Vicenda Yara

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Yara - Foto Corriere della Sera

Yara - Foto Corriere della Sera

 Sono ricominciate intorno alle 8.30 le ricerche di Yara Gambirasio, la 13enne scomparsa da Brembate di Sopra (Bergamo) il 26 novembre scorso. Da ieri, dopo il fermo di un 22enne operaio marocchino accusato dai carabinieri di sequestro, omicidio e occultamento di cadavere, tra i soccorritori si teme il peggio.Per il decimo giorno consecutivo, l’ennesimo sotto la neve, i vigili del fuoco, la protezione civile, il soccorso alpino, la forestale, la polizia provinciale e i volontari si rimetteranno di nuovo in marcia con l’aiuto dei cani da ricerca. Nel frattempo il cittadino marocchino di 22 anni, residente da qualche mese a Montebelluna (Treviso), ha passato la sua prima notte nel carcere di Bergamo. Secondo indiscrezioni, nel corso degli interrogatori di ieri, avrebbe respinto tutte le accuse fornendo una sua versione dei fatti e delle sue «giustificazioni». Ora si dovrà capire se le indagini sono sostanzialmente concluse con il fermo del 22enne o, al contrario, se sono solamente all’inizio. E in questo caso se ci sono dei complici. Secondo alcune indiscrezioni non confermate insieme al nordafricano sarebbero indagati due italiani, ma non è ancora chiaro con quali accuse e dunque quale ruolo potrebbero aver avuto nella tragica vicenda. Dalla decisione che il Gip sarà chiamato a prendere nei prossimi giorni sulla convalida del fermo del 22enne si capirà probabilmente meglio se, oltre al pericolo di fuga, nella mani degli investigatori ci sono elementi forti. Intanto i carabinieri proseguono con gli accertamenti, nella speranza che si trovi presto il corpo della povera Yara che potrebbe fornire elementi fondamentali per le indagini. Il marocchino di 22 anni, residente a Montebelluna, nel Trevigiano, era giunto in Italia qualche anno fa con il ricongiungimento famigliare. Il ragazzo respinge le accuse. Lavorava come muratore nel cantiere di Mapello dove i cani delle forze dell’ordine hanno fiutato più volte tracce di Yara. L’accusa alla base del suo fermo, eseguito ieri a bordo di una motonave che da Genova stava andando a Tangeri, in Marocco, è raggelante: sequestro di persona e omicidio volontario, anche se in Procura a Bergamo si muovono con estrema cautela. Il giovane immigrato è stato interrogato dal pm Letizia Ruggeri nel carcere cittadino di via Gleno, ma ha negato la sua partecipazione al sequestro di Yara. Lo aveva già fatto nella conversazione intercettata dai carabinieri, poco prima della sua partenza verso il Marocco e che ha fatto convergere le indagini su di lui: «Allah mi perdoni, ma non l’ho uccisa io». È una conversazione che si sta comunque cercando di interpretare, perchè la frase potrebbe essere stata detta in un momento particolare, forse di preghiera. Il marocchino, però, davanti ai magistrati, avrebbe «fornito le sue giustificazioni». In queste ore il pm Ruggeri e il procuratore aggiunto, Massimo Meroni, stanno valutando la richiesta di convalida del fermo, per la quale hanno 48 ore di tempo, mentre i carabinieri stanno valutando le dichiarazioni rese dal marocchino. Il suo fermo sembra sia solamente l’inizio di indagini che si profilano complicate come, del resto, una vicenda che sta lasciando con il fiato sospeso i bergamaschi e non solo. Il provvedimento potrebbe essere solo un punto di partenza nella possibile individuazione di eventuali complici. Investigatori e inquirenti stanno cercando di inquadrare il ruolo del marocchino nella vicenda. Potrebbe comunque aver visto qualcosa accaduto nel cantiere di Mapello, unico luogo in cui Yara sembra essere stata dopo la sua sparizione, intorno alle 18,30 del 26 novembre. A quanto si è saputo, non sono nemmeno ancora bollate come del tutto inattendibili le testimonianze di due persone che avrebbero notato la presenza di due uomini, intorno a quell’ora, vicino al centro sportivo.