La strada Biandrina: un itinerario medievale, oggi

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di Sara Melito

Quasi 23mila passi percorsi tra campi di mais, filari di pioppi e boschi di robinie. Una calda domenica di settembre, un taccuino da viaggio di quelli con la copertina consumata e le pagine ingiallite, una carta troppo vecchia, stampata prima che le strade presero ad intersecarsi tra ingombranti centri commerciali. E l’eco di una leggenda sussurrata da chi conosce molto bene queste campagne e trasmette quasi con imbarazzo i ricordi che il tempo sta lentamente sbiadendo.

Si racconta che esiste ancora oggi una strada antica che percorre la pianura e si insinua tra le case dei piccoli centri, costeggia le rogge, scompare tra il riso e riappare improvvisa in minuscole cappelle che spesso nascondono affreschi di gran pregio.

Quando l’Impero Romano decadde e le popolazioni barbare si insediarono nell’area oggi occupata dalla Provincia di Novara, le antiche strade lastricate vennero abbandonate: si ridussero a viae ruptae, a strade rotte, che favorirono lo sviluppo di commerci e scambi a livello sempre più locale. Crebbe dunque una fitta rete di itinerari, cammini e sentieri che durante il Medioevo avrebbe conosciuto uno sviluppo sempre maggiore.

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La strada Biandrina prese forma proprio in quell’epoca: collegava Biandrate alla Valsesia ed assicurava a conti, monaci, mercanti e pastori un passaggio sicuro attraverso una regione impervia, circondata da grandi fiumi, fontanili e boschi. Mettersi in viaggio, allora, era mestiere assai pericoloso, ma già a partire dal 1050 i Conti di Biandrate tracciarono l’asse di questo camminamento per poter raggiungere le sedi vescovili di Novara e Vercelli, ma anche per approvvigionarsi di prodotti agricoli provenienti dall’Alta Valsesia.

La strada era la modernità, la luce che illuminava le tenebre del Medioevo. A poca distanza da essa sorsero in breve tempo monasteri ricchi e fiorenti abbazie. San Nazzaro Sesia e Castelletto Cervo sono testimoni di un tempo in cui i Conti glorificavano Dio edificando con la pietra templi di tale magnificenza che celebrassero la loro potenza sulla Terra.

Anche mercanti e pellegrini percorrevano questa strada; i primi scendendo dalla Valsesia ai mercati comunali di Romagnano, dove già dal 1198, esisteva una sorta di borgo franco per il libero scambio. Gli altri intraprendevano il cammino che li avrebbe condotti sulle grandi arterie del pellegrinaggio europeo fino a Santiago de Compostela. E non è un caso se la strada Biandrina è punteggiata qua e là di cappelle e oratori campestri dedicati a San Giacomo, il santo dei viandanti.

Percorrere questa strada storica oggi ha per me un significato che trascende la mera valenza artistica dei reperti pittorici che incontro nelle piccole cappelle di campagna. Significa camminare dove hanno camminato prima di me uomini e donne ignari che più di mille anni più tardi qualcuno avrebbe intrapreso lo stesso percorso.

Ma rimango sbalordita dalla vivacità degli affreschi che adornano le volte e le absidi delle chiese. Sono figure a due dimensioni che raccontano di un mondo fatto di profonda religiosità e di superstizione. Ed ecco che le immagini prendono vita e sembrano uscire dall’intonaco e la campagna risuona di ruggiti di drago e squilli argentini di trombe. Inizia la sfilata dei santi nelle loro vesti sontuose e le Madonne misericordiose ci accolgono al cospetto di un Cristo benedicente racchiuso un un’amigdala di fiamme dorate.

Siamo distanti dalle scuole dei grandi pittori umbri e dalla ricchezza delle cattedrali di città, ma i feudatari locali commissionano opere ad importanti pittori novaresi, i più quotati del tempo. Conosciamo allora Mastro Bartulonus, che realizzò un intero ciclo di affreschi nell’oratorio della Madonna dei Campi a Landiona. Siamo nel ‘400 e la sua Passione di Cristo svela un gusto sensibile ai particolari e una scelta di colori audace con tanti toni di vermiglio e verde intenso.

Sperindio Cagnoli affrescò le pareti della Madonna delle Grazie a Vicolungo, una cappella che nasconde un interno arricchito di fastosi stucchi del ‘600 che incorniciano un grande affresco raffigurante la Madonna della Misericordia: sotto il suo manto aperto, essa accoglie i devoti delle diverse classi sociali, tra i quali spiccano in primo piano i nobili proprietari del castello di Vicolungo. Un particolare curioso: sulla base del pilastro destro della cornice dell’affresco, un piccolo bassorilievo in stucco rappresenta la facciata della chiesa e la Cascina dei Palazzi verso Mattina come si dovevano presentare nei primi anni del ‘600.

Proseguendo il cammino verso Biandrate si arriva a Vicolungo, un villaggio di strada con le abitazioni disposte ai lati della via centrale. Appena fuori dal borgo si trova l’oratorio di San Martino. Era la chiesa parrocchiale dello scomparso villaggio di Zusiana. Oggi il villaggio non esiste più ed anche della vecchia parrocchiale persiste solo l’abside romanica affrescata nel ‘400.

La strada termina a Biandrate. Sede della famiglia degli omonimi conti che esercitavano i poteri pubblici su un vasto territorio comprendente tutta la diocesi di Novara e gran parte di quella di Vercelli, Biandrate venne assediata, distrutta e ricostruita almeno tre volte lungo il corso del Medioevo. Oggi del borgo fortificato rimane ben poco ed anche della chiesa parrocchiale di origine romanica. Solo il nartece ne svela l’origine. E’ dedicata a San Colombano, il monaco irlandese che percorse l’Europa tra il VI e il VII secolo contribuendo all’evangelizzazione e fondando grandi monasteri per poi trovare la fine dei suoi giorni a Bobbio.

Ma è all’inizio di questo viaggio che trovo l’angolo più suggestivo, quello che mi catapulta indietro nel tempo. Siamo a Carpignano dove persiste ancora il medievale Ricetto, un borgo-castello, costruito senza un’apparente pianta regolare. Era un’antica fortificazione che cingeva il borgo, ne proteggeva abitanti e manufatti. Il tempo ha visto il sovrapporsi di altre strutture abitative addossate le une alle altre che ne hanno confuso le forme, nascosto le merlature, cancellato i bastioni. Ne riconosco però gli spessi muri in pietra di fìume, gli acciottolati nei vicoli tortuosi tra le case, le ombre delle torri. Il gioiello è la parrocchiale di San Pietro risalente all’anno Mille e vicina all’ordine di Cluny.

E mentre il sole si fa più basso e sfiora i filari di pioppi, la campagna si colora dei caratteristici colori intensi dell’autunno. Apro il mio taccuino e inizio a scrivere questa storia che arriva da lontano, attraversa i secoli e regala a noi, viaggiatori moderni il ritmo lento di antichi viandanti lungo la strada Biandrina.