Fini rilancia: "Non lascio la Camera"

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dal quotidiano la Stampa

FINI: “Illiberale, no al partito-azienda. Noi restiamo leali al programma”

Dalla Camera Gianfranco Fini non si dimetterà, come gli chiede Silvio Berlusconi con una «concezione non propriamente liberale della democrazia» e con «logica aziendale». Con i finiani sosterrà «lealmente» il governo, ma solo se agirà «davvero nel solco del programma elettorale». Mani libere invece sulle scelte «ingiuste o lesive dell’interesse generale». E nessun passo indietro sulla legalità, l’etica pubblica, la coesione nazionale, il rispetto delle regole, su un garantismo che non è però pretesa impunità.

Un sospiro profondo, liberatorio, esce dal petto di Gianfranco Fini quando finisce di leggere le due paginette di risposta alla scomunica arrivata ieri da Silvio Berlusconi e dai vertici del Pdl. Lo circondano decine di telecamere e giornalisti (ai quali non dà modo di rivolgere domande) e «le donne e gli uomini liberi» che da oggi hanno già costituito alla Camera il gruppo dei 33 finiani “Futuro e Libertà per l’Italia”, come immediata protesta contro quella che Fini stesso definisce una «espulsione di fatto» dal partito che ha contribuito a fondare.


Se alla Camera il gruppo è già registrato (ed ha nel giovane Giorgio Conte un reggente provvisorio) al Senato invece si deciderà lunedì. Già si è raggiunto il tetto dei dieci senatori necessari a fare gruppo, con il passaggio nelle truppe finiane di Barbara Contini, ex azzurra ed ex governatrice a Nassirya. Pasquale Viespoli assicura che aderirà mentre Andrea Augello, che molto si è speso per la mediazione, resta nel Pdl. Ma intanto Fini ringrazia «dal più profondo del cuore» chi lo ha sostenuto «in queste ore difficili» invitandolo ad andare avanti: parlamentari ma anche cittadini, «tantissimi».

«In due ore, senza la possibilità di esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare», parte all’attacco Fini di fronte alla stampa, chiarendo subito che non lascerà lo scranno più alto di Montecitorio «perchè è a tutti noto che il Presidente deve garantire il rispetto del regolamento e la imparziale conduzione della attività della Camera» e «non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto». «Sostenerlo dimostra una logica aziendale – attacca il premier Fini – modello amministratore delegato-consiglio di amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni».

Nei progetti futuri di Fini c’è l’idea di «continuare nella difesa di valori irrinunciabili», primo tra tutti la legalità «intesa come etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole». «Un impegno che avverto come preciso dovere – respinge l’accusa di “tradimento” Fini – anche per onorare il patto con quei milioni di elettori del Pdl». Ma soprattutto c’è l’idea, con i suoi gruppi, di «sostenere lealmente il governo, ogni qual volta agirà davvero nel solco dl programma elettorale» e senza esitare «a contrastare scelte dell’esecutivo ritenute ingiuste o lesive dell’interesse generale».

Appoggio leale, dunque, ma ben ponderato di volta in volta. Un proposito che potrebbe creare imbarazzi alla delegazione finiana al governo (il ministro Ronchi, il vice Urso, i quattro sottosegretari Menia, Bonfiglio, Augello e Viespoli) che oggi Berlusconi è tornato ad elogiare, confermando che la squadra con cui lavora bene non si cambia dopo la rottura con Fini. «Ieri è stata scritta una brutta pagina per il centrodestra e, più in generale, per la politica italiana – conclude la sua comunicazione alla stampa Fini -. Ciò tuttavia non ci impedirà di preservare i valori autenticamente liberali e riformisti del Pdl e di continuare a costruire un Futuro di Libertà. Per l’Italia».