Imprenditoria “tra palco e realtà”, onestà intellettuale e concretezza territoriale, questo il percorso.

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di Alessio Marrari

aInvito tutti a leggere questa lettera (clicca qui per accedere all’articolo originale), incisiva nei contenuti quanto indice di rassegnazione, pubblicata dal giornale linkiesta.it, da cui estrapolo il corpo principale, sottoponendolo a vostro giudizio e riflessione.

” Carissimi, è giunto il momento di salutarvi.

Vi comunico che lascerò l’Italia, la mia azienda e quindi anche il Gruppo Giovani Imprenditori, per iniziare una nuova avventura in terra elvetica. La decisione di lasciare il paese, maturata in un lungo periodo e condivisa con la mia famiglia, è stata principalmente dovuta alla conferma delle scarse opportunità offerte dall’Italia, oltre che dalla crescente ostilità che il sistema paese dimostra verso chi vuol fare impresa.

Non si intravedono margini di miglioramento, anche con il tanto decantato governo tecnico, poichè la politica ritornerà presto e ritornerà ad ingrassare la spesa pubblica e il carico sulle spalle delle generazioni future. L’ottusità dell’opinione pubblica, così abilmente guidata verso alcune cause che ne cancellano completamente il pensiero per rafforzarne la fanatica manifestazione di volontà pilotate (vedi evasione, Tav, articolo 18…) non mi fa sperare in un’imminente presa di conoscenza generale che possa veramente arrivare a cambiare il Paese.

Io e mia moglie abbiamo un bellissimo bambino al quale, come genitori, sentiamo il dovere di garantire le migliori opportunità possibili e, soprattutto, la capacità di vivere e competere nel mondo.

Coloro che, fra di voi, cercano le proprie motivazioni nell’orgoglio nazionale potranno vedere la mia “fuga” come una rassegnazione, una non volontà di cambiare le cose. Eppure son convinto di averci provato in questi anni in più di un’occasione, con tanta voglia di fare e di entusiasmo.

Non mi resta che ringraziarvi per questi anni in cui la frequentazione del gruppo mi ha certamente arricchito professionalmente ed umanamente, augurando a tutti Voi i successi che meritate e, anche se io non ce l’ho fatta, di riuscire a cambiare finalmente l’Italia…

Ovvimente lo auguro a chi fra di voi deciderà di rimanerci ancora.”

Ciao a tutti,
Marco Meinardi

Un altro imprenditore che molla, come lui stesso scrive, dopo accurate e ponderate riflessioni.

Tutto questo dovrebbe  far pensare il mondo politico di qualsiasi colore o fazione. I media nazionali propongono quasi ogni sera format uguali che ci mostrano “rampanti fringuelli” in studio, “poveri cristi” in collegamento col reporter di turno, cassaintegrati, licenziati, imprenditori che non ce la fanno più a sostenere l’attuale pressione fiscale, tecnici che hanno sempre la soluzione ai problemi degli italiani, economisti “pluridecorati” da titoli ed incarichi, ma la conclusione è sempre la stessa: se ne parla, gli ospiti baruffano mediamente due ore, i cittadini vengono fatti intervenire col contagocce ed i conduttori levano la parola nel momento in cui la gente entra nel “nucleo” vivo del problema. Ognuno interviene secondo la logica del settore che rappresenta, il partito, il sindacato, il direttore di testata, l’editore.

Non è cosi che si viene in aiuto ai lavoratori tanto meno agli imprenditori che poi sono gli stessi a creare opportunità e dare lavoro.

Sappiamo che, per definizione, in ambito economico, l’imprenditore è colui che detiene fattori produttivi (capitali, mezzi di produzione, forza lavoro e materie prime), sotto forma di imprese, attraverso i quali, assieme agli investimenti, contribuisce a sviluppare nuovi prodotti, nuovi mercati o nuovi mezzi di produzione stimolando quindi la creazione di nuova ricchezza e valore sotto forma di beni e servizi utili alla collettività/società, quindi una figura importantissima per l’ambito vitale di uno stato.

Ma, dalla teoria alla pratica è quasi sempre tutto differente in quanto a nobilitare qualsiasi figura professionale dovrebbe essere la cosiddetta “onestà intellettuale”, veicolo di virtuosismo in molti casi e viceversa di “calcolo” in altri,  a discapito dei lavoratori, unici fautori concreti del successo di un’azienda e del relativo imprenditore.

Le variabili da considerare sono sempre due, proprietà e forza lavoro, ma in questi ultimi tre anni è entrata in gioco una terza variabile, quella legata alla pressione fiscale, letale a molte realtà costrette a chiudere i battenti o trasferire “baracca e burattini” altrove, fuori italia, dove addirittura i governi stanziano degli incentivi a fare impresa ed i lavoratori costano cifre irrisorie.

La cronaca legata al 2013 ha sancito diversi suicidi come per esempio quello dell’imprenditore padovano Giorgio Zanardi, che si è levato la vita a causa dei debiti che ha dovuto contrarre per non lasciare a casa i dipendenti, l’imprenditore quarantenne di Rubano (Padova) che si è impiccato e le cause erano sempre le difficoltà economiche irrisolte degli ultimi tempi e tanti altri che non stiamo qui a citare in quanto la lista sarebbe  pari ad un bollettino di guerra. Tutta gente la cui dignità e l’onore erano legati alla preoccupazione del destino che si sarebbe configurato per le proprie famiglie e quelle dei dipendenti.

Tutte news appetibili per i giornalisti di cronaca ma una sconfitta per l’economia italiana, per chi avrebbe dovuto arginare la crisi proponendo ed attuando soluzioni concrete nella direzione di prevenire tali drammi, consumati poi nel peggiore dei modi.

Un’altro aspetto significativo di cui pochi fanno menzione è l’emigrazione imprenditoriale a fine di lucro. Molte proprietà hanno capito quali siano le nuove frontiere di mercato e, conoscendo bene i costi del lavoro manuale ed intellettuale del nostro paese, trasferiscono gli impianti nei paesi dell’est europeo ed in Asia, concretizzando cosi gli stessi rendimenti di fatturato pagando un prezzo irrisorio, in Serbia per esempio lo stipendio di un medico si aggira intorno ai 500 euro mensili figuriamoci quello di un operaio o di un impiegato che, in Italia, costano molto di più. Una volta capito l’ingranaggio, qualcuno non si preoccupa del bene comune ma solo dei propri interessi ed è qui che volevo arrivare.

Il bene della collettività, in emergenze come quelle che stiamo vivendo, cresce e si accresce creando opportunità, sviluppo e concretezza, partendo dai territori, fornendo strumenti e possibilità ai cittadini in età lavorativa, producendo beni necessari al proprio paese, limitando le importazioni e favorendo chi investe qui, a casa, in Italia. In tempi di normalità e benessere è giustissimo coinvolgere altre economie ma, e qui mi ripeto, il termine emergenza , non è gestibile con soluzioni legate ai fasti d’un tempo. Sappiamo che il problema è rimanere in Europa, siamo stati spettatori di servizi televisivi che documentavano  la Sicilia, costretta dalle norme, a schiacciare le arance per mantenere il prezzo d’importazione spagnolo e portoghese. Perchè non consumare le nostre? Significa strozzare la nostra agricoltura ed il personale dipendente di aziende nostrane. Era solo un esempio in mezzo a tantissimi altri che potrei fare.

Ma questa fantomatica Europa che cosa ci da in cambio?

L’obbligo di vedere circolare sulle rotaie italiane circa 25 treni francesi e quando è stato chiesto l’ingresso di qualche treno italiano in Francia ci è stata sbattuta la porta in faccia?

Perchè non far valere le nostre eccellenze qui?

Perchè tu Stato non “adotti” i nostri piccoli imprenditori?

Perchè non incentivare il turismo nel modo giusto in un paese bagnato dal mediterraneo per quasi tutto il proprio perimetro?

Perchè non dare lustro all’artigianato “made in Italy” conosciuto ed apprezzato in tutti i paesi del mondo?

Continuiamo pure a fare talk show sul palcoscenico dei salotti televisivi, tanto la realtà sta pian piano logorando e distruggendo la nostra economia in modo irreversibile. Comincio a credere a quelle persone che definivo disfattiste ma avevano ragione: in Italia non c’è futuro!

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