L’AVVOCATO INFORMA: LA RIMOZIONE FORZATA DELLE AUTO NEI PARCHEGGI PRIVATI

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di Antonio Costa Barbè  (con la collaborazione dell’ avv. Monica Guastamacchia)

AVVOCATO ANTONIO COSTA BARBE'

AVVOCATO ANTONIO COSTA BARBE’

Puo’ apparire singolare la decisione assunta dall’Azienda Ospedale Maggiore di Novara -vedasi notizia data dagli organi di stampa locali-  di rimuovere mediante società di vigilanza privata qualunque automezzo posteggiato fuori degli spazi consentiti.Nel recente passato situazioni simili, in altre realtà regionali, hanno suscitato polemiche ed innescato procedimenti giudiziari non soltanto civili ma anche penali.

La questione non è nuova ed è come spesso accade discussa anche in ambito giuridico: si tratta di verificare se il privato, in area privata, può autonomamente agire a tutela delle proprie ragioni, per garantire la sicurezza della circolazione interna senza adire l’autorità pubblica preposta (vigili urbani o polizia).

 Accanto a chi ravvisa l’ipotesi di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sanzionato dall’art. 392 c.p., c’è invece chi legittima la difesa privata del possesso, purchè immediata, quale principio di ragione naturale (vedi nota1) 

 Al contrario il G.I.P. di Bologna  Andrea Santucci nel maggio 2010 su richiesta del pubblico ministero Antonella Scandellari nelle aree dell’Ipercoop Centro Borgo di Borgo Panigale, in varie stazioni di servizio di Bologna, ed in parecchi condomini della zona ha messo sotto sequestro cinquecento cartelli e due carri attrezzi di una nota società privata incaricata della rimozione di autoveicoli per conto di privati, previa stipula di apposita convenzione contrattuale. Le violazioni contestate andavano dall’   associazione a delinquere    finalizzata all’esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle cose, all’   usurpazione di pubbliche funzioni,    fino all’ipotesi diestorsione,            ove fosse richiesto agli automobilisti il pagamento di un centinaio di euro per il recupero delle loro auto, finite a seguito della rimozione nel deposito privato della società. Sono state tantissime le querele presentate dagli automobilisti adirati, che si sono rifiutati di pagare il deposito o che hanno telefonato alla forza pubblica lamentando “il furto” dell’auto.

 La rimozione del veicolo, disposta dal proprietario (committente) ed eseguita dalla società (incaricata), potrebbe infatti costituire atto arbitrario, nella misura in cui il privato, in presenza di un veicolo parcheggiato al di fuori delle zone di sosta delimitate, invece di agire avanti l’autorità giudiziaria preposta, a tutela del proprio possesso e contro lo spoglio subito, provveda a farsi giustizia facendo rimuovere il veicolo. Ulteriore ipotesi di reato, quale l’estorsione , si configurerebbe nel momento in cui si condiziona la restituzione dell’auto del malcapitato, al pagamento di denaro. Il privato infatti  dovrebbe chiedere la tutela delle autorità pubbliche preposte, azionando le leggi vigenti che sanzionano sia le violazioni all’interno di luoghi privati (ad es. aree condominiali), sia le ostruzioni di pubblici passaggi (quali passi carrai). Nel primo caso, per far rimuovere l’auto in sosta vietata, ci si rivolgerà ai vigili urbani o alla polizia così come stabilito dal Codice della Strada, nell’altro il privato dovrà radicare azione avanti al giudice civile o a quello penale, a tutela del proprio possesso violato. Il contratto tra il proprietario dell’area privata e la società incaricata della rimozione non può che valere tra le parti stipulanti, né vale ad attribuire una pubblica funzione, a chi pubblico non è, ma agisce per un privato, a tutela di un interesse privato. Gli automobilisti inoltre non sono che terzi, estranei alla vicenda contrattuale e quindi non obbligati ad alcun adempimento ad esso inerente.

(vds nota 2: motivazione del giudice Santucci) 

 nota 1: vds Corte di Cassazione n° 196 – rimozione del veicolo in sosta da una proprietà condominiale affidata a società privata – legittimità – risarcimento danni – 09.01.2007. -Nel caso di specie, un condominio incaricava una società privata di rimuovere dal portico condominiale un ciclomotore abusivamente parcheggiato nonostante la presenza di appositi cartelli con l’indicazione “divieto di sosta” e con l’avvertimento che i motoveicoli sarebbero stati rimossi a spese dei trasgressori. Il proprietario del veicolo adiva il Giudice di Pace di Bologna, il quale rigettava la domanda costringendo lo stesso a ricorrere in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato la sentenza del Giudice di Pace:”La sentenza ha solo fatto applicazione del principio dell’autotutela o difesa privata del possesso e del principio stabilito nell’art. 2043 c.c, per il quale colui che col proprio fatto doloso o colposo cagiona ad altri un danno ingiusto è obbligato al risarcimento. Ha cioè ritenuto che il possessore, molestato nel possesso, possa, personalmente o a mezzo di un terzo cui abbia all’uopo affidato il relativo incarico, far cessare la molestia in atto rimuovendo la cosa con la quale l’offesa viene esercitata ed abbia altresì diritto al rimborso delle spese dovute al terzo per la rimozione, in quanto causate dal fatto illecito del molestatore”.

 nota 2

Il giudice Santucci scrive che tre delle ventuno aree — il distributore Q8 di via Saffi, il portico di viale Oriani 2 e il parcheggio del Centro Borgo — sono soggette a pubblico passaggio e quindi lì si applica il codice della strada: l’accertamento del divieto di sosta spetta ai vigili urbani o alla polizia, al limite a certi dipendenti comunali e alle società autorizzate: solo loro possono infliggere la sanzione accessoria della rimozione a carico dell’automobilista. Il privato, se lo fa, usurpa la pubblica funzione. Delle altre aree il giudice ammette la natura privata ma la rimozione non e’consentita neanche lì: «Se la sosta del veicolo — si legge nel decreto — non sembrerebbe costituire violazione al codice stradale (in area condominiale il vigile, interpellato dal proprietario, non potrebbe attivarsi), la stessa rimozione del veicolo, disposta dal proprietario (committente) ed eseguita dalla società (incaricata), costituisce atto arbitrario, nella misura in cui, invece di agire giudizialmente per lo spoglio, il privato e l’incaricato provvedono a farsi giustizia privata». Non sarebbe reato in assenza di violenza o minaccia, ma diventa reato quando si farebbe valere «l’esplicito condizionamento della restituzione al pagamento al pagamento del denaro», come lo chiama il giudice, ovvero il «diritto di ritenzione» del mezzo.

«Il depositario — scrive ancora il giudice — muove il rifiuto di restituzione da presupposto illegittimo: da un lato il contratto sembra avere causa illecita perché la rimozione era arbitraria; dall’altro produce effetti solo tra le parti e non sul terzo (proprietario del veicolo)». 

 Quindi: finché c’è pubblico passaggio (il passo carraio davanti a un garage o a un cancello, un portico) il proprietario deve chiamare i vigili; se invece il luogo è solo privato (l’interno del garage o del giardino), per far rimuovere l’auto di un intruso può solo rivolgersi al giudice civile o a quello penale (con la certezza di attendere a lungo e di rimpinguare ulteriormente i fascicoli negli uffici giudiziari.)