“Padroni delle nostre vite”

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Con Pino Masciari a Novara il coraggio della legalità

Immagine«Oggi non costruisco case, palazzi e scuole. Costruisco legalità». Lo ha detto Pino Masciari, primo testimone di giustizia della storia dell’antimafia, incontrando lunedì 10 marzo, presso il teatro dell’Istituto Salesiano San Lorenzo di Novara, i ragazzi del liceo scientifico dell’Istituto e dell’ITIS Leonardo Da Vinci di Borgomanero. Una storia di coraggio e di amore per la giustizia e per la sua terra, quella di Masciari, narrata poco prima da Ture Magro nello spettacolo teatrale “Padroni delle nostre vite”, dialogando con attori virtuali che compaiono su maxischermi, in un avvincente plot multimediale. Imprenditore edile di primo piano nella Calabria degli anni ‘90, Masciari è sottoposto alle pressioni delle cosche con la richiesta di assunzioni pilotate, l’imposizione di forniture di materiali, le pretese di “regali” e di tangenti a politici collusi. Ma sceglie di non cedere ai ricatti, fino a essere costretto a chiudere le aziende e licenziare gli operai. Masciari denuncia all’autorità giudiziaria i mafiosi che lo hanno vessato per anni, mettendo a repentaglio la sua vita. Entra così a far parte del programma speciale di protezione dello Stato italiano con la moglie Marisa e i due figli appena nati. È l’inizio di un’odissea che lo vede sballottato in varie località protette e privato della libertà di tornare in Calabria, dove la sua sicurezza non è garantita ancora oggi. «Abbiamo rotto il muro di omertà di una terra che non parla e non parlerà mai, se i testimoni di giustizia e le persone oneste continueranno a essere trattate così», grida Masciari, denunciando una macchina statale inefficiente che è incapace di tutelare i cittadini “sani”, che si oppongono alla malavita organizzata. «Ma non mi pento della mia scelta – afferma –. Non si può vivere nell’ambiguità: o scegli di vivere con lo Stato e la legalità o con la mafia, non ci sono vie di mezzoHanno cercato di fermarmi in tutti i modi, di impedirmi di testimoniare ai processi, ma non mi sono arreso, perché so che sono nel giusto e continuo a sperare in un sistema di legalità diffuso in cui tutti possano vivere liberi e lavorare. Insieme possiamo farcela, perché lo Stato siamo noi».