IL RISVEGLIO DELLE COSCIENZE TRA ETICA E STATO DI DIRITTO

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Annalisa Cerruti

Annalisa Cerruti

Secondo il 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, redatto dal Censis, gli italiani sono un popolo depresso e addormentato che stenta innanzitutto a desiderare di risvegliarsi. Un paese senza vigore e senza spessore, senza regole né sogni, un paese con troppe leggi dove la legge conta sempre meno. Ci sono nella realtà italiana sensazioni di fragilità che fanno pensare a una perdita di consistenza del sistema, perché vive di comportamenti indifferenti, cinici, passivi. Certo le paure sono tante per tutti in questo mondo che cambia così in fretta e che, mentre, ad esempio, ci offre tante opportunità nuove nel campo della scienza e della tecnologia, ci propone altresì un consumismo sfrenato, una corsa al successo ad ogni costo, esempi di disonestà e corruzione, dei “miti” ingannevoli e veri e propri drammi come la diffusione della droga tra i nostri giovani o violenze di ogni tipo su adulti e su bambini. Dal 2009 molte sono le donne vittime di abusi o di stalking (538 è la media mensile). Due milioni e 700 mila donne hanno subito in Italia molestie e persecuzioni, un comportamento che negli ultimi anni è cresciuto enormemente. Abbiamo bisogno di interrogarci sui percorsi attraverso i quali riacquistare capacità di reagire e motivazione per riattivare una società troppo appagata e appiattita. In questo impegno va ripensato il ruolo dello Stato, creando un’armatura pubblica più leggera e capace di intenzionalità. Il concetto di giusto dovrebbe essere considerato prioritario rispetto al bene questo perché, se avviene il contrario, il rischio è quello di non riuscire più ad ottenere una definizione autonoma e indipendente di giustizia. Ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri, quella libertà dell’individuo che ha prodotto l’avanzamento del sapere e della scienza, senza la quale la vita non sarebbe degna di essere vissuta e, in secondo luogo, le ineguaglianze economiche e sociali sono ammissibili soltanto se sono a beneficio dei meno avvantaggiati. Ciò porterebbe ad un risultato equo: nella società nessuno avrebbe nè troppo, nè troppo poco. L’unica fonte della giustizia è l’esperienza stessa dell’ingiustizia e del male che ne costituisce la base. L’ingiustizia non consiste nella punizione del colpevole, ma nell’impedire, a chi non sia ancora stato giudicato tale, di potersi difendere con i mezzi che gli sono costituzionalmente garantiti in uno Stato di diritto. Ciò non significa, ovviamente, schierarsi dalla parte del colpevole ma, semplicemente, salvaguardare i diritti dell’accusato, rifuggendo dall’equazione giustizia-vendetta ammessa dai giuristi nordamericani, che quasi con orgoglio ne rintracciano le origini nella legge del taglione. Le carceri, in tutti i paesi del mondo, raccolgono per la massima parte immigrati, tossicodipendenti, poveri, disoccupati. Per un ex detenuto il reinserimento nella società è quasi sempre traumatico e il ritorno alla galera quasi certo. La recente esperienza italiana dell’indulto pare confermare la metafora della “porta girevole”, per quei soggetti che appartengono alle categorie sopra citate. Vittime e colpevoli tendono oggi ad assomigliarsi inevitabilmente e sono accomunati nel loro destino, perché fanno entrambi parte della umanità “superflua”. La società che vive fuori dalle mura carcerarie tende a rimuovere la realtà sgradevole e considerare certi criminali malvagi e dunque diversi, raggiungendo l’indifferenza morale. Il senso che se ne ricava è quello di una profonda sfiducia verso il diritto penale, che punisce, ma non ripara, e si rifugia nell’illusione della rieducazione del condannato. Solo il risveglio delle coscienze e il formarsi di una coscienza di sé e del significato degli atti compiuti a danno degli altri permetterebbe all’uomo di capire le ragioni della violenza commessa e di recuperare il giusto equilibrio, grazie alla capacità intellettuale di saper costruire attivamente qualcosa e di tradurre in azione le proprie idee e intenzioni. Una società è giusta solo se riesce a disinnescare le pulsioni negative presenti in ciascuno di noi, fonti delle ingiustizie in cui vive l’umanità. Il male potrà essere azzerato solo attraverso una rinascita della capacità di pensare, che renda possibile il raggiungimento della coscienza di sé. La soluzione, in altre parole, nasce dal seguente presupposto: la giustizia umana dovrebbe realizzarsi come immagine della giustizia divina. La protezione assoluta dei diritti individuali, anche dei “nemici”, dovrebbe essere assimilata al modello biblico della giustizia del primo passo, ovvero del riconoscimento dell’altro come soggetto degno di rispetto. Ed è proprio dal riconoscimento di questi diritti che occorrerebbe ripartire, anche come luogo di una possibile ricomposizione tra etica religiosa e etica laica. Decidere quale sia il contemperamento tra l’interesse del popolo alla sicurezza e quello del rispetto dei diritti individuali è compito del potere politico. Questa, in sintesi, la linea su cui battere anche se non mancano chiaroscuri in proposito.