L'Italia è "sull'orlo di una crisi di nervi".Il meglio de' "La Stampa" di oggi.

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La Stampa domani mattina non sarà in edicola, come la maggior parte dei quotidiani italiani, nel tentativo estremo di protestare contro la cosiddetta legge sulle intercettazioni, una legge che consideriamo sbagliata perché non sembra scritta per garantire una maggiore privacy agli italiani (diritto sacrosanto) ma per rendere più problematiche e difficili indagini e inchieste e per diminuire le possibilità dei cittadini di sapere cosa accade.

Così abbiamo deciso di aderire a questo sciopero, ma non posso nascondere che lo abbiamo fatto a malincuore, dopo aver proposto e indicato per settimane possibili strade alternative secondo noi più efficaci e valide. Strade che abbiamo sperimentato sulle pagine di questo giornale spiegando con chiarezza ai lettori come la legge in discussione in Parlamento diminuirebbe la loro possibilità di essere informati e di poter giudicare consapevolmente.

Siamo convinti che nel momento in cui si denuncia il tentativo di imbavagliare l’informazione, nel momento in cui il presidente del Consiglio invita i cittadini a scioperare contro i giornali lasciandoli invenduti in edicola, la scelta migliore da fare fosse quella di continuare a far sentire la propria voce (in modo sereno, pacato e credibile, come è nella tradizione di questo giornale), non quella di rinunciare ad arrivare nelle edicole e nelle case degli italiani e di condannarsi al silenzio.

Nonostante la nostra contrarietà allo sciopero, abbiamo aderito per senso di responsabilità: per non aprire fronti polemici e per non creare fratture tra giornali e giornalisti in un momento così delicato, ma ci teniamo a sottolineare che pensare di ricorrere allo sciopero in modo rituale e quasi obbligato è qualcosa che non ci trova d’accordo.

Vale però la pena di ricordare un’altra volta che lo scontro sulla legge non è una questione privata tra il potere politico e i giornalisti, ma una questione che investe per intero la nostra società. Non è in pericolo la libertà dei cittadini onesti di poter parlare liberamente al telefono, ma è in discussione la possibilità di proteggere i cittadini onesti dalla criminalità, dalla delinquenza e dalla corruzione. La domanda corretta da porre agli italiani non è: «Volete voi rischiare di essere intercettati?», ma «Volete voi che i delinquenti possano avere più libertà di agire?». Perché restringere in maniera punitiva i tempi dell’indagine su un’utenza telefonica significa diminuire le possibilità di bloccare un crimine e proteggere la comunità. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, parlando a Montecitorio una settimana fa, ha sottolineato gli aspetti delle nuove norme e ha concluso amaramente: «Sarebbe gravemente minata l’efficacia dell’azione investigativa e processuale».

Quanto alla possibilità di pubblicare le intercettazioni sui giornali, noi concordiamo sulla necessità di salvaguardare la privacy degli imputati e sul rispetto di leggi che vietino di dare in pasto all’opinione pubblica semplici sospetti o, ancor peggio, innocenti coinvolti loro malgrado in un’inchiesta. Il punto sensibile è un altro, è la pretesa di ridurre la conoscenza delle inchieste in corso e dei grandi scandali a delle pillole di informazione fino all’inizio del processo vero e proprio, che in Italia si sa comincia dopo anni. Ci sono poi le maxi multe, particolarmente odiose perché spingeranno gli editori – le prime vittime – a preoccuparsi continuamente per ciò che viene scritto e pubblicato.

In queste ore però qualcosa sembra muoversi ed è importante continuare a chiedere che il testo della legge venga cambiato, che si rivedano i tempi e i meccanismi delle proroghe, le regole sulle intercettazioni ambientali e che si ripristini il diritto dei cittadini a essere considerati degni di essere informati.

Sabato torneremo in edicola, convinti di dover continuare a fare il nostro dovere, che non è quello di portare avanti battaglie ideologiche ma di raccontare ai nostri lettori tutto ciò che merita di essere conosciuto.

In Italia crescita a +0,9%. Deficit
e banche Ue minacciano stabilità
L’economia mondiale accelera nel 2010, grazie ai buoni risultati messi a segno nel primo semestre. Il pil mondiale si espanderà quest’anno del 4,6%, ovvero 0,4 punti percentuali in più rispetto alle stime di aprile. Ma – avverte il Fondo Monetario Internazionale nell’ aggiornamento del World Economic Outlook – i rischi al ribasso sono «molto aumentati», con il rischio paese e le banche in Europa che minacciano i progressi conseguiti nella stabilità finanziaria.

«La ripresa economica proseguirà nonostante le turbolenze finanziarie» legate soprattutto allo stato dei conti pubblici di alcuni paesi, in particolare in Europa. Proprio Eurolandia può dare un contributo chiave «nel calmare i mercati», attuando le decisioni prese, quali fra l’altro la completa attivazione del fondo da 440 miliardi di dollari approvato, e prendendo ulteriori azioni per evitare che la crisi del debito dilaghi. Invitando a metter a punto piani di risanamento dei bilanci «credibili» per il medio termine, il Fmi constata come la sfida più grande che i governi si trovano ad affrontare è quella di ripristinare la fiducia senza mettere a repentaglio la ripresa economica.

L’economia mondiale crescerà quest’anno del 4,6% e il prossimo del 4,3% (stima invariata rispetto alle stime di aprile), con le economie emergenti a fare la parte del leone spinte dalla Cina, il cui pil si espanderà quest’anno del 10,5% e nel 2011 del 9,6%. Gli Stati Uniti correranno più veloci di Eurolandia, crescendo del 3,3% nel 2010 e del 2,9% nel 2011. L’area euro, sulla quale grave la crisi del debito in alcuni paesi, si espanderà quest’anno dell’1,0% (stima invariata rispetto ad aprile) e il prossimo dell’1,3% (-0,2 punti percentuali), con l’economia spagnola che si contrarrà dello 0,4% nel 2010, per poi crescere nel 2011 dello 0,6%. Per l’Italia il Fmi rivede al rialzo la stima di quest’anno (+0,9%, ovvero +0,1 punti percentuali rispetto ad aprile) e lima quelle per il 2011 (+1,1%, -0,1 punti percentuali).

Il Fmi prevede un’inflazione moderata nelle economie avanzate e ritiene che date le deboli pression i sui prezzi «la politica monetaria può restare altamente accomodante nel futuro prevedibile nelle economie avanzate. Questo aiuterà a mitigare gli effetti avversi sulla crescita del risanamento fiscale e – osserva il Fmi – al nervosismo dei mercati finanziari. Se rischi al ribasso dovessero materializzarsi, la politica monetaria dovrebbe essere la prima di difesa in molte economie avanzate. In questo scenario, con i tassi di interesse già vicini allo zero nelle maggiori economie, le banche centrali potrebbero dover ricorrere di nuovo a un utilizzo più forte del proprio bilancio per allentare le condizioni monetarie».

È necessario agire per riportare fiducia senza mettere a repentaglio la ripresa e – aggiunge – affrontare «alla radice il problema del rischio paese, soprattutto nei paesi dell’area euro finiti sotto pressione». E questo anche perchè il rischio paese, «senza un’attenzione permanente, potrebbe estendersi» dall’area euro in altre regioni. Promuovendo la pubblicazione dei risultati degli stress test in Europa, l’istituto di Washington ritiene particolarmente importante per Eurolandia «coordinare bene le politiche per riportare fiducia». «Servono urgentemente piani di risanamento di bilancio di medio termine che siano favorevoli alla crescita», osserva il Fondo, precisando che nelle economie più avanzate, comunque, «non c’è bisogno di una stretta prima del 2011, perchè farlo potrebbe mettere a rischio la crescita. L’importante però è non aggiungere ulteriori stimoli all’economia». «Nel breve termine, il tipo e l’ampiezza dell’aggiustamento fiscale dipende dalle circostanze di ogni paese, in particolare dal ritmo di ripresa e dal rischio di perdere credibilità fiscale, che può essere mitigato con l’adozione di credibili piani di risanamento di medio-termine».

Gli effetti della crisi economica continuano a pesare sulle tasche degli italiani. Il reddito disponibile delle famiglie nel primo trimestre del 2010 è diminuito del 2,6% in valori correnti rispetto allo stesso periodo del 2009. Il calo è invece dello 0,2% rispetto all’ultimo trimestre dell’anno scorso. È quanto rileva l’Istat sottolineando che la spesa delle famiglie si è ridotta dello 0,7% rispetto a un anno prima ma è tornata a crescere dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti. Nello stesso periodo, il potere di acquisto delle famiglie, vale a dire il reddito disponibile in termini reali, è sceso dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto al primo trimestre del 2009. Sempre nel primo trimestre del 2010 la propensione al risparmio delle famiglie (definita dal rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile) ha raggiunto il 13,4%, riducendosi di 0,6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 1,6 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2009. È il valore più basso dall’inizio delle serie storiche nel 1999. Il tasso di investimento delle famiglie (definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi delle famiglie, che comprendono gli acquisti di abitazioni e gli investimenti strumentali delle piccole imprese classificate nel settore, e il loro reddito disponibile lordo) si è attestato all’85%, 0,1 punti percentuali in meno rispetto al trimestre precedente, risentendo di una riduzione degli investimenti (-1,1%) superiore a quella del reddito disponibile (-0,2%). Rispetto al corrispondente periodo del 2009, gli investimenti fissi lordi delle famiglie si sono ridotti (-10,5%) in misura superiore alla flessione del loro reddito disponibile, determinando una riduzione del tasso di investimento del settore di 0,8 punti percentuali. Sul versante delle imprese, nel primo trimestre 2010, la quota di profitto delle società non finanziarie (data dal rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo a prezzi base) si è attestata al 40,6%, con un aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente: il risultato lordo di gestione delle società non finanziarie, infatti, è cresciuto dell’1,2%, in misura superiore all’aumento dello 0,4% registrato dal valore aggiunto.

Rispetto al corrispondente trimestre del 2009, invece, la flessione del risultato lordo di gestione si è attestata su livelli superiori a quella del valore aggiunto: pertanto la quota di profitto delle società non finanziarie ha perso 0,7 punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2009. Prosegue, infine, la contrazione del tasso di investimento delle società non finanziarie (definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi ed il valore aggiunto lordo ai prezzi base), che nel primo trimestre 2010 è stato pari al 22,3%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 2 punti percentuali nei confronti del corrispondente trimestre del 2009. Infatti, gli investimenti fissi lordi in valori correnti delle società non finanziarie hanno registrato, nel primo trimestre 2010 rispetto al corrispondente periodo del 2009, una flessione dell’11,2%, più marcata della pur forte contrazione registrata dal valore aggiunto (-3,3%).

Da stasera fermi i treni
domani anche metro e bus
Scatta da questa sera alle 21 lo sciopero di 24 ore del personale ferroviario, ma il giorno nero sarà domani quando ad incrociare le braccia saranno anche i lavoratori del trasporto pubblico locale: a fermarsi bus, metro e tram. La mobilitazione è stata indetta dalla Filt-Cgil, dalla Fit-Cisl, dall Uilt, dall’Ugl, dall’Orsa, dalla Faisa e dalla Fast a sostegno della vertenza per il nuovo contratto unico della mobilità.

Il fermo dei treni si concluderà alle 21 di venerdì. Trenitalia ha attivato un numero verde (800.89.20.21) operativo fino alla fine dello sciopero. Informazioni si potranno trovare anche sul web(www.ferroviedellostato.it), al call center 892021 e ai punti informativi, le biglietterie e gli uffici assistenza delle stazioni. Sarà assicurato il collegamento tra Roma Termini e l’aeroporto di Fiumicino attraverso il ‘Leonardo Express” o il ricorso a servizi autobus sostitutivi. Per i treni regionali, saranno garantiti i servizi essenziali nelle fasce orarie 6-9 e 18-21.

Domani non solo proseguirà lo sciopero dei treni, ma sarà fermo anche il trasporto pubblico locale (bus, metro e tram). A Roma lo sciopero sarà dalle 8,30 alle 17,30 e dalle 20 a fine turno; a Milano dalle 8,45 alle 15 e dalle 18 a fine turno; a Firenze dalle 9,15 alle 11,45 e dalle 15,45 a fine turno; a Napoli dalle 8,30 alle 17 e dalle 20 a fine turno; a Cagliari dalle 9,30 alle 12,45, dalle 14,45 alle 18,30 e dalle 20 a fine turno; a Palermo dalle 8,30 alle 17,30; a Torino dalle 9 alle 12 e dalle 15 a fine turno.

Per dopodomani è previsto pure uno sciopero dei lavoratori pubblici indetto dalla Uil Pubblica amministrazione. E’ stato invece differito dal ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, lo stop del personale Enav del centro di Padova che era stato previsto sempre per il 9 luglio.

Nella capitale 5 mila persone
Fischi al governo e a Bersani
Cialente: “Ci hanno calpestati”
«L’Aquila è un malato grave, voi staccate l’ossigeno». È riassunta su uno striscione sfilato lungo le vie del centro di Roma la rabbia del “Popolo delle carriole”: è necessario «arrivare ai palazzi in cui si decide il futuro», è il mantra pronunciato all’arrivo in Piazza Venezia. L’intenzione dei cinquemila aquilani era fermarsi prima a Montecitorio, poi in piazza Navona, a due passi dal Senato.

Sono tornati indietro, dopo aver fronteggiato un gran schieramento di forze dell’ordine, con due feriti e tanta frustrazione per aver ottenuto «botte e solo un contentino», come hanno commentato alcuni. In serata il governo ha comunicato l’accordo sulla dilazione delle tasse: «il recupero dei tributi e dei contributi non versati per effetto della sospensione disposta a causa del terremoto che ha colpito la provincia dell’Aquila nell’aprile 2009, sarà effettuato in 120 rate mensili a decorrere dal gennaio 2011». Mentre il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, vuole di più: si è detto pronto a una «tassa di scopo» contestuale alla manovra sui conti pubblici. Gli aquilani, infatti, spostano l’asticella più in alto, non basta il rinvio per il pagamento delle tasse, «quello che serve all’Aquila sono case, mezzi pubblici, lavoro», scandiscono. Per questo è montata l’irritazione della folla quando nella tarda mattinata si è diffusa nel corteo la voce che i mezzi d’informazione stavano dando più spazio ai tafferugli che non alle loro richieste.

I momenti di tensione sono stati ripetuti. Per questo il ministro Maroni ha garantito che accerterà «perchè questa manifestazione non si è svolta in maniera pacifica». E la questura di Roma spiega i disordini con la presenza di «appartenenti all’area antagonista e di rappresentanti di centri sociali di Roma e dell’Aquila», che si sono infiltrati nel corteo e «incitavano a forzare il blocco per strumentalizzare possibili disordini». Il corteo, peraltro, non era autorizzato, o meglio – come ha spiegato poi l’ex presidente della Provincia, Stefania Pezzopane – era stata chiesta un’autorizzazione per la spostamento di una delegazione di 150 persone; è stato per questo fermato e deviato numerose volte: blocchi a ripetizione, sin da subito, con due mezzi blindati dei carabinieri che hanno impedito di raggiungere – come era nelle intenzioni iniziali – la Camera, per la concomitanza con un’altra manifestazione. Quando una cinquantina di persone ha cercato di forzare il blocco, il sindaco della città abruzzese, Massimo Cialente, è rimasto coinvolto nel parapiglia, ricevendo un pestone (tanto che più tardi ha lamentato dolore alla caviglia), anche il deputato pd Giovanni Lolli ha denunciato di essere stato colpito. «Questo è il governo dell’odio e del manganello», ha commentato Antonio Di Pietro, leader dell’Idv.

I manifestanti hanno premuto anche contro un blocco successivo, posto appena pochi metri dopo: due giovani sono rimasti feriti alla testa – dicono – a causa delle manganellate. Uno di loro, Vincenzo Benedetti – noto alla polizia per aver preso parte a disordini in occasione di altre manifestazioni di piazza – ha sfogato la collera lasciando impronte con il suo sangue sui muri di una banca in via del Corso: «Guardate il sangue di un aquilano – ha detto – La mia unica colpa è essere un terremotato». Si è poi temuta la carica quando, dopo aver aggirato i blindati delle fiamme gialle posti all’ingresso di via del Plebiscito, i manifestanti sono stati nuovamente fermati a due passi dalla residenza del premier, Silvio Berlusconi (duramente apostrofato dalla folla), dove era in corso un vertice del Pdl. Cialente ha dovuto mediare, consigliando ai manifestanti, accerchiati dai blindati dei carabinieri e guardia di finanza, di indietreggiare. Il corteo è così defluito lungo via delle Botteghe Oscure, per arrivare in Piazza Navona.

La “Marcia” si è conclusa tra le lacrime dei manifestanti solo in serata. Davanti al Dipartimento della Protezione Civile, dopo le contestazioni al sottosegretario Guido Bertolaso, c’è stato un lungo applauso per le vittime del terremoto del 6 aprile dello scorso anno. Ai megafoni i manifestanti hanno ricordato la tragedia vissuta e la loro protesta contro «una ricostruzione mai avvenuta».