Lippi: «Sento che può arrivare quello che aspettiamo»

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Il giorno del sorteggio a Città del Capo l’idea che ci saremmo trovati a questo punto non ci aveva neppure sfiorato. Per quanto il calcio italiano sia in declino, e lo si era capito prima che lo dicesse Giancarlo Abete, non potevamo credere che si sarebbe arrivati alla terza partita del girone eliminatorio con il timore che l’Italia torni a casa. Pareva un avvio soft, una delicatezza riservata ai campioni del mondo. Si è trasformato in un calvario che potrebbe concludersi in un fallimento epocale. L’aereo del ritorno è preallertato, la partenza sarà alle 11 di venerdì sera. È una precauzione dovuta, dicono. In effetti non crediamo che l’Italia lo prenderà e non perchè Lippi assicuri «vogliamo restare e andare avanti», che è una ragione inutilmente banale, sarebbe stata una notizia il contrario: noi tutti vorremmo che le cose girassero bene ma non è detto che, per questo, lo facciano.

I motivi per cui la Nazionale ha più chances di vincere che di restare al palo sono oggettivi. Per quanto sia difficile vedere il bicchiere mezzo pieno nei pareggi contro il Paraguay e la Nuova Zelanda, con la Slovacchia esiste ancora una differenza tecnica e di esperienza da sfruttare. Che gli azzurri non siano stati capaci di mostrarla contro i neozelandesi non significa che sarà sempre così. Gli slovacchi sono alla prima volta in un grande torneo e non hanno fenomeni assoluti perché pure Hamsik è un giocatore sopravvalutato, o almeno immaturo, come dimostra ogni volta che si alza la posta. Inoltre nella difficoltà, nelle critiche e nei deliri di Bossi, Lippi ha mantenuto il coperchio sulla pentola in ebollizione, il suo collega Weiss invece ha sbroccato come un campanaro stanco e la sinfonia in arrivo dal ritiro slovacco è di rintocchi alla rinfusa, ognuno va per conto suo.

Si comincia con questa fotografia. Tocca agli azzurri non sfregiarla per paura e poca personalità. «Da un momento all’altro può arrivare quello che stiamo aspettando», ha detto Lippi. L’esempio dell’82, quando l’Italia decollò dopo un inizio inquietante, è più citato dell’86 che vide i campioni del mondo barcamenarsi alla peggio prima di soccombere negli ottavi contro la Francia di Platini. «Le somiglianze con l’82 ci sono e mi fa piacere che l’abbia ricordato Maradona – ha commentato il ct -. Lui fu un testimone diretto del cambiamento che ebbe la Nazionale dopo aver superato le eliminatorie». L’ambizione è di ripetere l’esperienza. «Ci serve un successo per svoltare», concetto che Lippi ha rafforzato con una battuta alla domanda irriverente di un giornalista spagnolo: «Dopo la prima vittoria hanno rialzato subito la cresta». Altrettanto farebbe l’Italia.

E’ l’ora di accantonare i paragoni e i parallelismi su cui si insiste troppo, compreso lo spirito del Mondiale tedesco che Lippi rievoca volentieri. Questa è un’altra storia, purtroppo anche un’altra squadra. Serve progettare l’oggi. Cavare il meglio da quanto c’è, staccando il disco «sull’impegno e la dedizione di questi ragazzi straordinari» perché ci mancherebbe che non ci fossero. Li chiamano, li pagano, li mettono nella vetrina più prestigiosa del mondo e dovrebbero pure sbattersene. A meno che non siamo francesi, l’impegno ci sembra il minimo sindacale. Ora bisogna che l’Italia ritrovi le qualità calcistiche. Non è possibile che continui a prendere gol con la difesa schierata, non è ammissibile che arrivi al tiro due o tre volte a partita, escludendo le frattaglie e i calcetti sporchi che neppure la carità di patria può far confondere con le occasioni da gol.

Questo è il punto, non la buona volontà. Lippi nei giorni scorsi ha allenato molto sul gioco di attacco. Ha insistito sulla velocità della manovra, ha moltiplicato gli esercizi per far arrivare la palla agli attaccanti con ragionevolezza. «Sono dieci giorni che proviamo schemi con la palla bassa, prima o poi ci riusciranno anche in partita – dice il ct – Non prevedo una partita fisica come le altre, la Slovacchia ha attaccanti abili e veloci, noi dovremo fare semplicemente quello che sappiamo ma farlo fino in fondo». Con quali interpreti? Se il centrocampo cambia con Gattuso, l’attacco è il rebus. La sensazione è che si salverà Iaquinta e non Gilardino. «Le mie scelte – spiega Lippi – sono dovute alla condizione fisica, alla disponibilità tattica e all’idea che la Slovacchia deve vincere come noi perciò non può soltanto difendersi ma potrebbe smentirmi. L’ultima cosa che considero è la stanchezza. Non si è stanchi dopo due partite». Anche perché se si è stanchi si va a casa. C’è già l’aereo pronto.

Ora il Continente africano si aggrappa alle Stelle Nere

Sono rimasti soli e hanno più tifo di chiunque altro. Il Ghana ora è l’Africa. L’unica squadra del continente a vincere la partita d’esordio (contro la Serbia), l’unica a passare agli ottavi e la prima a qualificarsi ai Mondiali. Anche quella che era data per spacciata quando ha perso l’anima. Si è rotto Michael Essien e le Black Stars sono sparite dai pronostici e sprofondate nella paura. Asamoah Gyan, l’uomo che è entrato nella storia con il primo gol della nazionale ai Mondiali, nel 2006, qui si è ripetuto: ha segnato il rigore contro la Serbia e quello contro l’Australia.

Una certezza eppure stava quasi per lasciare la nazionale a causa delle troppe critiche: «Temevo per la mia famiglia, durante le amichevoli che ci hanno accompagnato qui, i commenti erano feroci. Non mi sentivo tranquillo». Aveva fatto le valige quando l’ex presidente John Agyekum Kufour è andato in ritiro per convincerlo a restare. E ci è voluto l’intervento di un altro presidente, quello in carica, John Evans Atta Mills, già ministro dello sport ed ex giocatore di hockey, per caricare una squadra allo sbando. Con un discorso ufficiale ha dato fiducia alla nazionale pronta a partire per il Sudafrica con il morale a pezzi. E ora ci resta, euforica, per incontrare gli Usa e andare a caccia di un risultato mai visto: i quarti.

Il Ghana ha passato giorni da incubo qui. Ha dovuto gestire la lite tra Muntari e il tecnico Milovan Rajevac, con tanto di comunicato ufficiale che alla vigilia della partita decisiva contro la Germania diceva: «Muntari è ancora un membro della nazionale» segno che è stato molto vicino a mollarla o a essere scaricato dopo aver protestato per la panchina nella gara contro l’Australia. Il ct fatica a gestire i suoi, la federazione lo ha assunto senza referenze. Non aveva mai guidato una nazionale prima di questa e nemmeno assaggiato il calcio che conta, nel curriculum una serie di formazioni serbe lontane dalla fama. Da segnalare solo un periodo di prova come allenatore della Stella Rossa che non si è mai trasformato in un posto definitivo. Il Ghana ha dovuto reggere la pressione quando ha capito che era la sola speranza per gli africani, un’aspettativa un po’ impegnativa per una nazionale che ha dovuto rimettersi in piedi più volte in questa Coppa del Mondo.

Hanno pure dovuto rincorrere perché a Soccer City, con l’intero stadio a favore, sono andati sotto di un gol e alla fine si sono aggrappati anche a un risultato storto. La squadra cantiere ha retto. Otto giocatori della nazionale che ha vinto il Mondiale under 20, nel 2009, sono arrivati qui: una miscela di gambe veloci e inesperienza da aggiungere a qualche veterano rimasto nel giro. Pochi nomi, uno ancora tutto da capire: Dede Ayew, figlio dell’adorato Abedi Pele, il talento un giorno è osannato, l’altro considerato un bambino viziato spinto dal papà. Anche lui contestato ha dato il suo contributo ed è pronto a prendersi spazio. Ce n’è, il Ghana non ha nessuna stella se non quella del nome: Black Stars, stelle nere che indicano la strada a tutta l’Africa.