di Alessio Marrari
Quando le regole dello Stato diventano limiti sul campo per la sicurezza e la tutela della legalità.
Sabato 31 gennaio 2026 Torino è stata teatro di violenti scontri durante una manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, storico spazio occupato da quasi trent’anni. La protesta, inizialmente pacifica, è poi degenerata in una vera e propria guerriglia urbana fatta di lanci di oggetti, incendi e attacchi diretti alle Forze dell’Ordine. Un poliziotto del Reparto Mobile di Padova, originario di Pescara, è stato accerchiato e brutalmente aggredito nel corso dei disordini. Il bilancio complessivo parla di 96 poliziotti, 7 finanzieri e 5 carabinieri rimasti feriti, mentre diversi manifestanti sono stati arrestati o denunciati. Un episodio grave che ha immediatamente riacceso il dibattito politico e istituzionale sulla gestione dell’ordine pubblico e sulla sicurezza nelle città italiane. Nella polemica seguita ai fatti di Torino è tornata con forza l’espressione secondo cui le Forze dell’Ordine sarebbero costrette a operare “con le mani legate”, una formula che, al di là della retorica, fotografa una realtà fatta di vincoli giuridici stringenti e di responsabilità personali estremamente elevate. In Italia l’azione di polizia è rigidamente incardinata nel rispetto della legge e delle garanzie costituzionali, anche nei contesti più violenti, come le manifestazioni che degenerano in scontri. Ogni intervento deve rispondere ai principi di proporzionalità e necessità: l’uso della forza è consentito solo nella misura strettamente indispensabile a contenere un pericolo immediato e mai come strumento punitivo. Questo comporta che, anche di fronte a lanci di oggetti, aggressioni o devastazioni, gli Agenti non possano reagire liberamente, ma debbano attenersi a procedure codificate, consapevoli che ogni singola azione verrà valutata successivamente sotto il profilo penale, disciplinare e mediatico. L’arresto stesso non rappresenta un atto discrezionale. La legge consente il fermo solo in casi ben definiti, come la flagranza di reato o su disposizione dell’autorità giudiziaria, imponendo inoltre tempi molto rapidi per la convalida da parte di un giudice. Nel giro di poche ore l’operato degli Agenti viene sottoposto al vaglio della magistratura, mentre alla persona fermata sono garantiti diritti immediati, dall’assistenza legale alla comunicazione puntuale dei motivi del provvedimento. Si tratta di un sistema pensato per tutelare le libertà individuali, ma che spesso lascia chi opera sul campo con margini di manovra estremamente ridotti. È proprio in questo equilibrio delicato tra tutela dei diritti e mantenimento dell’ordine pubblico che si colloca la frustrazione di molti appartenenti alle Forze dell’Ordine, chiamati da un lato a garantire la sicurezza collettiva e dall’altro consapevoli che un errore, anche commesso in pochi secondi e in una situazione caotica, può tradursi in conseguenze personali molto gravi. I fatti di Torino hanno così riaperto una riflessione più ampia: se l’attuale quadro normativo riesca davvero a proteggere adeguatamente chi ogni giorno è chiamato a fronteggiare la violenza o se, invece, non sia necessario un ripensamento delle tutele per chi opera in prima linea. Una riflessione che trova riscontro soprattutto nel rigorosissimo controllo giuridico a cui è sottoposto ogni intervento di polizia, in particolare nelle fasi delle indagini preliminari e delle convalide di fermo e arresto. Il primo e principale elemento valutato dagli inquirenti e dai giudici è infatti il rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e legittimità dell’uso della forza. Ogni azione compiuta dagli Agenti, dal semplice contatto fisico fino all’utilizzo di strumenti coercitivi, viene analizzata per verificare se fosse realmente indispensabile in relazione alla minaccia concreta. Questo aspetto costituisce il nucleo centrale delle verifiche giudiziarie, spesso ancora prima della condotta dell’arrestato. Durante le indagini preliminari la magistratura ricostruisce in modo puntuale la dinamica degli interventi, avvalendosi di filmati, referti medici, testimonianze e relazioni di servizio. Nelle convalide di fermo o arresto il giudice valuta non solo l’esistenza della flagranza o dei gravi indizi di colpevolezza, ma anche la correttezza formale e sostanziale dell’operato degli Agenti, inclusa la proporzione tra la reazione adottata e il comportamento del soggetto fermato. Questo comporta che, anche in contesti di violenza diffusa o di vera e propria guerriglia urbana, le Forze dell’Ordine non dispongano di un ampio margine discrezionale, poiché ogni scelta operativa può diventare oggetto di scrutinio penale e disciplinare. Un errore di valutazione, anche maturato sotto forte stress, può trasformarsi rapidamente in un’indagine per abuso di potere o lesioni personali. È in questo contesto che molti operatori parlano di “mani legate”, chiamati a garantire ordine pubblico e sicurezza collettiva sapendo che la fase più severa del controllo non avviene in strada, ma nelle aule giudiziarie, durante le indagini preliminari e le convalide di fermo. Anche a Novara, come nel resto d’Italia, gli appartenenti alla Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Locale operano all’interno dello stesso quadro normativo che di fatto impone limiti stringenti all’azione sul campo. Regole necessarie in uno Stato di diritto, ma che spesso finiscono per ridurre drasticamente i margini operativi di chi è chiamato a intervenire in situazioni complesse, conflittuali e talvolta pericolose. Gli Agenti impegnati quotidianamente sul territorio devono sopportare pressioni continue, di natura verbale, fisica e psicologica. A questo si aggiunge un elemento ormai strutturale, rappresentato dalla ripresa costante con smartphone, spesso da parte di soggetti estranei agli interventi. Basta la presenza del solito fenomeno con il telefono in mano perché subentri il timore di finire sotto indagine, non per condotte realmente illegittime, ma per azioni estrapolate dal contesto e successivamente amplificate mediaticamente. I video che circolano sui social raramente raccontano l’intera dinamica degli eventi e, nella maggior parte dei casi, mostrano solo brevi frammenti, mai l’inizio dell’intervento e mai ciò che ha portato all’uso della forza o a determinate manovre operative. Eppure su quei pochi secondi il cosiddetto tribunale del web emette sentenze immediate, ignorando completamente la complessità delle situazioni affrontate dagli operatori. In questo clima chi lavora per lo Stato si trova paradossalmente a non sentirsi tutelato dallo Stato stesso, pur agendo nel pieno rispetto della legge, una contraddizione evidenziata da numerosi giornalisti e testate nazionali che da anni sottolineano come l’Italia disponga di Forze di polizia tra le più competenti, addestrate e professionali d’Europa, ma allo stesso tempo tra le meno protette sul piano mediatico e politico. Questa fragilità istituzionale emerge soprattutto quando alcune politiche di minoranza assumono atteggiamenti ideologici e arroganti nei confronti di chi è chiamato a far rispettare la legge, arrivando talvolta a difendere comportamenti che violano i diritti altrui, anche in modo apertamente criminoso. Chi scrive su questo blog sceglie senza ambiguità di stare dalla parte della legalità, riconoscendo il valore e il sacrificio quotidiano delle Forze dell’Ordine tutte e, in particolare, di quelle che operano sul territorio di Novara, uomini e donne che spesso in silenzio garantiscono sicurezza, ordine e tutela dei cittadini, anche quando questo significa lavorare con “le mani legate” e sotto lo sguardo costante di un’opinione pubblica pronta a giudicare, ma non sempre a comprendere.
