Giovani e lavoro, di Annalisa Cerruti

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Al giorno d’oggi la ricerca di un lavoro qualificato e la conseguente possibilità di realizzare le proprie aspirazioni all’interno del paese di origine rappresentano un’esigenza particolarmente sentita dai giovani italiani la quale, però, risulta essere sempre più frustrata dalla sterilità e dall’egoismo di un panorama sociale sordo alle sue istanze e incapace di rinnovare se stesso per fornire risposte concrete e risolutive. Una società che non è ancora riuscita a sbarazzarsi della pesante eredità del clientelismo e del nepotismo, dove cioè quello che più conta non è il merito ma le relazioni di parentela o di amicizia, dove cioè la casta e non l’individuo con le sue potenzialità determina le regole del mercato del lavoro e i criteri di selezione per accedere ai ranghi più ambiti della dirigenza o del pubblico impiego. In altre parole una società sempre più chiusa e vetusta, incapace di compere con le altre nazioni europee nella valorizzazione del capitale umano e nella promozione della ricerca negli atenei.  Una condizione, quella giovanile, illusa da un sistema formativo frammentato e farraginoso, omologante e incapace di premiare il merito, costretta a dilatare i tempi degli studi, magari fino ai trent’anni ( considerata la varietà di facoltà universitarie e di master emersi negli ultimi anni, particolarmente allettanti nei loro piani di studio ), senza avere tuttavia la certezza di conseguire nell’immediato futuro un impiego corrispondente alle loro aspettative o alle loro competenze professionali.  Un mondo giovanile condannato ad una esistenza precaria perché succube di un mercato del lavoro flessibile e inadatto a garantire loro la necessaria sicurezza economica per poter vivere degnamente o per potersi creare una famiglia. In virtù di tutto questo non si dovrebbe biasimare la scelta di molti giovani connazionali che hanno deciso di trasferirsi all’estero per lavoro o per motivi di studio. Una scelta coraggiosa, indicativa della buona volontà e dello spirito di iniziativa che permea ancora il vissuto della nostra gioventù italiana, ma al tempo stesso sintomatica di un disagio profondo che interessa il nostro paese e al quale la classe dirigente non si è ancora affrettata a dare una risposta. In qualità di Democrazia Cristiana, riteniamo che i giovani debbano costituire l’asse portante della nostra società, una società più propositiva e aperta alle varie istanze provenienti dalla società civile. Una società che veda nei giovani una risorsa su cui il nostro paese dovrebbe investire nell’avvenire per poter promuovere rinnovamento e per assicurare a tutti i diritti riconosciuti dalla nostra stessa Costituzione, in primis il diritto al lavoro e il diritto alla famiglia.

Annalisa Cerruti