della Sanità e che aveva siglato patti d’acciaio con soggetti pericolosi, mafia e terroristi in primis.

La seconda parte si chiuse con il gruppo che venne interamente arrestato dalla polizia per una “soffiata” del Sorcio, il membro della banda che aveva il compito di “assaggiare” la droga da spacciare. Sorcio era la parte debole della Banda, quello più disperato, quello che però non sapeva degli intrecci pericolosi che i “colleghi” avevano realizzato in quel tempo. A parte Dandi, tutti vennero arrestati. Anche Trentadanari, un tempo vicino al Sardo e poi cassiere della Banda, prese la strada della delazione.

Solo Dandi non venne arrestato e fu scagionato dalle accuse perché aveva rapporti così influenti con persone intoccabili che riuscirono a ripulirgli la fedina penale e a non imputargli nessuna accusa. Ma la Banda era caduta in un vortice di violenza, morti, vendette ed era destinata a bruciarsi.

La terza parte vide la fine della Banda con il Dandi corpo estraneo alla stessa, agendo solo per sé steso non importandosi degli altri.

Bufalo iniziò a covare un odio recondito verso Dandi dopo i fatti della sparatoria contro i Gemito, ma verrà condannato al manicomio criminale.

Senza il Libanese, il Freddo e con un gruppo di persone ormai al capolinea, Dandi divenne così potente da potersi permettere, quando sarebbe morto, la tumulazione in una chiesa di Roma. Freddo, dal Nicaragua, scoprì che avevano ucciso il fratello minore Gigio, impegnato con Roberta prima che lei stette con lui e successivamente tossicodipendente. Ad uccidere Gigio era stato Ciro Buffoni come vendetta per il fatto che Freddo gli aveva ucciso il fratello Sergio. Freddo, pieno di rimorsi e conscio di essersi buttato via, entrò in contatto con l’Italia e Scialoja andò a prenderlo in Nicaragua, ma lui non lo volle seguire perché voleva il Pm Borgia. Al suo ritorno il boss nativo della Magliana avrebbe vuotato il sacco, facendo tutti i nomi delle persone con cui avevano accordi, ponendo fine all’esperienza della Banda.

Dandi, invece, venne tradito dal Secco e da Patrizia, ormai in affari con il nuovo gruppo creato da Bufalo, Fierolocchio e due personaggi conosciuti dal Bufalo in carcere, il Pischello e il Conte Ugolino. Dandi fu ucciso in centro a Roma proprio da quest’ultimo in moto, con Bufalo e Fierolocchio che bloccarono la strada all’ex compare.

Il libro termina con Scialoja erede del Vecchio ma pieno di rimorsi e de Cataldo racconta le vicende finali dei vari Freddo, Bufalo, Botola, Nero, Secco, Buffoni, Maestro, Vecchio, Zeta, Pigreco, Conte Ugolino, i due avvocati che difesero la Banda (Vasta e Miglianico), Sorcio, Trentadanari, Pischello, Patrizia, Borgia e Scialoja.

Il film – Il 30 settembre 2005 uscì nelle sale “Romanzo criminale” con la regia di Michele Placido. Il film vinse otto David di Donatello (l’equivalente degli Oscar italiani) e cinque Nastri d’Argento.

In 153 minuti venne raccontato, in maniera più romanzata e meno dettagliata rispetto al libro, la nascita della Banda: dal primo furto di una macchina da parte di tre giovanissimi Libanese, Freddo, Dandi e Grana (morto la notte del furto nel loro rifugio segreto dentro una roulotte su una spiaggia romana) fino alla conquista dell’Italia intera e alla loro parabola discendente.

Gli attori erano molti conosciuti al grande pubblico: Piefrancesco Favino (Libanese), Kim Rossi Stuart (Freddo), Claudio Santamaria (Dandi), Stefano Accorsi (Scialoja), Massimo Popolizio (il Terribile), Jasmine Trinca (Roberta), Antonello Fassari (Ciro Buffoni), Elio Germano (il Sorcio), Gianmarco Tognazzi (Carenza) e Riccardo Scamarcio (il Nero).

Il film era diviso, come il libro, in tre parti, ognuna delle quali vide come protagonista ogfni singolo capo: il Libanese, il Freddo e il Dandi.

Il film iniziò con l’uscita dal carcere del Freddo, con il Libanese che lo attendeva. Nel percorso dal carcere al ritrovo della “batteria” (che poi divenne la Banda), questo raccontò all’amico il suo progetto: rapire il barone Rosellini e chiedere un riscatto miliardario

Da qua iniziò l’evolversi della storia: il rapimento del nobile, la sua morte perché uno dei carcerieri (esterno al nucleo principale della Banda) si era fatto vedere in volto, i soldi incassati del riscatto che danno l’idea a Libanese di dare una “stecca para” a tutti ed il resto reinvestirlo nell’acquisto di una enorme partita di droga e spacciarla alle spalle del Terribile, il capo della droga romana vicino alla mafia.

Il Terribile, nonostante si metta in mezzo alle loro “operazioni”, verrà messo da parte piano piano ed i tre protagonisti (Libano, Freddo e Dandi) lo uccideranno sulla scalinata di piazza di Spagna con la benedizione della mafia. La Banda ebbe così il controllo cittadino su ogni cosa: droga, sfruttamento della prostituzione, scommesse illegali, gioco d’azzardo, “strozzo”. Ed il loro essere risoluti e forti li avvicinò a stringere accordi con soggetti molto influenti: mafia, camorra, servizi segreti, loggia massonica segreta P2, terroristi neri, affaristi vari.

I tre protagonisti erano ladri un po’ improvvisati e maldestri, stufi di vivere in quel modo e che decisero di unirsi per conquistare Roma come aveva fatto la mafia in Sicilia e la camorra a Napoli. Mettiamoci la rivalsa verso una vita amara e grigia, mettiamoci la voglia di diventare i primi veri padroni di Roma, mettiamoci i legami che questo gruppo di delinquenti ebbe tra il 1977 e i primi anni Ottanta ed ecco la Banda di “Romanzo criminale”: un gruppo spregiudicato e senza scrupoli, interessato solo ai soldi e al potere.

Il film si discostò molto dal romanzo, anche per motivi di…durata: 628 pagine rispetto a 153 minuti. Nel libro, solo Libano e Dandi muoiono mentre Freddo diventò un collaboratore di giustizia, mentre nel film i tre protagonisti moriranno: Libanese dentro un vespasiano per mano di Nicolino Gemito dopo che il capo della Banda si era rifiutato di pagargli un debito di 40 milioni al poker e dopo averlo di dileggiato davanti a Ciro Buffoni, Bufalo e Ricotta; Dandi in centro a Roma appena uscito da un negozio di antiquariato per mano (e fucile) del Bufalo sceso da una moto; Freddo da un cecchino sulla scalinata di una chiesa romana dopo aver ucciso poco prima Ciro Buffoni e prima di andare da Scialoja a raccontargli per filo e per segno le vicende e gli intrecci della Banda.

Con la morte di Libanese emersero i caratteri di Freddo e Dandi: disgustato da tutto quello che la Banda aveva fatto (sopratutto ciò che successe, e vide, a Bologna il 2 agosto 1980) il primo; egoista, arrivista e senza scrupoli e grato alla Banda per avergli fatto conoscere soggetti che lo avrebbero protetto durante gli arresti e le sentenze, il secondo.

La Banda, nel film come nel libro, verrà incastrata dal Sorcio, l’”assaggiatore” della droga, che confessò tutto a Scialoja, facendo arrestare tutti. Tutti meno il Dandi, coperto da tutte le sue conoscenze.

Il film terminò con un “cambiamento” rispetto all’inizio: da dentro il loro rifugio-roulotte dove i quattro baby ladri si rifugiarono dopo ogni colpo, il Grana non morì ma scappò con i tre amici sulla spiaggia rincorsi dalla “madama”, come dire che la vicenda avrebbe potuto prendere un’altra piaga.

Nella pellicola appaiono determinanti i rapporti sentimentali dei tre capi: se il Libanese non era legato a nessuna donna, Freddo e Dandi erano innamorati di due donne completamente diverse tra loro, Roberta e Cinzia Vallesi detta “Patrizia”. La prima era una giovane studentessa universitaria che dava ripetizioni e lavorava come restauratrice, mentre la seconda era una prostituta d’alto bordo che alla fine si ritirò “dalla professione” diventando l’unica donna di Dandi.

Nel film, ogni personaggio rappresentava personaggi o istituzioni dell’epoca: il Commissario Scialoja ed il maresciallo Colussi la figura delle forze dell’ordine che a partire dal 1977 si mossero alla ricerca dei criminali e consegnarli definitivamente alla giustizia; i magistrati e i giudici impegnati nei processi presero spunto da Fernando Imposimato e Otello Lupacchini; il Vecchio i servizi segreti “deviati” (aiutato dal misterioso Eugenio Carenza) che aiutò in silenzio la Banda; Zio Carlo era la mafia. Tra l’altro nel film Giancarlo de Cataldo fece un cameo, impersonando il giudice che emise le sentenze finali al maxi-processo contro la Banda.

Nel film ci sono molte incongruenze con la realtà dei fatti, ma per il resto rimane un film molto intenso e vedibile sempre in ogni occasione.

La serie – Nel 2008 il successo del film “Romanzo criminale” era ancora vivo e Stefano Sollima ebbe una brillante idea: realizzare una serie tv. Ed ecco che il regista romano, coadiuvato da Sky Cinema e dalla casa di produzioni cinematografiche Cattleya, diresse “Romanzo criminale – La serie”, composta da due stagioni rispettivamente di dodici e dieci episodi. La seconda serie andò in onda due anni dopo l’uscita della prima visto il successo clamoroso di questa. Stefano Sollima dopo questa serie divenne uno dei registi più apprezzati d’Italia, firmando anche “Suburra” e “ACAB”.

A differenza del film, i protagonisti della fiction non erano attori famosi: Francesco Montanari (Libanese), Vinicio Marchioni (Freddo), Alessandro Roja (Dandi), Marco Bocci ( Scialoja), Daniela Virgilio (Patrizia), Andrea Sartoretti (Bufalo).

A detta del pubblico, la serie è stata migliore del film: molto più intima, molto più raccontata nello specifico, molto più dettagliata, molto più cruda. La serie è molto simile al libro nel raccontare gli eventi e ciò che succedeva.

Romanzo criminale – La serie” è considerata come la migliore serie tv mai realizzata in Italia. Una fiction sui generis, una crime fiction che ha avuto il consenso pieno della critica per regia, impersonificazioni e realismo delle vicende. La novità era che per la prima volta il male (la Banda) destava più interesse del bene (le forze dell’ordine), dove i criminali erano i protagonisti, mentre le forze dell’ordine gli antagonisti.

Tanti all’inizio storsero il naso: come si poteva girare una serie tratta da un libro e da un film? I fatti furono tutti dalla parte di Sollima. Moltissimi apprezzarono di più le due serie, poiché il regista riuscì ad entrare più nell’intimo dei personaggi, facendo capire le loro dinamiche e alcuni aspetti che nel film non potevano essere raccontati, come i rapporti con mafia, camorra e terroristi. Per non parlare della vita carceraria della Banda e la presa della casa circondariale a scapito di un gruppo criminale calabrese o la volontà di Dandi di essere tumulato dentro una chiesa romana perché non voleva un loculo come quello dove era stato collocato il Libanese.

La prima serie parte dalla nascita della Banda fino alla morte del Libanese, la seconda serie inizia con un flash back sulla conoscenza di Libanese, Dandi e Bufalo e termina con la morte di un vecchio Bufalo successiva a quella di Freddo e Dandi. Ed ecco che si conoscono le vite di questi “coatti” che, guidati da Pietro Proietti detto “il Libanese”, uniranno varie “batterie” di alcune zone della città per formare un’unica grande, unica, banda che avesse il controllo malavitoso sulla città e partire alla conquista del Paese attraverso legami chiari e limpidi con associazioni criminali ed occulte, uccidendo avversari e tutti coloro che si mettevano loro di traverso. Membri della Banda compresa, come avvenne nella seconda serie.

Come nel film, con la morte del Libanese la Banda si sfaldò piano piano per colpa di alcuni affiliati che si sentirono così forti da fare affari personali ed accordi sempre più stringenti con persone molto potenti a scapito degli altri compari, non ritenendoli idonei al salto di qualità. Il Libanese fu il collante di persone diverse tra loro (come ambizioni sopratutto), ma la sua morte mandò tutto a ramengo, lasciando dietro di sé una scia di sangue e la fine stessa della Banda. Perché dopo la morte del vero capo, ciò che teneva unito il gruppo malavitoso erano i soldi e nella seconda serie i “soldi” furono l’elemento fondamentale, tanto che dalla seconda metà della seconda serie il vero protagonista di questo “ambito” divenne il Secco, il riciclatore di denaro della Banda e cassiere della stessa: un uomo senza scrupoli e molto ruffiano che alla fine diverrà (o così sembrerebbe) il nuovo capo della Banda.

La seconda serie si aprì con il Bufalo che trafugò la bara del Libanese perché il “re di Roma”, che li aveva tolti dalla strada per farli diventare i veri padroni di Roma, non doveva avere un tumulazione come tutti e si chiuse con lo stesso Bufalo che uccise, su una moto guidata da Fierolocchio, a colpi di mitra, un appesantito ed invecchiato Dandi che passeggiava nel centro di Roma sempre più pieno di sé e diventato qualcuno grazie alle sue conoscenze “altolocate”. Nel mezzo, i regolamenti finali della Banda con tutti quanti in una sorta di “tana libera tutti” dove i membri venivano uccisi da altri membri o per decisioni di altri: la vendetta come tratto saliente di dieci episodi contrapposta al tema dell’amicizia della prima serie.

La serie ed il film, nonostante trattino la medesima vicenda, sono due prodotti differenti. Sotto tutti i punti di vista. Suspense e musiche usate nelle varie scene in primis.

Nella serie, come nel film, sono raccontati minuziosamente, anche se un po’ romanzati, i fatti storico-politico-sociali di quegli anni: dal terrorismo ai sequestri di persona, dalla P2 alla strage di Bologna, dal rapimento di Emanuela Orlandi alla mafia e alla camorra che “oliavano” la politica locale e nazionale al nascente mercato dello spaccio di sostanze stupefacenti e ai primi omicidi legati a questo. Una costante da quel momento in poi a Roma come nel resto d’Italia.

Nella serie si vide proprio il dout ut des: la Banda faceva ciò che le veniva chiesto da camorra, mafia e affaristi vari e questi la aiutavano in ogni cosa, dalle perizie a loro favore, alla sparizione di intercettazioni e faldoni fino ad avere il via libera in alcune trattative commerciali. Un controsenso, perché Libanese aveva voluto la Banda per non avere capi cui sottostare, ma che invece entrerà in un giro vorticoso di favori reciproci con lo stesso gruppo malavitoso, alla fine, a rimetterci.

Ancora più che nel film, nella seconda serie appaio evidenti le differenze tra i due leader della Banda, Freddo e Dandi. E sempre nella seconda venne meno il rapporto di amicizia tra tutti i membri: celebre è la fuga concordata dal Dandi nei confronti di Scrocchiazeppi dopo la sentenza finale, con Fierolocchio che invece si sostituì all’amico allacciando successivamente una tresca amorosa con la moglie di “Scrocchia”, la quale gli rubò tutti i soldi incassati dalla sua attività criminale durante gli anni di detenzione.

Se nella prima serie la Banda era un mito, nella seconda è stata una parabola discendente, si spaccò e si sciolse, con la morte dei due capi e Scialoja che divenne, con l’uscita di scena per “motivo storici” del Vecchio, il nuovo capo dei servizi segreti.

I protagonisti: Libanese, Freddo e Dandi, ovvero il leader, il taciturno e l’arrivista – Il libro, il film e la serie sono incentrati sui tre capi della Banda: Cesare Rocchi/Pietro Proietti detto “Il Libanese”, Francesco Avolio/Fabrizio Soleri detto “Freddo”, Bruno de Magistris/Mario de Angelis detto “Dandi”. Nell’opera di de Cataldo, invece, non appaiono mai i nomi e i cognomi di nessun membro della Banda.

Erano tre ragazzi dell’estrema periferia romana, tutti con precedenti e malavitosi di professione. Erano anche caratterialmente diversi tra loro: carismatico e dedito al comando il primo; taciturno riflessivo e vendicativo il secondo; arrivista, egoista e senza scrupoli il terzo. Eppure ebbero un desiderio comune: conquistare Roma e l’Italia. E per fare ciò, si allearono unendo le rispettive “batterie”, controllando prima alcune zone della città e poi l’intera Urbe.

Sentimentalmente Libanese era single (a parte la figura di Sara nella prima serie, la ragazza che venne violentata dai fratelli Gemito su ordine del Terribile dopo che il Libanese, in gioventù, gli aveva rubato l’auto), Freddo nel film e nella serie si innamora prima di Roberta e poi di Donatella (che lo ucciderà), mentre Dandi vivrà una turbolenta storia d’amore con “Patrizia”, una prostituta d’alto bordo che intrecciò una love story anche con Scialoja.

Il Libanese è colui che pensava di dare una svolta alla sua vita da delinquente e per fare ciò unì alcune “batterie” in un unico gruppo dedito prima allo spaccio di droga e poi ad altre attività criminali altrettanto remunerative. Fascista convinto (questo appare bene nel libro mentre è solo accennato nel libro e nel film), come il Duce voleva una società ordinata ed organizzata. Molto orgoglioso di sé, la sua vita è una guerra continua contro forze dell’ordine e altri gruppi rivali e vuole che la sua banda sia unita e forte per sconfiggere che si mettesse contro di loro.

Libanese viveva in una roulotte dopo che la madre lo aveva cacciato di casa, aveva il piglio del capo ed era colui che creò da zero la Banda. Innamorato degli imperatori romani e di Mussolini, è il capo che tutti temevano. E’ grazie a lui se la Banda fece il salto di qualità, ma tutti gli accordi che fece lo portarono alla morte: nel libro freddato in macchina dai fratelli Gemito in motocicletta; nel film per mano di Nicolino Gemito per non aver pagato un debito di gioco e dopo averlo pesantemente deriso davanti ad altri sodali; nella serie sotto casa della madre in una serata di pioggia intensa, ucciso a colpi di pistola da parte del Nero sulla motocicletta di Nembo Kid, un fedelissimo di Zio Carlo. La troppa assunzione di droga e alcool, unite alla smania di potere ed i troppi soldi guadagnati precipitevolissimevolmente, lo fecero uscire di testa, spingendo la mafia ad eliminarlo. Il Libanese nel film come nella serie è brutto, cattivo, scimmiesco e violento, ma è quello più astuto di tutti.

Freddo, invece, viveva da solo dopo che ebbe un litigio con il padre quando scoprì che tradiva la madre. Freddo era taciturno ma molto attivo e non volle che il Libanese si “associasse” con altre organizzazioni perché era convinto che prima o poi li avrebbero fregati. Dotato di un profondo senso di amicizia e lealtà, durante la serie non cambiò carattere e rimase fedele a sé stesso. Tanto per intenderci: al Freddo prima interessò vendicare la morte del Libanese (nel film, come nella serie), mentre al Dandi la vendetta dell’ex compagno di batteria non era una cosa principale perché per lui era più importante proseguire gli affari e lasciar perdere gli altri colleghi della Banda, ritenuta da lui stesso non all’altezza di fare un ulteriore salto di qualità.

Freddo era una sorta di “grillo parlante” per il Libanese: era lui che lo consigliava e lo sconsigliava, sopratutto di legarsi con affaristi e con la parte deviata dello Stato e di rimanere con i piedi per terra perché “quando sei in cima puoi solo scenne”. Quando venne a sapere della sua morte, il Freddo strappò i biglietti per la fuga in Brasile e volle solo vendicarlo. A modo suo, anche a costo di uccidere tutti, era uno con la morale.

Freddo pareva distaccato molte volte dal resto della banda, contraddistinto da un carattere meno “coatto” e più riflessivo. Eppure è stato un vero leader, tanto da prendere le redini del “gioco” dopo la morte del Libanese tanto da voler prima vendicare con il sangue la morte del suo amico.

Freddo odiava quella società che lo aveva messo ai margini, quella società che lo vedeva come un reietto e dove voleva prendersi le sue rivincite, possibilmente senza scendere a troppi compromessi con politica, mafia e affaristi vari.

Nel libro Freddo partirà per il Sudamerica (Brasile, Venezuela e Nicaragua con una nuova identità), nel film in Francia e nella serie in Marocco: nel libro diventerà un collaboratore, nel film morì ucciso da un cecchino, nella serie verrà ucciso da Donatella.

Nel corso della vicenda due persone lo toccheranno nel profondo: l’amore verso Roberta ed il fratello minore Gigio. Li perderà entrambi: Roberta nel film morirà per mano di un’autobomba messa, probabilmente, da Ciro Buffoni, mentre nella serie lascerà Freddo e si rifarà una nuova vite, mentre Gigio nel film morì di overdose mentre nel libro e nella serie per mano di Ruggero Buffoni.

Chi invece ebbe un’evoluzione caratteriale e comportamentale è stato Dandi. Arrivista ed egoista fino al midollo, non appena capì che con le “amicizie” che la Banda gli aveva procurato, non esitò ad abbandonarla e a contribuire al suo scioglimento. Nonostante fosse uno di borgata, Dandi amava il lusso, il vestire firmato, le auto e le moto sportive, le belle donne e gli oggetti di design.

Dei tre capi, Dandi è sempre stato quello più con il carattere “imprenditoriale”, quello più presentabile e vestito sempre all’ultima moda, tanto da passare successive alle attività edili e all’acquisto di immobili, negozi e locali sfruttando anche l’onda dei Mondiali di calcio che l’Italia ospitò nel 1990. Era diventato così potente da avere forti accordi in Vaticano tanto da voler essere seppellito addirittura in una chiesa, una cosa vieta dalla Chiesa a meno che non si tratti di persone particolari (effettivamente il personaggio da cui è tratta la figura di Dandi, Enrico de Pedis, venne tumulato veramente dentro la basilica di Sant’Apollinare, a Roma).

Nel libro, appare come uno interessato (nella parte finale) ad uscire dal giro della violenza criminale per abbracciare l’imprenditoria ed entrare a piedi uniti nel cinema. Ma il suo sogno-incubo era Patrizia. Per questa prostituta d’alto bordo, Dandi perse la testa ed è lei la sua “spalla” durante il corso delle vicende.

Dandi era uno ambizioso, uno che voleva riscattare la sua amara vita grazie al crimine. E’ totalmente diverso rispetto a Libano e a Freddo ed aveva un unico obiettivo: diventare il vero re di Roma.

Quando si capì che Dandi sarebbe diventato il nuovo capo della Banda? Negli ultimi secondi dell’ultimo episodio della prima serie: la Banda è sotto la casa della madre del Libanese in lacrime ed in preda alla disperazione sotto un’acqua scrosciante nel vedere il corpo senza vita del loro capo, quando ad un certo punto arrivò lui ben vestito e con l’ombrello in mano. Nel film, invece, quando seppe che avevano ucciso il suo amico sotto la casa della madre, si presentò anche lui e pianse a dirotto abbracciato dai compagni sotto una pioggia battente.

Quando il vero protagonista diventa un vero antagonista: il commissario Nicola Scialoja – Da che mondo e mondo, non solo dal punto di vista cinematografico, la polizia rappresenta il bene e i criminali il male. Ergo, in “Romanzo criminale” i protagonisti sono il Libanese, il Freddo, il Dandi e la Banda mentre la polizia e la magistratura che cercava di arrestarli e condannarli sono gli antagonisti. Il vero antagonista nel libro, nel film e nella serie tv è Nicola Scialoja, un giovane commissario di polizia che ha passato quindici anni della sua carriera all’inseguimento della Banda, capendo che questa, dopo il riscatto del sequestro Rosellini, non era una “batteria” ma una cosa più pericolosa.

Scialoja nella vicenda si addentrò per caso, sostituendo un collega. Fino a quel momento era un poliziotto con degli ideali legato alla sorella, esponente dell’autonomismo in odore di terrorismo. E le simpatie dello “sbirro” Scialoja erano diverse rispetto a quelle dei colleghi poliziotti e questo, come traspare nella serie, piace al Pm Borgia: il Pubblico ministero romano quando seppe che lui seguiva l’indagine del rapimento e sapendo le sue simpatie politiche vicine al comunismo, disse che era “un’ottima referenza” il fatto che, in quegli anni, un poliziotto comunista potesse sopravvivere in Questura. Scialoja voleva il grande colpo, la grande occasione per riscattare una vita lavorativa negativa ed una vita anonima.

L’affidamento del caso lo inorgoglì e si buttò a capofitto nelle indagini, convinto che quel gruppo malavitoso prima o poi avrebbe commesso un errore e lui si sarebbe fatto trovare al posto giusto e al momento giusto per arrestarli e consegnarli alla giustizia.

Eppure Scialoja capì che non solo le indagini erano complicate perché aveva davanti dei “maestri” del crimine, ma anche perché si scontrò con parte dello Stato che non faceva…lo Stato, avendo a che fare con uomini che lavoravano nell’ombra e che sembrava stessero con il male (la Banda) e non con il bene (lo Stato, appunto): vide la corruzione tra i colleghi, i depistaggi dei servizi, i silenzi e i “non ricordo e se c’ero dormivo” dei vari imputati esterni alla Banda. Un’altra persona si sarebbe fatta assegnare ad altro incarico e tornare magari ad un lavoro d’ufficio, invece Nicola Scialoja non mollò mai ed arrivò quasi “a dama”, solo che sul più bello non riuscì ad arrestare e condannare i due capi rimasti in vita della Banda, il Freddo e il Dandi: il primo nel libro non vuole tornare in Italia con lui ma con Borgia, mentre nel film e nella serie (come per Dandi) verrà ucciso prima che dicesse allo stesso Scialoja tutti i segreti e tutti i nomi della Banda.

E proprio la Banda divenne la sua ossessione, la sua missione: sconfiggere il male per far trionfare il bene, anche dentro le forze dell’ordine. Scialoja è avvertito dal pubblico come il nemico, il villain, quello che si spera non arresti mai definitivamente la Banda e che deve vederla trionfarlo a suo scapito.

Una vicenda nella vicenda è il triangolo Scialoja-Patrizia-Dandi, con la donna divisa tra i due uomini: Scialoja la usava perché voleva che gli consegnasse la Banda, Dandi voleva che la sposasse per portarla via da quel mondo.

Alla fine della vicenda, nel libro e nella serie, Scialoja entrò in confidenza con il Vecchio e divenne il suo erede ai servizi, ma qualcosa in cuor suo non andava, conscio che era diventato un poliziotto in gamba ma con il cuore spezzato per non aver avuto Patrizia e per aver visto troppe nefandezze nelle vicende della Banda. Tanto che anche lui entrò nel giro del potere e della corruzione, proprio ciò che aveva strenuamente combattuto.

Perché è un fenomeno “Romanzo criminale” – Siamo alla fine del 2018 e ogni volta che in tv passa “Romanzo criminale – il film”, l’audience sale. Motivo? Emoziona sempre. E questo lo dicono tutti, addetti ai lavori e non. E la “bacheca” dei premi vinti dalla pellicola di Placido è così ricca che un film di quel tipo (un crime movie) è difficilmente ripetibile in Italia, anche se Stefano Sollima, nel 2015, con “Suburra-il film” (praticamente un sequel di “Romanzo criminale-il film” ai giorni nostri) ci andò vicino, grazie ad attori di spessore come Claudio Amendola, Pierfrancesco Favino, Antonello Fassari ed Elio Germano. Questi ultimi tre già nel cast del film “Romanzo criminale”.

La serie, vista la sua lunghezza (ventidue episodi totali), ogni volta che è stata da in tv (da Sky alle reti Mediaset) ha avuto molto seguito, nonostante fosse programmata, viste le tematiche trattate, in seconda se non in terza serata.

Tra il 2005 ed il 2009, l’Italia fu assorbita da una vera e propria “Romanzo criminale mania”, con i botteghini presi d’assalto, gli scaffali dei negozi che videro esaurire le copie del film ed i cofanetti della serie e gli italiani a documentarsi ed informarsi su quella brutta pagina di storia italiana, scoprendo chi fossero nella realtà i vari Libanese, Freddo, Dandi, il Vecchio, Zio Carlo e il Nero.

La negatività delle vicende narrate hanno portato questi eroi negativi ad essere considerati eroi positivi, miti in cui identificarsi quando invece lo scopo del film era, sì, parlare delle vicende dalla parte del “male”, ma l’idea di Placido, Sollima ed inizialmente di de Cataldo non era quella di renderli positivi, ma raccontare le vicende da un altro punto di vista: quello degli antagonisti.

Nel libro, nel film e nella serie sono evidenti alcune tematiche: amicizia, fedeltà, rispetto, amore, vendetta, tradimento e morte. Salvo alcune rivalità (nella serie Bufalo contro Dandi, ad esempio), tutti i membri della Banda erano amici tra loro e si aiutavano a vicenda in caso di difficoltà, perché come disse in una scena della serie Ruggero Buffoni dopo la morte del Sardo, avvenuta in un momento in cui si pensava che la Banda potesse sciogliersi: “‘sta banda nun se scioje co’ un par de vaffanculo”. Segno che i ragazzi ritenevano il loro gruppo prima di tutto un insieme di amici. Un gruppo di amici che, però, nel corso della seconda serie, si sfaldò portando a regolamenti di conti e vendette trasversali.

Il bello del libro, del film e della serie sono loro, i criminali, i cattivi, quelli che spacciano e che fanno morire la gente per ricavare i miliardi dai traffici illeciti, quelli che ammazzano se qualcuno si metteva loro contro, quelli che hanno fatto patti di ferro con persone malvagie per diventare sempre più forti. E poi il lusso sfrenato, loro che venivano dalle periferie degradate della capitale degli anni Settanta e che si ritrovarono in pochi anni a smerciare tonnellate di droga, lucrare con bische e scommesse e girare con auto sportive, vestire firmati, spendere e spandere e poi morire male.

E poi c’è lei, Roma. La Capitale è stato il luogo dove si sono svolte le vicende sia di “Romanzo criminale” sia della banda della Magliana. Roma è stata l’osservatrice di questo gruppo criminale partito dal niente e che scalò la gerarchia della malavita nazionale. Era una città nera, violenta e tormentata a quei tempi e non solo perché così apparve nel libro di de Cataldo o nel film o nella serie: la Roma di allora era davvero così, con l’apice del sequestro e della morte di Aldo Moro.

I lettori e i telespettatori si sono fatti un’idea della città e del suo ambiente underground. Una città che non ha mai avuto capi criminali se non più organizzazioni “operative” nello stesso tempo, ma mai nessuno che se l’abbia “presa” davvero. E per prendersela., il Libanese non esitò a trovare accordi con mafia e camorra. Come dire: io aiuto voi, voi aiutate me e la mia banda. E il nome del gruppo del Libanese è stato così forte che zio Carlo con loro parlò in punta di piedi, conscio di parlare con un gruppo criminale che comandava a casa propria e dove la mafia vorrebbe voluto allearsi.

Le vicende di “Romanzo criminale” sono state tragiche e drammatiche ma vicine alla commedia perché i protagonisti erano come burattini con i fili guidati da entità superiori a loro.

Il personaggio che, sopratutto nella serie, è entrato nel cuore degli spettatori è stato senza dubbio il Bufalo, un ragazzo forte, dinamico, paranoico, introverso e al limite dell’ignoranza. Questo personaggio (interpretato nel film da Francesco Venditti e nella serie da Andrea Sartoretti, dove appare proprio…un bufalo) è quello che è piaciuto di più anche perché fino alla fine è stato dalla parte del Libanese. Bufalo faceva parte della scarsa “batteria” iniziale del Libanese fin dalla nascita e con cui ebbe un rapporto di fraterna amicizia, non tradendolo mai e volendo sempre la vendetta per la sua morte. Bufalo ha una devozione unica per il Libanese ed il suo soprannome è stato azzeccatissimo: furioso, matto, testardo e incline ad ogni violenza. Con la morte del Libanese, diventa una sorta di “angelo vendicatore”, vivendo solo con la volontà di vendicare il suo amico e di uccidere Dandi. Per rendere l’idea, basta rivedersi la scena, nella serie, dove Bufalo, in un circolo, uccise davanti a tutti il Beato Porco, colui che millantava di aver ucciso il Libanese senza neanche sforzarsi e di aver messo paura a quelli che erano lì con lui.

Gli ultimi tre minuti dell’ultimo episodio della seconda serie sono stati davvero densi di pathos ed emozione, con la scoperta che Bufalo, quello che non aveva mai tradito, era quel vecchio uomo malandato che fino alla fine lottò contro le forze dell’ordine, venendo ucciso dentro quello che era ai tempi il bar di ritrovo della Banda e dove venivano stabiliti i colpi e i movimenti da fare. Il tutto sotto le note di “Liberi liberi” di Vasco Rossi. Si scoprì che era lui il vecchio malmenato nella prima scena della prima serie, quello che dopo aver ucciso uno dei balordi che lo avevano malmenato e deriso aveva urlato in strada che lui stava con il Libanese.

Ma “Romanzo criminale” è stata anche la storia di amori maledetti, come quello di Roberta per il Freddo, con la ragazza che prima allacciò una relazione con il fratello Gigio e poi con il capo della Banda. Un’amore criminale malato, ma con tanto affetto e che finirà in tragedia: nel film, Freddo, dopo che era fuggito in Francia con lei, le fece pervenire un’audiocassetta con inciso il suo commiato dicendole che in poco tempo sarebbe morto a causa del sangue infetto iniettatogli per uscire dal carcere ed essendo un amore maledetto, una volta tornata in Italia, Roberta verrà uccisa da una bomba inserita nella sua macchina presumibilmente da Ciro Buffoni per vendicare la morte del fratello Aldo per mano del Freddo; nella serie televisiva, Roberta lasciò Freddo prima che partisse per il Marocco e lui la ritrovò, anni dopo, seduta sulla panchina di un parco con in braccio il figlio piccolo, segno che la giovane si era fatta un’altra vita lungo il tragitto che lo avrebbe portato al punto di incontro con Scialoja dove si sarebbe consegnato.

L’amore tra i due fu molto intenso e la figura di Roberta, soprattutto nel film, ha il significato dell’amore che prevale sul male. La storia amorosa con il leader maglianese fu molto intensa anche nella serie, tanto che lei gli procurò un alibi durante una sessione del processo alla Banda.

Oppure l’amore tra “Patrizia” e Dandi: lei prostituta l’alto bordo e lui prima coatto e poi uomo più potente della città. Dandi se ne innamorò subito, mentre lei non ha hai fatto capire (nel libro, nel film e nella serie) se lo amasse veramente, anche perché il loro è stato solo un rapporto basato sul sesso e sui soldi. Quei soldi che la Banda le diede a fondo perso per l’acquisto di una palazzina per trasformarla in una casa di appuntamenti per clienti importanti e facoltosi. Con l’andamento della storia, Zeta e Pigreco, i due agenti dei servizi segreti scagnozzi del Vecchio, volevano affittare delle sale dove spiare, fotografare e registrare i clienti più in vista per ricattarli successivamente.

Nel frattempo, la ragazza strinse una sorta di legame amoroso anche con Scialoja, ma lei preferì Dandi perché era più potente e le poteva garantire un futuro migliore. Nel libro, Patrizia tradì Dandi consegnandolo al Bufalo (cosi come nella serie), iniziando una relazione, basata sempre sui soldi, con il Secco, mentre nel film uscì di scena ma si capì che “vendette” il compagno, rimanendo immobile a casa sua mentre Bufalo uccideva Dandi.

Patrizia è la figura femminile più importante della vicenda, una vera dark lady. Donna enigmatica, Patrizia aveva due facce: volitiva e succube, donna che sapeva il fatto suo e donna in cerca di conferme. Dotata di una spiccata personalità, Patrizia era in cerca di sé stessa ed in cerca del grande amore. Non lo trovò in Dandi, non lo trovò nemmeno in Scialoja, due persone agli antipodi.

Anche il Libanese aveva un “amore” segreto: la madre. Nella serie, questa donna chiuse i rapporti col figlio quando questo diventò il capo della mala romana, rimanendo delusa dal fatto che avesse seguito le orme del padre, Renato, cacciato via di casa molto tempo prima per essere diventato un poco di buono. Il Libanese adorava la madre e voleva renderla orgogliosa di lui, regalandole pellicce e oggetti costosi perché tutti dovevano sapere che lei “era la madre del Libanese”. La madre però rifiutò sempre i regali del figlio, sapendo che i soldi usati provenivano dalle sue attività illegali. La sera della morte del figlio, la signora Proietti non lo fece salire in casa e non si affacciò al balcone quando il Nero sparò i tre colpi di pistola al figlio, uccidendolo.

Che fine ha fatto la banda della Magliana? – Ma la banda della Magliana è ancora attiva o la sua attività è terminata con la morte di de Pedis e con il pentimento di “Crispino”? Tecnicamente sì, visto l’esito delle sentenza di “Mafia capitale”, dove il leader di quella “terra di mezzo” era Maurizio Carminati, il personaggio che de Cataldo ha traslato nel Nero.

Ma se Carminati & C. sono una “Magliana 2.0”, la storia della “prima” Magliana è stata una storia di gangster come la Chicago anni Trenta di Al Capone. È stata una storia, come l’ha definita Giovanni Bianconi, di “ragazzi di malavita”. Abbatino, nel corso dei processi, definì la Banda “un ambiente”, un contenitore di personaggi vari, alleanze, tradimenti, vendette. Renzo Danesi, altro membro del gruppo, invece l’ha definita “un’esperienza unica ed irripetibile”. Molti, ovviamente vicini al gruppo criminale, mentendo sapendo di mentire, hanno asserito che la Banda non sia mai esistita e che sia stata una macchinazione giornalistica. Eppure la “macchinazione” ha avuto rapporti certi che sono andati dal crimine nazionale ai misteri che ancora oggi non risolti: dall’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (che nel libro divenne “il Pidocchio” e che nella realtà le pallottole usate per ucciderlo erano le stesse trovate nei sotterranei del ministero della Sanità dove c’era l’arsenale della banda della Magliana e dei NAR) alla sorte dell’allora quindicenne Emanuela Orlandi, rapita il 22 giugno 1983 e della quale non si hanno più notizie da allora. Per non parlare del loro rapporto mai chiarito con il sequestro di Aldo Moro, con la strage della stazione di Bologna e la scoperta della lista dei nomi degli appartenenti alla Loggia P2.

La Banda è stata una tragedia italiana che ha visto dei borgatari creare per la prima volta in Italia un’organizzazione criminale in una città come Roma, città che non aveva mai avuto e voluto capi del crimine fino ad allora, se non gruppi esterni alla città (es i Marsigliesi di Bergamelli, Berenguer e Bellicini). I suoi nuovi “imperatori” erano avidi e feroci, doppiogiochisti, violenti, per nulla rispettosi della giustizia e delle persone, tutti risucchiati nel vortice senza via di ritorno del carcere a vita o della morte violenta. Ed i morti della Banda sono stati tutti violenti ed efferati, con “mamma Roma” che prima li ha abbracciati e poi li ha gettati via come calzini usati.

I quindici anni di attività della banda della Magliana (1977-1992, secondo il libro di de Cataldo) hanno dimostrato che i vari “Fornaretto”, “Renatino”, “Cameleonte”, “Operaietto” e “Vesuviano” non erano altro che criminali senza scrupoli e senza padroni, senza una vera gerarchia interna, facendo del grilletto facile il proprio marchio di fabbrica. Ed i segreti in cui la banda della Magliana era invischiata rimarranno tali poiché tanti membri questi segreti se li sono portati nella tomba.

E la forza acquisita, il potere e la ricchezza conquistate, hanno portato tutti a fare una fine tragica (chi è morto in agguati, chi è morto perché aveva sgarrato, chi ha almeno tre ergastoli da scontare). Visto che erano persone altrettanto ingloriose, queste pensavano di essere i più forti di tutti ed invece sono state travolte da loro stesse e dalle loro malefatte.

La banda della Magliana è stata figlia del suo tempo, il 1977, in piena contestazione da parte del suo “movimento”, sia quello studentesco che quello capitanato dallo slogan “la fantasia al potere”, delle femministe e delle autonomie, dell’inizio della lotta armata e della seconda contestazione giovanile. Ma anche da un “vuoto di potere” della malavita romana con gli arresti degli affiliati al clan dei Marsigliesi, il gruppo criminale più forte a Roma in quei tempi. I sottoproletari ed i borgatari delle varie “batterie” capirono di poter sfruttare questa situazione per uscire dalla loro emarginazione diventando parte integrante della “novità” che il ’77 stava portando, tentando “l’assalto al cielo”, come scrisse Pino Nicotri.

La storia della banda della Magliana è stata una tragedia tutta italiana ed il nostro Paese è da sempre terra di casi irrisolti, misteri, persone scomparse che non hanno avuto giustizia, morti senza colpevoli e stragi che, a distanza di decenni, non hanno ancora un responsabile ed un mandante.

Bibliografia

G. de Cataldo, Romanzo criminale, Einaudi, Torino, 2002

Filmografia

Romanzo criminale – il film, di Miche Placido, con P. Favino, K. Rossi Stuart, C. Santamaria, S. Accorsi e R. Scamarcio, Italia, 2005

Romanzo criminale – la serie, di Stefano Sollima, con F. Montanari, V. Marchioni, A. Roja, M. Bocci e A. Sartoretti, Italia, Sky Cinema e Cattleya, ventidue episodi, 2008-2010

Bibliografia consigliata per comprendere le vicende della banda della Magliana

C. Armati, Italia criminale. Dalla Banda della Magliana a Felice Maniero e la mala del Brenta, New Compton Editori, Roma, 2006;
C. Armati – Y. Selvetella,
Roma criminale, New Compton Editore, Roma, 2005;
G. Bianconi,
Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della Banda della Magliana, Baldini Castoldi, Milano, 1997;
M. Camuso,
Mai ci fu pietà. La Banda della Magliana dal 1977 a oggi, Editori Riuniti, Roma, 2009;
G. de Cataldo,
Io sono il Libanese, Einaudi, Torino, 2012;
G. Flamini,
La Banda della Magliana. Storia di una holding politico-criminale, Kaos Edizioni, Milano, 2002;
P. Nicotri,
Cronaca criminale. La storia definitiva della Banda della Magliana, Einaudi, Torino, 2010
R. Notariale,
Segreto criminale. La vera storia della Banda della Magliana, con S. Minardi, New Compton Editori, Roma, 2010;
R. Notariale,
Il boss della Magliana. Enrico de Pedis, la mala a Roma e i segreti del Vaticano, New Compton Editori, Roma, 2012;
P. Sidoni – P. Zanetov,
Cuori rossi contro cuori neri. Storia segreta della criminalità politica di destra e di sinistra, New Compton Editori, Roma, 2012

Elenco dei personaggi principali del film-serie tv ed i personaggi reali ispirati alle vicende della banda della Magliana

Il Libanese → Franco Giuseppucci detto “er Negro/er Fornaretto”

il Freddo → Maurizio Abbatino detto “Crispino”

il Dandi → Enrico de Pedis detto “Renatino”

Commissario Nicola Scialoja → le forze dell’ordine

Ferdinando Borgia (solo nella serie) → Ferdinando Imposimato/Otello Lupacchini

il Vecchio → i servizi segreti deviati (Zeta e Pigreco nella serie; Eugenio Carenza nel film)

il Bufalo → Marcello Colafigli detto “Marcellone”

il Sorcio → Fulvio Lucioli detto “er Sorcio”

Ricotta → Antonio Mancini detto “Accattone”

Fierolocchio → Libero Mancone detto “Fierolocchio”

Trentadenari (presente solo nella serie) → Claudio Sicilia detto “il Vesuviano”

Scrocchiazeppi → Edoardo Toscano detto “Operaietto”

il Nero → Massimo Carminati

i fratelli Buffoni → Vittorio e Giuseppe Carnovale (Ciro e Aldo nel film; Sergio e Ruggero nella serie) detti “er Coniglio” e “er Tronco”

Cinzia “Patrizia” Vallesi→ Sabrina Minardi

Roberta → personaggio non realmente esistito

barone Valdemaro Rosellini → conte Massimiliano Grazioli Lante della Rovere

Professor Sargeni (presente solo nella serie) → Aldo Semerari detto “il Professore nero”

Zio Carlo → la mafia a Roma

don Mimmo (presente solo nella serie) → la camorra a Roma

Nembo Kid (presente solo nella serie) → Danilo Abbruciati detto “er Camaleonte”

Donatella (presente solo nella serie) → Fabiola Moretti

Satana (presente solo nella serie) → Giovanni Girlando detto “Gianni er Roscio”

il Larinese (presente solo nella serie) –> Antonio Chicchiarelli detto “Tony il larinese”

il Sardo (presente solo nella serie) –> Nicolino Selis detto “er Sardo”

il Secco → Enrico Nicoletti detto “il Cassiere”

Nercio e Botola (presenti solo nella serie) → Ettore Maragnoli e Raffaele Pernasetti detto “er Palletta”

il Terribile → Franco Nicolini detto “Franchino er Criminale”

i fratelli Gemito (presenti solo nella serie) → Maurizio (Maurizio) e Mario (Remo) Proietti detti “i pesciaroli”

Nicolino Gemito (presente solo nel film)→ i fratelli Proietti

il Puma (presente solo nella serie) → Gianfranco Urbani detto “er Pantera”