Riceviamo e pubblichiamo articolo segnalato da una cittadina novarese: “A Nuara la Sinistra relativista: la cultura si, ma non in quella lingua”

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di Marco Tamburelli*

cartello NuaraA Nuara la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo non è arrivata. A Nuara si può usare la lingua tradizionale del popolo solo se lo si fa in sordina, guai a scriverla, soprattutto se su pezzi di latta. Ed è così, che le stesse persone pronte ad impegnarsi per la salvaguardia delle minoranze minacciate sono poi in prima fila quando si tratta di negare ai novaresi un diritto fondamentale: il diritto di chiamare la loro città con il proprio nome. Il diritto di chiamare la loro città con quel nome che da secoli echeggia per le strade novaresi, ben prima che la macchina burocratica la ribattezzasse con il toscanizzante “Novara”. Quel nome che, come ha ricordato l’amico e instancabile animatore culturale novarese Paolo Nissotti, fu il nome usato da coloro che “per secoli si son spaccati la schiena sotto il sole rovente in estate e nel gelo rabbioso in inverno” e che “per secoli hanno spinto col loro lavoro e i loro sacrifici, il carro comune del progresso e del benessere”. La memoria di queste persone vale meno dei gemellaggi fantasma e delle inpronunciabili “denuclearizzazioni”, perché quelle almeno un cartello tutto loro ogni tanto ce l’hanno.

Eppure l’Europa parla chiaro: la Carta Europea delle Lingue Regionali e Minoritarie (art. 10 comma 2) sancisce il diritto a “l’adozione, […] congiuntamente con l’adozione della deno­minazione nella lingua ufficiale, di forme tradizionali e corrette della toponomastica nelle lingue regionali o minoritarie”. Per chi credesse ancora che le varianti Romanze d’Italia siano “dialetti dell’italiano” (posizione ormai indifendibile) c’è comunque la raccomandazione 928 del Consiglio d’Europa, che sancisce il diritto alla toponomastica nelle “lingue regionali e nei dialetti d’Europa”. Tali diritti sono sistematicamente negati da una politica miope e glottofoba che ha visto protagoniste non solo Nuara ma anche Lecch/Lecco e Turin/Torino. Politica che è spesso il risultato di una “sinistra relativista” secondo la quale ciò che conta non è l’ingiustizia, ma la provenienza di chi la subisce. La sinistra relativista si interessa dei diritti degli “altri”, mentre i popoli autoctoni debbono zittire di fronte alla cancellazione della loro lingua, la loro cultura, le loro origini. E in tutto ciò, non solo la sinistra non grida allo scandalo culturale, anzi, è la prima forza politica ad assicurarsi che le culture autoctone d’Italia non vedano la luce oltre piccoli spazi comico-folcloristici. Il “dialetto” (come chiamano loro le lingue regionali d’Italia) va bene sì, ma non a scuola. Sì, ma non nella toponomastica. Sì, ma non nei siti amministrativi. Sembra che abbiano preso le varie raccomandazioni di Unesco e Consiglio d’Europa per poi prefissarle con “ma non lì”. E quindi cambiano tutto per non cambiare nulla: quelli che una volta erano la “malerba dialettale” adesso sono “la nostra bella storia”, a patto che restino nei cassetti polverosi delle biblioteche civiche, o sulla bocca di chi lo usa per far ridere.

Incredibile con che facilità accettino questo status quo solo perché “è così ormai da tempo”. Certo è così ormai da tempo che i Sinti vengono discriminati, ma una sinistra coerente dovrebbe sapere che ciò non rende la discriminazione meno ingiusta. E sia chiaro, non sto paragonando l’ammontare di sofferenza dei Sinti con quello dei novaresi, ma una sinistra coerente dovrebbe sapere che i diritti non sono una competizione. L’ingiustizia perpetrata nei confronti dei novaresi e della loro storia linguistica non diventa meno ingiustizia solo perché è possibile dimostrare che i Sinti hanno subito ingiustizie maggiori. Affermare che la negazione del diritto linguistico è un male minore quando perpetrato verso cittadini italiani non è altro che relativismo elitista.

E’ difficile trovare giustificazioni per tale ipocrisia. Perché di ipocrisia si tratta. Contestualizzare le ingiustizie va anche bene, ma difenderle o addirittura aiutarne la perpetuazione con il proprio voto è tutta un’altra cosa.

Eppure, il metodo per evitare i due pesi e le sue misure è talmente chiaro che è quasi imbarazzante doverlo ricordare: si decidono i propri valori per poi seguirli doverosamente senza favoritismi. E’ la mancanza di questi valori alla base dei comportamenti degli amministratori di Nuara, Lecch, e Turin che dimostra il fallimento e l’incoerenza della sinistra italiana su temi linguistici. E così assistiamo a casi dove consiglieri di sinistra votano contro diritti linguistici di cittadini italiani e allo stesso tempo si fanno in quattro per difendere gli stessi diritti quando si tratta di popoli remoti, o di immigrati o extra-comunitari. E così la sinistra dimostra la sua moralità provinciale, quella secondo la quale non è sufficiente subire un’ingiustizia, ciò che conta è che l’ingiustizia subita sia quella conveniente. Chi subisce l’ingiustizia “sbagliata” non conta. Se ai Baschi o ai Cheyenne viene negato il diritto di usare i loro nomi tradizionali, allora tutti a puntare il dito e a gridare all’ingiustizia. Ancor peggio se i diritti linguistici vengono negati ad immigrati. Ma se è chi parla la lingua storica del Piemonte o della Lombardia a reclamare i diritti linguistici, allora si trattano con condiscendenza, gli si dice che quella lingua può essere usata solo sottovoce, ma guai a far vedere che esiste, guai a scriverla su un cartello. Ci si spinge addirittura, come ha fatto l’assessore novarese alla cultura Paola Turchelli, a dire che un cartello bilingue è solo “un pezzo di latta”[1], come se l’assessore non fosse al corrente del fatto che la valorizzazione della cultura passa anche per i simboli. O forse l’assessore Turchelli pensa che la bandiera italiana sia solo un pezzo di stoffa, e la lingua italiana un semplice agglomerato di suoni? Suvvia, non prendiamoci in giro, il relativismo non fa onore a nessuno, tantomeno alla sinistra.

Oltre ad essere intollerabilmente provinciale, questo comportamento della sinistra è difficile da giustificare date le origini nobili (nel senso di elevatezza intellettuale) della sinistra italiana. Origini che includono Antonio Gramsci, colui che pregava la sorella Teresina di lasciare che i figli parlassero liberamente il sardo assieme all’italiano. E ricorda niente l’esperienza di Pasolini, e della sua scuola per l’insegnamento del friulano che nel 1943 fu bloccata dal provveditorato di Udine sotto ordine del Partito Nazionale Fascista? Almeno allora tutto aveva un senso: gli esponenti di sinistra stavano con la lingua del popolo, ed il Fascio bloccava le iniziative atte ad emancipare la lingua locale. Ma oggi? Oggi la sinistra relativista rende tutto più difficile, anche quando i promotori dell’iniziativa in lingua locale non hanno alcuna affiliazione politica, come è stato per il caso di Nuara/Novara. Perché “la cultura sì ma non in quella lingua”, “la lingua locale sì ma non lì” e “la lingua locale sì ma non così”, “la lingua non così e certamente non lì”. Sembra quasi che le direttive di Unesco e del Consiglio d’Europa non siano mai arrivate a Novara. Pardon, Nuara.

*Marco Tamburelli ci ha gentilmente inviato questo contributo che con piacere pubblichiamo.

Marco Tamburelli è docente di bilinguismo al Dipartimento di Linguistica dell’Università di Bangor, in Galles. Interessato a tutto quello che riguarda le lingue, e alla difesa dei diritti linguistici di tutti i popoli del mondo, ma soprattutto di quello lombardo.