Presentato ieri sera “Il mio treno” di Fabiola Ferrandi alla Barriera Albertina

Condividi sulla tua pagina social

by Simone Balocco

Il mio trenoSi intitola “Il mio treno” il libro che la studentessa novarese Fabiola Ferrandi ha presentato mercoledì 26 febbraio alle ore 21 al salone della Barriera Albertina all’interno degli appuntamenti “…questa sera ci vediamo con…”.

La giovane novarese, iscritta al secondo anno della Facoltà di Lettere e filosofia presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, è stata introdotta dalla Presidente della Pro Loco di Novara e ha visto la partecipazione di un nutrito numero di spettatori.

I temi trainanti del libro sono il viaggio e la visita che la ventiduenne nel febbraio 2012 ha fatto, con alcuni suoi compagni di classe, ai tristemente noti campi di concentramenti di Auschwitz e Birkenau. Quell’esperienza l’ha cambiata interiormente tanto da aver voluto scrivere un libro a proposito. L’opera, edita dalla casa editrice milanese “Lampi di Stampa”, è stato pubblicato in una data non casuale, il 27 gennaio, il “giorno della memoria”, quando si ricordano tutte le vittime dei campi di concentramento. Proprio quel giorno, nel 1945, venne liberato il campo di Auschwitz dai russi che poterono toccare per primi con mano ciò che fecero i nazisti.

Ferrandi ha iniziato presentando il progetto cui ha preso parte con la sua scuola, “il treno della memoria”, un progetto creato sette anni fa a Torino da “Terra del Fuoco”. Lo scopo è stato quello di far conoscere ai giovani studenti delle quinte superiori le atrocità che milioni di persone hanno vissuto durante la loro permanenza nei campi, cercando, se possibile, di capire le motivazioni.

L’autrice, visibilmente emozionata, ha spiegato che la sua voglia di scrivere il testo è stata dovuta al fatto di aver visto con i propri occhi, e con il proprio cuore, ciò che Adolf Hitler è riuscito a fare, ai margini della Seconda guerra mondiale: far internare, senza nessuna forma di protesta, milioni di persone, la maggior parte di origine e religione ebraica, e di quelli, circa sei milioni non fecero ritorno a casa in quanto moriro, chi di stenti, chi nelle camere a gas. L’unica loro colpa è stata quella, ribadisce l’autrice, di non essere ariani, la forma migliore di “razza” secondo i dettami del nazionalsocialismo. I sopravvissuti hanno dovuto fare i conti, per tutta la loro vita, con la Memoria e il ricordo di quello che hanno vissuto.

Tra le vittime di quello che è passato alla storia con il nome di Shoah, sono anche morti oppositori politici, zingari, testimoni di Geova, qualche musulmano e persone omosessuali, che avevano il triangolo “rosa” sul petto. Gli oppositori politici venivano giudicati sommariamente da un tribunale e venivano o fucilati oppure uccisi nelle doccie, dove veniva usato, al posto dell’acqua, il gas “Zyklon B”.

Ferrandi ha parlato della sua visita alla fabbrica di Oskar Schindler, celebre per la sua “lista” che ha salvato mille suoi dipendenti che avrebbero potuto morire nei campi di sterminio e che da questa vicenda, nel 1993, Steven Spielberg ha tratto un celeberrimo film in bianco e nero; al ghetto di Cracovia; al “corridoio dei bambini”; ai binari di entrata ad Auschwitz dove entravano i treni che trasportavano i deportati; della figura di Irena Sandler, l’”infermiera buona”, che ha aiutato tantissimi bambini a superare le difficoltà nel ghetto di Varsavia.

L’autrice ha sostenuto con forza che non è accettabile uccidere persone per un qualcosa che non esiste, cioè morire per colpa di una presunta “razza” che, appunto, non esiste. “E’ impossibile parlare ancora di queste cose nel 2014”, ha detto con forza la giovane Fabiola.

Nel corso della presentazione, durata circa un’ora, Fabiola Ferrandi ha anche letto due storie molto toccanti prese dal suo libro, quella della transatlantico “Saint Louis” e quella di Arpad Weisz, giocatore e poi allenatore ungherese morto ad Auschwitz

La “Saint Louis”, guidata dal capitano Gustav Schröder, salpò dal porto di Amburgo con direzione Cuba con a bordo oltre 900 ebrei che dovevano scappare dalla Germania perchè nel loro Paese avrebbe avuto “problemi”, ma che il governo dell’isola caraibica dopo una prima approvazione, rifiutò lo sbarco e la nave dovette fare ritorno in Germania. Molti di loro si rifugiarono tra Gran Bretagna, Francia, Belgio e Paesi Bassi, ma 227 di loro furono internati nei campi e non tornarono nelle loro case. Gustav Schröder, Oskar Schindler ed Irena Sendler sono stati insigniti, al termine della Seconda guerra mondiale, del titolo di “Giusti tra le Nazioni”.

Il nome di Arpad Weisz sembrava essere stato cancellato dalla memoria collettiva, ma negli ultimi tempi la sua figura è stata molto omaggiata, in quanto morì insieme alla moglie e ai due figli ad Auschwitz. Weisz ha anche allenato il Novara Calcio nella stagione 1934/1935, la stagione precedente la prima promozione in A degli azzurri, ma i successi li ha avuti sulle panchina di Ambrosiana Inter e Bologna con le quali vinse ben tre scudetti (1929/1930 con i milanesi e 1935/1936 e 1936/1937 con i felsinei) ed la “Coppa dell’Esposizione universale” nel 1937, antesignana dell’odierna Coppa dei Campioni. Il Novara Calcio, lo scorso 28 ottobre, ha deciso di ricordare la figura di Weisz ponendo una targa ricordo all’interno dello stadio “Silvio Piola”. Weisz fu internato il 29 settembre 1941 con la famiglia e morì il 31 gennaio 1944.

Sebbene il Medioevo è da considerarsi come un “secolo buio”, sottolinea l’autrice, “anche il Novecento è da considerare anch’esso un “secolo buio”. Un secolo che ha portato a due guerre mondiale, a milioni di morti, all’esasperazione delle ideologie. Ancora oggi ci sono tante guerre non solo dimenticate, ma che non si sa di preciso neanche più il motivo della loro causa”. Ferrandi ha sottolineato il fatto che sebbene nella Prima guerra mondiale mondiale la Germania potè contare su migliaia di soldati di origine ebraica, vent’anni dopo questi non servivano più alla causa.

E l’autrice spera che gli oltre sei milioni di morti nei campi di sterminio nazisti non vengano mai dimenticati dalle nuove generazioni e che il loro sacrificio non venga ripetuto in futuro. “Purtroppo”, ribadisce Fabiola Ferrandi, “siamo l’ultima generazione che avrà l’onore di conoscere in prima persona ciò che i reduci hanno vissuto e spero che alla loro morte il loro monito non finisca nel dimenticatoio”.