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Città di Novara

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Referendum 2026: il voto travolto dalla superficialità collettiva – L’analisi di Alessio Marrari

DiAlessio Marrari

Mar 26, 2026

Sì o No, destra e sinistra si fronteggiano a colpi di slogan mentre il merito della riforma resta in secondo piano

di Alessio Marrari

Le reazioni sui social al risultato del referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo 2026 dicono molto meno della riforma stessa e molto di più del modo in cui oggi si forma l’opinione pubblica, sempre più esposta a una miscela di semplificazione, appartenenza e reazioni istintive. In teoria si trattava di un passaggio delicato, tecnico, che avrebbe richiesto tempo, attenzione e una certa disponibilità a entrare nel merito; in pratica, sulle piattaforme digitali si è trasformato quasi subito nell’ennesimo terreno di scontro politico, dove capire davvero è diventato secondario rispetto al prendere posizione. La politica, a partire dal governo guidato da Giorgia Meloni, ha contribuito a questa torsione, caricando il referendum di un significato che andava oltre il contenuto giuridico, mentre le opposizioni hanno risposto con lo stesso registro, alimentando una dinamica speculare in cui il confronto si è progressivamente svuotato. In questo contesto, l’elemento più fragile, cioè la conoscenza diffusa dei temi in gioco, è diventato anche il più esposto: i contenuti più visibili non erano quelli più accurati, ma quelli più immediati, più riconoscibili, più capaci di attivare una reazione emotiva. Il linguaggio tecnico è stato messo ai margini non per scelta consapevole, ma perché incompatibile con i tempi e i meccanismi dei social, e così una questione complessa è stata ridotta a poche immagini mentali, facilmente condivisibili ma poco utili per orientarsi davvero. La faziosità ha fatto il resto, perché molti utenti non hanno discusso il merito della riforma, ma hanno semplicemente rafforzato una posizione già esistente, leggendo il risultato come conferma delle proprie convinzioni più che come occasione per rimetterle in discussione; il referendum è diventato, in sostanza, un contenitore dentro cui proiettare giudizi più ampi sul governo, sulle istituzioni, perfino sull’idea stessa di democrazia. È qui che emerge con più evidenza la forza di una comunicazione che parla alla pancia prima che alla testa: evocare un rischio, suscitare indignazione, promettere ordine o denunciare minacce richiede pochi secondi e funziona molto meglio che spiegare davvero come cambiano gli equilibri tra poteri dello Stato, e in un ambiente regolato dall’attenzione istantanea questo tipo di messaggi finisce inevitabilmente per prevalere. Dopo il voto, questa dinamica non si è attenuata, anzi si è consolidata, perché il risultato è stato immediatamente assorbito dentro narrazioni già pronte, diventando per alcuni la prova di una sconfitta politica e per altri l’ennesimo segnale di un Paese incapace di riformarsi, mentre il contenuto concreto del referendum continuava a scivolare sullo sfondo. In fondo, ciò che si osserva non è solo una discussione accesa, ma una trasformazione più profonda del dibattito pubblico, in cui temi complessi vengono inevitabilmente riscritti per adattarsi a un contesto che premia la rapidità, la semplificazione e l’identificazione, con il risultato che la distanza tra ciò che si vota e ciò che si percepisce tende ad allargarsi, lasciando sempre meno spazio a una comprensione davvero consapevole. Il quadro che emerge dal referendum è semplicemente deprimente e fa paura: una politica ridotta ai minimi storici, che ha abbandonato qualsiasi intento di spiegare, approfondire o guidare il dibattito, e un popolo che sembra incapace di pensare con la propria testa, pronto a farsi trascinare da slogan, emozioni e frasi fatte. La riforma, per quanto complessa e delicata, è stata travolta dalla faziosità, dalle meme-azioni e dalla propaganda più spicciola, trasformando una consultazione istituzionale in un circo di tifoserie digitali dove la conoscenza non conta e ciò che importa è schierarsi. È una sconfitta non solo politica, ma culturale: chi governa gioca sulla pancia e sulla paura, chi osserva si lascia manipolare perché non sa o non vuole alzare lo sguardo, e l’intero dibattito si riduce a un teatrino di reazioni istintive e confusione generalizzata. La delusione è enorme perché mostra una società incapace di elevarsi, pronta a sacrificare complessità e consapevolezza sull’altare della semplificazione, confermando che in Italia oggi la politica è diventata spettacolo e la cittadinanza spettatore senza strumenti per capire, analizzare o reagire davvero.