di Alessio Marrari
Il Primo Maggio incarna, nel profondo della memoria collettiva, una delle ricorrenze più cariche di senso e di storia che il mondo del lavoro conosca. Nato per strappare con forza diritti concreti, salari equi, sicurezza, dignità professionale, dovrebbe configurarsi come un momento di riflessione intensa e di mobilitazione autentica, interamente consacrato alla condizione di chi lavora. Eppure, a osservare i cortei contemporanei con occhio critico, affiora una tendenza sempre più difficile da ignorare, la progressiva e inesorabile dispersione di quel fuoco originario. Negli ultimi anni le manifestazioni del Primo Maggio hanno accolto, con frequenza crescente e preoccupante, slogan e rivendicazioni che con il lavoro intrattengono un rapporto del tutto marginale o inesistente. Messaggi legati a conflitti internazionali, equilibri geopolitici, figure politiche straniere si affiancano, e talvolta si sostituiscono, alle istanze lavorative che dovrebbero essere l’unica ragione di quella piazza. Si leggono cartelli sulla Palestina, si scandiscono cori contro leader esteri o contro scenari bellici che attraversano il mondo, temi certamente degni di dibattito pubblico, ma profondamente fuori registro in una giornata che porta nel nome stesso la propria vocazione. Il fenomeno si presta a una lettura precisa, si tratta di strumentalizzazione. Il Primo Maggio, forte della sua visibilità e della partecipazione di massa che ancora riesce a catalizzare, si trasforma in un contenitore elastico, capace di ospitare qualunque messaggio politico, indipendentemente dalla sua pertinenza. Ne deriva una sovrapposizione caotica di istanze che finisce, paradossalmente, per erodere il significato stesso della ricorrenza. Quando tutto diventa motivo di protesta nel medesimo istante, il rischio è che nulla emerga con nitidezza, la precarietà, la disoccupazione, i salari da sopravvivenza, la sicurezza nei luoghi di lavoro, le piaghe vere, quotidiane, di milioni di persone, svaniscono nell’indistinto rumore di fondo di rivendicazioni generiche o geograficamente lontane, e la giornata perde la sua funzione più autentica, dare voce a chi lavora, o disperatamente cerca di farlo. È necessario precisarlo con chiarezza, i temi internazionali e politici non sono di per sé illegittimi. Ma esiste una questione di contesto, e il contesto è tutto. Ogni ricorrenza porta con sé un significato costruito nel tempo, sedimentato nella storia, riconoscibile a chiunque. Snaturarlo significa indebolirlo, ridurne la forza d’urto, disperderne la carica simbolica. Il Primo Maggio dovrebbe restare uno spazio dedicato prioritariamente al lavoro, con la stessa coerenza con cui altre giornate presidiano le proprie cause specifiche. L’abitudine a dilatare indefinitamente l’agenda delle manifestazioni rispecchia una dinamica più ampia e più insidiosa, per cui ogni occasione pubblica diventa palcoscenico di battaglie trasversali. Ma questa logica, portata alle sue conseguenze estreme, svuota le ricorrenze del loro valore simbolico, non tutto può essere affrontato ovunque, e nello stesso momento, senza che il tutto si dissolva nel nulla. Un esempio recente e di particolare eloquenza si è consumato durante le manifestazioni della Festa della Liberazione. A Milano, lo spezzone della Brigata Ebraica, legato per storia, per identità, per sangue versato, proprio alla liberazione dal nazifascismo, è stato contestato con ostilità crescente da gruppi pro Palestina, fino a essere di fatto isolato, costretto ad abbandonare il corteo sotto scorta, tra slogan carichi di astio e tensioni che stridevano violentemente con lo spirito della giornata. Nello stesso corteo sfilavano gruppi internazionali di ogni provenienza, venezuelani e attivisti di nazionalità diverse, il segnale inequivocabile di una trasformazione profonda, che ha mutato la manifestazione in un palcoscenico di rivendicazioni globali spesso radicalmente slegate dal senso originario della ricorrenza. Episodi come questo rivelano una contraddizione bruciante, un palcoscenico nato per unire si converte in uno spazio di esclusione, in cui chi proclama inclusione con la voce pratica separazione con i fatti. E in alcuni casi, come quello della Brigata costretta alla via di fuga, quella separazione assume i contorni dell’intolleranza, dell’aggressività, di metodi che evocano in modo inquietante proprio quegli atteggiamenti autoritari che tali manifestazioni dichiarano con forza di voler combattere. In conclusione, la proliferazione di slogan estranei durante il Primo Maggio non rappresenta una semplice evoluzione della protesta, né un arricchimento del suo orizzonte, è un problema di coerenza, di chiarezza, di rispetto verso chi quella giornata l’ha conquistata con le lotte, con i sacrifici, con il sangue. Difendere il significato del Primo Maggio significa anche, e soprattutto, preservarne il fuoco, il lavoro, i diritti di chi lavora, la dignità di chi fatica, affinché quella data non si riduca a un contenitore indistinto di rivendicazioni eterogenee e contraddittorie, e torni a essere ciò che è sempre stata, la voce di chi, ogni giorno, si alza e va a lavorare.
