Tra guerre lontane e tragedie vicine, il web si trasforma in un’arena di odio permanente dove l’indignazione diventa spettacolo, la violenza verbale sostituisce il pensiero e il coraggio si consuma dietro uno schermo, mentre nella realtà prevalgono silenzio, opportunismo e indifferenza.
di Alessio Marrari
Negli ultimi giorni la cronaca internazionale e nazionale è stata attraversata da eventi profondamente diversi tra loro ma accomunati da un medesimo destino comunicativo, quello di essere trascinati nel cosiddetto “tribunale del web”, uno spazio digitale in cui ogni fatto viene immediatamente processato, giudicato, semplificato e spesso strumentalizzato. Il bombardamento che ha colpito l’Iran, le polemiche esplose attorno al Festival di Sanremo, il tram deragliato a Milano e la tragica morte del bambino sottoposto a trapianto cardiaco hanno generato un flusso impressionante di commenti online, rivelando una costante sempre più evidente, la progressiva erosione del dialogo a favore dell’aggressività, della polarizzazione e della superficialità argomentativa. Sul fronte mediorientale, l’operazione militare condotta da Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani ha scatenato un’ondata di reazioni che raramente hanno mantenuto un registro analitico. Nei commenti si è assistito a un’escalation verbale, da un lato messaggi di approvazione incondizionata dell’attacco, dall’altro invettive feroci contro Donald Trump, accusato di imperialismo e di fomentare conflitti per interesse politico o strategico. Non sono mancati commenti intrisi di odio contro Israele, spesso accompagnati da slogan di sostegno a Hamas, inneggiamenti alla “resistenza” e giustificazioni della violenza come risposta inevitabile all’Occidente. Parallelamente, sono apparsi interventi che invitavano l’Iran a “ricostruire il proprio dominio” e a riaffermare con forza la propria sovranità contro ogni ingerenza esterna, come se la soluzione fosse un irrigidimento ulteriore del conflitto. A rendere il quadro ancora più frammentato, alcuni video di iraniani all’estero o in patria che esultavano per l’indebolimento del regime hanno generato reazioni opposte, tra chi li sosteneva e chi li derideva o li accusava di tradimento. Anche in questo caso, la complessità di una società stratificata è stata compressa in categorie binarie, patrioti contro traditori, oppressi contro complici, senza spazio per sfumature o per una riflessione storica e geopolitica adeguata. Il linguaggio utilizzato, spesso brutale e privo di mediazione, testimonia quanto il dibattito online sia diventato terreno di scontro identitario più che luogo di comprensione. La medesima dinamica si è osservata sul piano nazionale. Il deragliamento del tram a Milano, con vittime e feriti, ha suscitato dolore ma anche una cascata di speculazioni immediate, accuse verso amministrazioni e istituzioni prima ancora che le indagini chiarissero i fatti. La tragedia è stata rapidamente inglobata nella dialettica politica e ideologica, trasformata in argomento per rafforzare convinzioni pregresse. Nel caso del bambino morto dopo il trapianto cardiaco, accanto alla comprensibile commozione, sono emersi attacchi diretti ai medici, giudizi sommari sul sistema sanitario, insinuazioni e richieste di punizioni esemplari, come se la complessità della medicina potesse essere ridotta a un semplice schema di colpa e responsabilità immediata. Ciò che accomuna queste vicende non è soltanto la presenza di opinioni divergenti, elemento fisiologico in una società pluralista, ma la modalità con cui tali opinioni vengono espresse. La rete sembra amplificare l’impulso emotivo, favorire il linguaggio estremo, premiare il commento provocatorio rispetto all’argomentazione strutturata. L’accesso potenzialmente illimitato alle informazioni non si traduce automaticamente in maggiore capacità critica, anzi spesso produce l’effetto opposto, una sovrabbondanza di stimoli che si risolve in reazioni istintive e in una riduzione della complessità a slogan. Le conclusioni che emergono da questa osservazione sono amare e, per certi versi, inquietanti. Si ha l’impressione che l’umanità stia progressivamente perdendo il senso della misura nel momento in cui si nasconde dietro uno schermo. Dietro un monitor si diventa più violenti, più radicali, più sprezzanti, si invocano guerre, punizioni, distruzioni, si insultano interi popoli e leader politici, si legittimano organizzazioni armate, si condanna senza processo. Eppure, fuori dalla dimensione digitale, nella concretezza della strada, quando si assiste a un’aggressione verso un più debole, troppo spesso si sceglie di glissare, di allontanarsi fingendo di non vedere, oppure di estrarre lo smartphone per riprendere la scena, trasformando il dolore reale in contenuto da condividere. Di scoraggiare, difendere, aiutare, intervenire concretamente non se ne parla quasi mai. Questa dissociazione tra violenza verbale e passività reale rivela una contraddizione profonda. La rete diventa il palcoscenico su cui esibire indignazione e coraggio retorico, mentre nella vita quotidiana prevalgono prudenza, opportunismo, talvolta vigliaccheria. La facilità con cui si giudica e si attacca online contrasta con la riluttanza ad assumersi responsabilità dirette nel mondo fisico. Se il “tribunale del web” è diventato la nuova piazza pubblica, esso rischia di trasformarsi in uno spazio in cui l’odio è performativo e l’impegno è simulato. In questo scenario, la percezione di un impoverimento del dibattito non appare come semplice nostalgia per un passato idealizzato, ma come constatazione di un cambiamento culturale profondo. La violenza verbale crescente, la polarizzazione estrema e l’assenza di autentico dialogo non sono solo fenomeni comunicativi, sono segnali di una fragilità collettiva. Recuperare il senso della misura, del rispetto e della responsabilità non è un compito delegabile alla tecnologia, ma una sfida etica e culturale che riguarda ciascuno di noi, dentro e fuori dallo schermo.
