di Alessio Marrari
La mobilitazione contro le scelte del governo Rama si allarga alla diaspora: oggi in piazza Gramsci il presidio promosso dall’Associazione Ura con lo slogan “L’Albania non è in vendita”
Le proteste che stanno coinvolgendo l’Albania e numerose comunità albanesi all’estero rappresentano uno dei momenti di maggiore tensione politica e sociale degli ultimi anni. Per comprendere la portata della mobilitazione è necessario partire dalle motivazioni che hanno guidato le scelte del governo del primo ministro Edi Rama. Negli ultimi anni l’esecutivo ha puntato con decisione su una strategia di sviluppo basata sull’attrazione di grandi investimenti internazionali, sulla valorizzazione turistica delle coste e sull’accelerazione del percorso di integrazione europea. Secondo il governo, l’Albania ha bisogno di capitali esteri, infrastrutture moderne e progetti di grande dimensione per recuperare il divario economico con il resto del continente e creare nuove opportunità di crescita. In quest’ottica si inserisce il contestato progetto turistico previsto nelle aree di Sazan e della laguna di Narta, considerato dalle autorità un investimento strategico capace di generare occupazione, sviluppo e visibilità internazionale.
Tuttavia, una parte significativa della società civile, associazioni ambientaliste, esponenti dell’opposizione e numerosi cittadini hanno interpretato il progetto in maniera completamente diversa. Le contestazioni sono nate dal timore che l’intervento possa compromettere ecosistemi considerati di grande valore naturalistico e favorire interessi privati a discapito del patrimonio collettivo. Nel giro di pochi giorni la protesta ha però superato la dimensione esclusivamente ambientalista trasformandosi in una critica più ampia al modello di sviluppo promosso dal governo. Molti manifestanti hanno iniziato a collegare la vicenda a temi come la corruzione, la gestione del territorio, la concentrazione del potere politico, l’aumento del costo della vita e la continua emigrazione di giovani verso altri Paesi europei.
La manifestazione ha assunto una rilevanza ancora maggiore quando la diaspora albanese ha deciso di mobilitarsi in numerose città europee. Da Milano a Londra, da Bruxelles ad altre importanti comunità della diaspora, migliaia di persone hanno espresso solidarietà ai manifestanti scesi in piazza in patria, contribuendo a dare una dimensione internazionale alla protesta. Questo coinvolgimento non è casuale: milioni di albanesi vivono all’estero e mantengono un forte legame con il proprio Paese, seguendo con attenzione le scelte politiche che ne determinano il futuro. La presenza della diaspora ha amplificato la visibilità mediatica delle contestazioni e ha reso più difficile per il governo relegare il fenomeno a una semplice opposizione locale.
La piega assunta dalla mobilitazione mostra come il conflitto sia ormai diventato uno scontro sul futuro stesso dell’Albania. Da una parte vi sono coloro che ritengono indispensabile attrarre grandi investimenti per favorire la crescita economica e accelerare il processo di modernizzazione del Paese. Dall’altra si schierano quanti temono che questo modello possa compromettere l’ambiente, aumentare le disuguaglianze e ridurre il controllo delle comunità locali sul proprio territorio. Ciò che era iniziato come una protesta contro un singolo progetto si è quindi trasformato in un dibattito nazionale sul rapporto tra sviluppo economico, tutela delle risorse naturali, trasparenza politica e partecipazione democratica. Per questo motivo le manifestazioni continuano ad attirare attenzione sia all’interno dell’Albania sia tra le comunità albanesi sparse in Europa, diventando uno dei principali banchi di prova per il governo di Edi Rama e per la capacità del Paese di conciliare crescita economica e consenso sociale.
L’iniziativa di Novara è promossa dall’Associazione Ura, che sulla propria pagina Facebook denuncia quella che definisce una “svendita del territorio e delle risorse del Paese a favore di pochi privilegiati”. Nel messaggio diffuso online si legge: «Non possiamo restare in silenzio mentre il patrimonio nazionale viene trasformato in un affare per interessi privati. Le nostre spiagge, le nostre montagne, la nostra storia e la nostra identità appartengono al popolo albanese e alle future generazioni. Essere patrioti oggi significa difendere la terra dei nostri padri, pretendere trasparenza, legalità e rispetto per i cittadini. Per questo ci ritroviamo insieme per dire una cosa semplice e chiara: L’ALBANIA NON È IN VENDITA». L’appuntamento è fissato per oggi, 13 giugno, alle ore 18.00 in Piazza Gramsci a Novara.
