di Alessio Marrari
Viviamo in un tempo di impoverimento culturale silenzioso e progressivo, un’erosione non tanto delle competenze tecniche quanto della profondità morale e della capacità di elaborazione collettiva, un tempo in cui la velocità ha sostituito la riflessione, l’emozione ha soppiantato l’argomentazione e l’indignazione ha preso il posto del giudizio ponderato. Le masse non sono necessariamente meno istruite, ma sono immerse in un ecosistema comunicativo che premia la reazione istantanea, la frase breve, la sentenza definitiva, la polarizzazione estrema, e in questo ambiente la complessità viene percepita come fastidiosa lentezza. Il linguaggio si contrae, si frammenta, si carica di aggressività, perde sfumature, perde condizionali, perde prudenza. La sfera pubblica digitale non costruisce più discussioni, costruisce schieramenti, non sviluppa pensiero, produce verdetti, e la sofferenza altrui diventa materiale per una catarsi collettiva spesso brutale. È in questo contesto di regressione espressiva, di semplificazione cognitiva e di progressiva disumanizzazione del discorso che si inserisce la reazione a fatti di cronaca drammatici, trasformati in specchi deformanti della nostra maturità civile, dove la qualità delle parole utilizzate rivela con precisione il livello di salute culturale di una comunità. Tra Pollenza e Civitanova Marche si consuma qualcosa che eccede la cronaca e la attraversa come una lama, un ventenne aggredisce la madre, lei sopravvive, lui raggiunge il porto, si tuffa due volte nel mare notturno e scompare, e fino a qui siamo ancora nel perimetro della tragedia individuale, nel territorio opaco dove il dolore non si spiega ma si registra, dove la violenza ha un corpo e un nome e un’età e forse una storia che nessuno ancora conosce per intero, ma è ciò che accade dopo, nello spazio digitale che si accende intorno al fatto, che rivela qualcosa di più profondo e più inquietante, rivelazione non nel senso del giornalismo d’inchiesta ma nel senso antropologico del termine, uno squarcio che mostra la struttura emotiva e cognitiva di una comunità nel momento in cui si trova davanti a un atto che non riesce a contenere e allora invece di contenerlo lo giudica, invece di comprenderlo lo elimina, invece di sostare nella complessità la riduce a verdetto. Il linguaggio che emerge dai commenti non è semplicemente volgare o aggressivo, sarebbe troppo facile liquidarlo così, è qualcosa di strutturalmente più grave, è linguaggio che ha perso la funzione riflessiva e conserva solo quella reattiva, lingua come scarica, come espulsione, come gesto di separazione dall’altro che si vuole cancellare dal novero degli esseri che meritano considerazione morale, le frasi sono brevi non per stile ma per contrazione cognitiva, i soggetti scompaiono, i verbi si irrigidiscono in formule, le virgolette intorno alle parole degli altri cedono il posto alla sentenza diretta pronunciata senza modulazione e senza condizionale, “Speriamo che sia morto”, “Ha fatto il gesto migliore”, “Un pazzo in meno”, espressioni che non descrivono uno stato d’animo ma performano un’esecuzione simbolica, il soggetto del commento non sta elaborando un giudizio, sta partecipando a un rito punitivo collettivo in cui la morte dell’altro viene invocata come soluzione igienica e come atto di giustizia, e lo fa senza tremore, senza esitazione, senza quella minima resistenza interiore che segnalerebbe la presenza di un conflitto morale ancora vivo. Se si misura la reazione collettiva attraverso un indice che disaggrega livello linguistico, complessità cognitiva, capacità empatica e pensiero critico, il risultato si attesta intorno a 3.5 su 10, punteggio che non fotografa un’ignoranza nozionistica ma una regressione funzionale, un impoverimento dei processi attraverso cui una mente elabora un fatto prima di pronunciarsi su di esso, la complessità cognitiva è la voce più critica, chi commenta non cerca cause, non formula ipotesi, non introduce variabili, non distingue tra la condanna dell’atto e la negazione del valore della vita di chi lo ha compiuto, l’identificazione del colpevole coincide immediatamente con la sua espulsione dall’umano, e questa coincidenza non è un accidente retorico ma un sintomo, il sintomo di un ecosistema comunicativo che premia la velocità della risposta sull’accuratezza del pensiero, la performatività dell’indignazione sulla sua autenticità, la frase che chiude sull’analisi che apre. La curva della discussione segue una dinamica che la ricerca sulla polarizzazione online conosce bene, una fase iniziale ancora emotivamente indifferenziata, un’escalation rapida verso posizioni eliminazioniste, poi la comparsa di commenti metariflessivi che denunciano la brutalità del coro e innescano una seconda polarizzazione, questa volta non sul fatto ma sul diritto alla compassione, e in questa seconda polarizzazione si vede qualcosa di rilevante, una minoranza che non assolve ma rifiuta la disumanizzazione, che distingue tra comprendere e giustificare, che ricorda come il linguaggio non descriva soltanto la realtà ma la produca, che scrive “mi preoccuperei del vuoto che cresce” e in quella frase contiene una diagnosi che nessun commento eliminazionista è in grado di formulare, perché la diagnosi richiede distanza, richiede la capacità di vedere il proprio contesto come oggetto e non soltanto come sfondo, e questa capacità è esattamente ciò che il formato del commento digitale, nella sua architettura di brevità e immediatezza e visibilità metricizzata, sistematicamente erode. Il dato culturale decisivo non è l’errore ortografico, non è la sintassi contratta, non è nemmeno la volgarità, è la facilità, la leggerezza quasi anestetizzata con cui la morte di un altro essere umano diventa un’opinione che si esprime in pubblico senza conseguenze percepite e senza residuo di conflitto interiore, quando una comunità raggiunge questo punto non sta attraversando una crisi di educazione civica ma una frattura nella struttura profonda del riconoscimento intersoggettivo, quella capacità di vedere nell’altro una vita che ha valore indipendentemente da ciò che ha fatto, e senza quel riconoscimento non c’è società, c’è aggregazione, c’è prossimità, c’è persino condivisione di valori dichiarati, ma manca la condizione elementare su cui ogni forma di convivenza civile si regge, e nello specchio di quei commenti non vediamo soltanto un ventenne che si tuffa due volte nel buio del mare, vediamo una comunità che ha smesso di tremare davanti alla morte e ha imparato a usarla come argomento.
