di Alessio Marrari
Da una coppetta a Piazza di Spagna emerge una fotografia dell’Italia contemporanea tra assuefazione ai rincari, declino del senso critico e trasformazione del concetto di giustizia economica
Una turista americana in visita a Roma si è ritrovata al centro di una vicenda che nel giro di poche ore ha acceso il dibattito sui social e sulle principali testate nazionali. Il conto contestato, emesso da una gelateria nei pressi di Piazza di Spagna, ammontava a 44 euro e i titoli hanno immediatamente parlato di “due gelati da 44 euro”, alimentando indignazione e polemiche. La realtà, come spesso accade, è più articolata. Dallo scontrino emerge che non si trattava esclusivamente di due gelati ma di due coni maxi, supplementi di panna, un gelato con macarons e due cannolini al pistacchio. Formalmente il conto appare coerente con il listino applicato dall’esercizio commerciale. Eppure la questione non si esaurisce nella correttezza aritmetica dello scontrino. La vera notizia non riguarda il prezzo di un gelato ma la reazione della società di fronte a quel prezzo. Scorrendo centinaia di commenti pubblicati sotto gli articoli e sui social network emerge una spaccatura netta. Da una parte troviamo gli indignati, coloro che parlano di vergogna, di furto, di usura, sostenendo che nessun gelato possa giustificare cifre simili. Per questa parte dell’opinione pubblica il problema non è se il prezzo fosse esposto ma se fosse ragionevole. Si tratta di una reazione che affonda le proprie radici in un’antica idea di giustizia economica, quella secondo cui deve esistere un rapporto equilibrato tra il valore percepito di un bene e il prezzo richiesto. Dall’altra parte troviamo coloro che difendono il commerciante. “Bastava leggere il listino”, “siamo a Piazza di Spagna”, “all’estero costa uguale”, “se non vuoi spendere vai altrove” sono le argomentazioni più frequenti. Questa posizione non valuta il prezzo in termini morali ma esclusivamente in termini contrattuali. Se il listino era esposto e il cliente ha accettato allora ogni discussione diventa irrilevante. È qui che emerge un fenomeno sociologicamente interessante. Per secoli le società hanno distinto tra ciò che era legale e ciò che era giusto. Oggi questa distinzione sembra indebolirsi. Molti commentatori non si chiedono più se dodici euro per un cono siano una cifra proporzionata ma si limitano a verificare se il prezzo fosse indicato. È il passaggio da una cultura della legittimità a una cultura della mera legalità. La domanda non è più “è giusto?” ma “si può fare?”. Si tratta di una trasformazione profonda del modo in cui una collettività interpreta i rapporti economici. Un altro elemento emerge con forza dalle reazioni online. Molti utenti considerano ormai normali prezzi che soltanto dieci o quindici anni fa avrebbero suscitato scandalo quasi unanime. Un cono da dodici euro, una spruzzata di panna da due o tre euro, un parcheggio da trenta euro per poche ore. La ripetizione continua di rincari in ogni settore, dall’energia agli affitti, dal turismo alla ristorazione, dai trasporti ai servizi, produce un effetto di adattamento psicologico. Le persone non giudicano più il prezzo in termini assoluti ma rispetto all’ultimo aumento subito. Ciò che ieri appariva eccessivo oggi viene percepito come inevitabile. La soglia dell’accettabile si sposta continuamente verso l’alto. Tra i fenomeni più sorprendenti vi è la tendenza di molti consumatori a schierarsi spontaneamente dalla parte dell’esercente. Non si identificano con la turista che paga ma con chi incassa. È una dinamica ben nota alla sociologia contemporanea. L’individuo tende spesso ad assumere il punto di vista di chi occupa una posizione economicamente vincente immaginando sé stesso in quel ruolo. Così il ragionamento implicito diventa semplice: se fossi il proprietario farei la stessa cosa. La conseguenza è una crescente tolleranza verso pratiche che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate opportunistiche. Le grandi città d’arte rappresentano inoltre un contesto particolare. Il turista è per definizione un cliente temporaneo, non conosce il territorio, spesso non conosce la lingua e probabilmente non tornerà nello stesso locale. In queste condizioni il rapporto tradizionale tra commerciante e cliente cambia radicalmente. L’incentivo non è fidelizzare il consumatore ma massimizzare il guadagno immediato. La logica della rendita sostituisce quella della relazione e il risultato è un progressivo aumento dei prezzi che può arrivare a scollegarsi dal valore intrinseco del prodotto. Molti commenti non si limitano però a difendere il commerciante ma attaccano direttamente la turista. “Se non hai soldi stai a casa”, “morti di fame”, “compratevi un gelato confezionato” sono frasi che raccontano qualcosa di ancora più profondo. In una fase storica caratterizzata da difficoltà economiche diffuse la frustrazione non si dirige verso chi detiene maggiore potere economico ma lateralmente, verso individui percepiti come ingenui o vulnerabili. È ciò che alcuni sociologi definiscono aggressività orizzontale, cittadini comuni che attaccano altri cittadini comuni mentre il sistema che genera la tensione rimane sostanzialmente fuori discussione. I social network amplificano questa dinamica. Le piattaforme premiano il sarcasmo, la battuta, la provocazione e la polarizzazione, non la complessità. Così una vicenda che potrebbe aprire una riflessione sul turismo di massa, sull’inflazione, sulla trasformazione dei centri storici e sulla sostenibilità dei prezzi si riduce rapidamente a uno scontro tra tifoserie contrapposte. Da una parte i “ladri”, dall’altra i “leggete il listino”. Nel mezzo scompare ogni spazio per un ragionamento più articolato. Il caso del gelato romano non racconta soltanto l’aumento dei prezzi nelle città turistiche ma una trasformazione culturale più profonda. Una parte crescente della società sembra aver rinunciato a interrogarsi sul concetto di equità economica limitandosi a verificare il rispetto formale delle regole. Eppure una comunità non si regge soltanto sulle norme ma anche su un senso condiviso della proporzione, della misura e della reciprocità. Quando questi riferimenti si indeboliscono il rischio è che qualsiasi sproporzione diventi accettabile purché sia legalmente consentita. Ed è forse questa la vera lezione che emerge dai 44 euro spesi per un gelato a Roma: non il prezzo di uno scontrino ma il prezzo culturale che una società paga quando smette di distinguere tra ciò che è possibile fare e ciò che è giusto fare.
