Nuove forme di povertà: tra disagio e precarietà lavorativa, di Annalisa Cerruti

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Nel confronto fra il 2009 e il 2010 sulla base degli ultimi dati Istat, si scopre che la disoccupazione nella fascia 15-24 anni è salita del 4,2%; quella nella fascia 25-34 dell’1,3%; e quella nella fascia 35-64 invece di appena 0,9%. Gli uomini inattivi sono in aumento dello 0,4% tra aprile e maggio 2010 e dello 0,7% su base annua; mentre le donne inattive presentano aumenti rispettivamente pari allo 0,5% e all’1%. Il motivo di questa distorsione di fondo è che sono i giovani della nostra Provincia a costituire il nerbo dell’esercito degli atipici e dei precari facili da licenziare alle prime difficoltà. La stessa tendenza si nota anche nell’andamento delle retribuzioni: quelle dei giovani e dei precari non solo risultano essere più basse ma crescono anche più lentamente. Senz’altro può incidere su questi valori il fatto che molti di essi siano impegnati in mestieri pagati peggio.
Se sei un tirocinante o un operatore di call center che prende 500-600 euro al mese, difficilmente ti puoi permettere di spenderne altrettanti per l’affitto di un appartamento. O si decide di vivere in condivisione con estranei oppure si rimane a casa con i propri genitori per non peggiorare ulteriormente il proprio stile di vita.
Le famiglie indigenti della nostra città sono cresciute da 15 a 40 dall’inizio dell’anno. Più del 10% di esse non riesce a pagare regolarmente l’affitto. Anche i pagamenti delle bollette ENEL e ENI costituiscono per alcuni un’insormontabile difficoltà.
Dietro ai numeri freddi e alle statistiche astratte ci sono le sofferenze di molti novaresi che non riescono a inserirsi in un ruolo sociale, si sentono sfiduciati e depressi. La disoccupazione è nel contempo un disagio materiale e psicologico perché impoverisce ed è vissuto da chi la subisce come un fallimento personale, una condanna individuale. Si è creato un mercato di serie B per i precari e chi finisce lì dentro spesso si sente prigioniero in una trappola da cui teme di non uscire mai più.
Di lavoro precario in lavoro precario, si possono passare anni senza acquisire un’esperienza qualificata e spendibile per conquistarsi una professione migliore.
Occorrerebbe pertanto rifuggire da clichè convenzionali, come quello sui cd.“bamboccioni”, o da falsi stereotipi per connotare una situazione particolarmente delicata e complessa come quella testè descritta, all’insegna di un nuovo patto sociale improntato alla flessibilità, all’intraprendenza e all’innovazione.

Annalisa Cerruti