YARA SCOMPARSA DA OTTO GIORNI

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Yara Gambirasio

Yara Gambirasio

Segugi – cani e uomini e tecnologie – sulla pista della piccola Yara, da otto giorni. Ma anche, sulla stessa pista, voli selvaggi e lampi illusori. Di tutto: segnalazioni da buona fede e buon cuore, fantasie scervellate senza il minimo riscontro, concomitanze incredibili e altre sospette, interpretazioni frettolose d’uno sbiadito segno sulla pietra. In tre giorni hanno lacerato il silenzio della ragazzina le parole di un diciannovenne ora denunciato per procurato allarme, il riconoscimento di un trentenne boliviano che avrebbe visto la ragazzina scrivere su una panchina l’indomani della scomparsa, e ieri mattina il lancio da un’auto in corsa di un giubbotto uguale al suo. La Tac della sparizione di una tredicenne – che pare non aver ombre nei pensieri e nella quotidianità – svela il circo mediatico nel quale troppi vogliono danzare, ma svela anche comportamenti anomali o paranoidi. Se non c’è stato sequestro violento, Yara ha seguito una persona affidabile, parte del suo paesaggio emotivo, un paesaggio sicuro: per affetto, consuetudine, abito, ruolo. Tra coloro che si muovono dentro, lungo il perimetro o intorno al destino di Yara forse c’è chi sa più di quel che rivela o gioca a pilotare lo «spettacolo» sulla falsariga di Avetrana o Garlasco. Le villette di via Rampinelli sono assuefatte al parcheggio 24 ore su 24 dei mezzi delle televisioni con le parabole. La strada che porta all’interno dove abita la famiglia Gambirasio, proprio di fronte alle postazioni tv, è bloccata sempre da una pattuglia di vigili urbani. Si sono intesi, si parla a occhiate: potete stare, muovervi, ma non vi avvicinate a quel campanello. Svoltato l’angolo, duecento metri più avanti, c’è via Ravasio, altrettanto residenziale. Se la percorri tutta arrivi alla Città dello Sport, da dove Yara è scomparsa, una struttura colossale, che non serve soltanto Brembate, ma è frequentata da un vasto comprensorio, anche a questo si deve pensare. In via Ravasio abita con i genitori e il fratello Enrico Tironi, 19 anni. Dopo la scomparsa della ragazza («amici da sempre, da piccoli ci davamo i bacetti») è andato a cercarsi una storia più grossa di lui. E’ vero che in tv ogni vittima ha un amico o amica del cuore e Enrico ha pensato bene di riempire il copione, davanti ai carabinieri e davanti alle telecamere. Una ricostruzione minuziosa, particolari minimi fino al graffio sulla carrozzeria di una Citroën rossa sulla quale lei stava salendo dopo la palestra. «Inattendibile» hanno detto i militari e il sostituto procuratore Letizia Ruggeri. Sentito e smentito, il giovane è tornato a farsi inquadrare, viso provato: «Mi hanno di nuovo interrogato a lungo». E l’hanno ancora accontentato giovedì, in Procura. Non riesce, come tanti, a stare lontano dalle telecamere, da questa vicenda che per ora va avanti a soggetto, senza regista. Mentre lui – che ha visto l’auto, ma poi ha un alibi in casa – compone tasselli del venerdì sera, si fa vivo un boliviano di trent’anni: «L’ho vista in un paese qui vicino, su una panchina a ridosso di un muretto. Si è messa a scrivere». L’ha vista il sabato mattina, oltre dodici ore dopo la scomparsa. Non l’ha detto subito perché «un po’ clandestino», quindi spaventato. La scritta – d’amore: «solo per te» – è nitida, ma al bar non hanno dubbi: «E’ lì, sì, ma da tre anni». Resta la descrizione di Yara. Vista davvero o lineamenti e particolari lasciati come impronte nella mente dalle fotografie? Come la fotografia del giubbotto appallottolato sul ciglio della strada. Ieri, alle 10,30, una giovane donna ha lasciato la sua via, è andata diritta al cantiere dove da giorni Vigili del Fuoco, volontari, unità cinofile dragano pozzi e «dragano» cemento: «Poco fa è passata un’auto. Hanno lanciato dal finestrino un giubbotto nero». Vanno a recuperarlo: come quello della ragazzina. Magari fosse il suo, un segnale che è viva. Però è quattro taglie più grande, è da uomo. Liquidare il lancio come un caso? E’ un po’ dura. Intanto non è così malandato, ma, anche lo fosse, non lo butti in un bidone qualsiasi? lo lanci per strada in un’area che non ha mai visto così tante auto con le insegne? E, guarda caso, lo scaraventi fuori proprio sulla strada battuta due giorni fa dai cani, sotto il cartello che indica che il bivio che porta a Mapello e, dunque, al cantiere dove i cani hanno guidato le battute di ricerca fin dall’inizio? Simboli, depistaggi, incoscienza, opportunità d’accertamenti – come il furgone bianco due volte segnalato – casualità, tutto può essere. In questa tragedia è nitida una doppia verità: troviamo la ragazza e risaliamo a un assassino o, viceversa, troviamo un sospettato forte e lui che ci guidi, se cede, alla ragazza. E’ più probabile la seconda. Brembate di Sopra è un paese di diecimila abitanti che aspetta. La riservatezza della famiglia, il mesto riaffacciarsi in ufficio del padre, insieme con il sorriso di Yara su ogni vetrina, timidamente felice, creano un silenzio che stringe i pensieri e spinge verso di lei più delle rumorose considerazioni delle telecriminologhe oggi di moda. Questa è un’indagine difficile, serrata, per ora non scalfita da questo coacervo di voci in buona fede, scellerata voglia di stare in un reality e l’opposto silenzio, di chi osserva e tace. Ma anche dal gioco del reality qualcosa può travasare, senza volerlo, nella realtà giudiziaria.