La Sinagoga di Vercelli

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di Sara Melito

Sinagoga VercelliBasta che esista un solo giusto perché il mondo meriti di essere stato creato”. Sono parole con un forte significato, dense di speranza e che giungono a noi da un lontano passato. Mentre percorro i vicoli acciottolati del centro di Vercelli, nell’aera che da secoli ha ospitato il ghetto ebraico, ho come l’impressione di attraversare il confine tra due mondi e cadere tra le pieghe di accadimenti imprigionati tra i meandri della Storia. Mi sembra, e non credo si tratti di mera suggestione, che dagli usci di queste vecchie case, mi spiino i fantasmi di genti lontane, che per nascita e fede religiosa, hanno vissuto così vicini a noi eppure nell’ombra, e che solo di recente hanno potuto emancipare se stessi e tornare ad  essere visibili. Questo è un viaggio all’indietro, dal presente al passato, verso le nostre origini comuni, è un percorso antropologico alla ricerca di risposte a domande attuali, è lo studio della filosofia dell’Uomo.

E’ in un ancor mite pomeriggio di novembre che scopro che la Sinagoga di Vercelli è visitabile. La si raggiunge facilmente e appare all’improvviso, nascosta tra i vicoli e le antiche case del ghetto. La sua imponente facciata in marmo bianco ricorda, per stile e decorazioni, una moschea araba, ma anche le cattedrali romaniche dell’Italia centrale. Fu edificata tra il 1874 e il 1878 sulle spoglie di un modesto oratorio. La guida ci spiega che fino al 1848 la comunità ebraica non poteva, per legge, manifestare apertamente il proprio culto e pertanto le sinagoghe venivano allestite nelle abitazioni, spesso all’ultimo piano, ma rimanevano celate. Solo dopo l’emancipazione anche agli Ebrei fu permesso edificare templi grandiosi e così fecero, per scrollarsi di dosso secoli di oscurantismo, scelsero un’architettura monumentale per la Sinagoga  cittadina, simbolo di una comunità fiorente e dinamica.

La grande facciata è caratterizzata da bande bicolori in pietra arenaria, bianche e azzurre; è coronata da merlature e torrette con cupole a cipolla, con due massicci torrioni laterali anch’essi decorati con cupolette a cipolla. L’ingresso ha un piccolo portico colonnato ad archi, rialzato su gradini, sormontato dalle tavole delle legge in pietra e da un grande rosone.

L’interno è a tre navate, decorate da motivi geometrici. L’aron e la tevah sono collocati nella grande abside, illuminata da cinque finestre. Un pulpito ligneo è addossato alle colonne a sinistra. Dall’ingresso per una scala si giunge all’arioso matroneo che si affaccia sui due lati della navata centrale.

Vi invitò a visitarla perché mi limiterò alla breve descrizione che ne ho dato. Ciò che mi preme trasmettervi è il viaggio interiore fatto di sensazioni e riflessioni che ne sono derivate. L’incontro con un’altra religione rappresenta una messa in discussione di ciò in cui ci hanno insegnato a credere. Non è mia intenzione addentrarmi in una concertazione teologica sulla verità della fede, ma voglio darvi qualche spunto di riflessione.

Per gli Ebrei la Sinagoga non è un luogo di culto, è solo un luogo fisico dove la comunità si riunisce per pregare, nemmeno il rabbino è assimilabile ad un prete, è un uomo dotto che legge ma soprattutto studia la Torah. Il Sacro è la parola, non tanto il libro (come lo è per i cristiani la Bibbia), ma ciò che vi è scritto: la Parola di Dio. Vinco quindi la mia iniziale reticenza che deriva da insegnamenti della mia infanzia, e mi avvicino all’altare. Scopro così una serie di simboli che in realtà già conosco e che sono identici ad entrambe le religioni.

Gli Ebrei custodiscono la Torah dietro l’altare e un lume acceso ne tradisce la presenza all’interno della Sinagoga. Anche i cristiani custodiscono in corpo di Cristo nel tabernacolo e un cero ne svela la presenza.

Le placchette dorate che rivestono il portale dietro cui trova posto la Torah mi riportano alla memoria episodi della Bibbia: l’aspersione con l’incenso, le Tavole della Legge consegnate da Dio a Mosè, l’Arca dell’Alleanza, le abluzioni nell’acqua divenute poi il Battesimo. Radici comuni di una sola religione che ad un certo punto della Storia ha preso cammini diversi.

Mancano le immagini sacre perché l’ebraismo non crede nell’idolatria dei simulacri, ma la Sinagoga raccoglie una serie di menorah, i candelabri a sette bracci che stanno a rappresentare i giorni della settimana. E poi la numerologia ricorrente: i 12 Apostoli, le 12 Tribù di Israele!

Questo è un patrimonio culturale destinato a perdersi: all’uscita noto una lapide. Riporta i nomi delle vittime dell’Olocausto tra i membri della Comunità Ebraica di Vercelli. Ai suoi piedi un piccolo cumulo di sassi bianchi come vuole la tradizione funebre ebraica. Una pagina straziante della Storia più recente.

Oggi la Comunità Ebraica di Vercelli conta solo due membri ultraottantenni. La Sinagoga non viene più utilizzata per il culto ma solo a scopi didattici e culturali. La Torah e molti degli arredi sono stati trasportati a Torino, ma la Memoria è come quei sassi bianchi e tondi: pesante e perenne.