di Alessio Marrari
Prima le accise, poi lo sconto: lo Stato restituisce 17 centesimi dopo averne incassati molti di più
Capita spesso, davanti alla colonnina del distributore, di guardare il display che segna quasi 2 euro al litro e chiedersi: ma perché costa così tanto? La risposta, in gran parte, non ha a che fare con il petrolio né con chi gestisce la stazione di servizio. Il vero peso arriva dalla fiscalità che lo Stato applica su ogni singolo litro. Oggi in Italia esiste un’accisa unica sui carburanti, che si aggira intorno ai 67,29 centesimi di euro al litro. Ma quella cifra non è nata dal nulla: è la somma di decine di aumenti accumulati nel corso di quasi cento anni, introdotti per finanziare guerre, terremoti, alluvioni, missioni militari all’estero e altre emergenze. Con il tempo tutte queste maggiorazioni si sono fuse in un’unica imposta, che ancora oggi ritroviamo su ogni pieno.
Se si va a ritroso nella storia fiscale italiana, si scopre un elenco quasi infinito di interventi “straordinari” che, messi insieme, hanno costruito pezzo dopo pezzo il sistema attuale. Si parte dal 1935-36, in piena guerra d’Etiopia, quando venne introdotta la primissima maggiorazione: appena 0,000981 euro per litro, una cifra minima ma che segna l’inizio di questa lunga catena. Nel 1956 tocca alla crisi di Suez, con un aumento di 0,00723 euro al litro. Poi, nel 1963, arriva la tassa legata alla tragedia del Vajont (0,00516 euro/litro), seguita nel 1966 da quella per l’alluvione di Firenze, praticamente identica come importo. Nel 1968 è la volta del terremoto del Belice, sempre con 0,00516 euro in più al litro. Gli anni ’70 e ’80 portano rincari più corposi: il terremoto del Friuli, nel 1976, aggiunge 0,0511 euro al litro; quello dell’Irpinia, nel 1980, ne mette altri 0,0387. Nel 1982 arriva un aumento decisamente più pesante, legato alla missione ONU in Libano: 0,106 euro per litro. Nel 1996 tocca alla missione in Bosnia, con un incremento più contenuto di 0,0114 euro. Il nuovo millennio non fa eccezione. Nel 2004 viene introdotta una maggiorazione per il rinnovo contrattuale degli autoferrotranvieri (0,020 euro/litro), seguita l’anno dopo da un aumento destinato all’acquisto di autobus ecologici (0,005 euro/litro). Nel 2009 il terremoto dell’Aquila porta un altro incremento, di 0,0051 euro al litro. Il 2011 è probabilmente l’anno più affollato di interventi: si finanzia il Fondo Unico per lo Spettacolo con 0,0071 euro/litro, si affronta l’emergenza migratoria legata alla crisi libica con 0,040 euro/litro, e si stanziano risorse per le alluvioni in Liguria e Toscana con altri 0,0089 euro/litro. Sempre in quell’anno arriva anche il famoso decreto Salva Italia, che alza la fiscalità sulla benzina di 0,082 euro al litro, con cifre diverse previste per il gasolio nelle rimodulazioni successive. Il 2012 porta con sé il terremoto dell’Emilia-Romagna, con un aumento di 0,024 euro al litro. Infine, nel 2014, arrivano gli ultimi adeguamenti di questa lunga lista: un bonus ai gestori degli impianti (0,005 euro/litro) e la copertura del Decreto Fare (0,0024 euro/litro).
Vale la pena chiarirlo: oggi nessuna di queste voci viene più applicata separatamente. Sono tutte confluite, dal punto di vista normativo, nell’accisa unica che paghiamo oggi. Nessuno, insomma, sta pagando ancora “la tassa per la guerra d’Etiopia” o “la tassa per il Vajont” in senso stretto, ma il valore attuale dell’imposta si è comunque formato, strato su strato, grazie a tutti questi incrementi accumulati negli anni. A questa accisa si aggiunge poi l’IVA al 22%, calcolata, ed è qui che la cosa diventa ancora più pesante, anche sull’importo dell’accisa stessa, non solo sul prezzo del carburante. Il risultato? Su un litro venduto a circa 2 euro, più di 1 euro se ne va in tasse. Quello che resta, meno della metà del prezzo finale, copre il costo vero e proprio del carburante, la raffinazione, il trasporto e la distribuzione.
C’è un dettaglio del decreto sul caro carburanti che in pochi lasciano passare inosservato. Lo Stato annuncia, con un certo orgoglio, uno sconto di 17 centesimi al litro sul gasolio, spacciandolo come un aiuto concreto per famiglie e imprese. Ma basta guardare i numeri per notare un paradosso piuttosto evidente. Se su un litro da 2 euro più di 1 euro è già fatto di tasse, tra accisa e IVA, significa che una fetta enorme di quello che paghiamo alla pompa finisce dritta nelle casse pubbliche. Da qui nasce il ragionamento di chi guarda con scetticismo a questo tipo di misure: prima lo Stato incassa un gettito notevole da ogni pieno fatto, poi ne restituisce una parte limitata attraverso interventi temporanei, presentati come gesti straordinari. Una dinamica che continua ad alimentare il dibattito sulla politica fiscale legata ai carburanti. Quei 17 centesimi, in fondo, sono solo una piccola frazione di tutto il peso fiscale che grava su ogni litro. L’accisa ordinaria resta al suo posto, intatta, e continua a pesare in modo significativo sul prezzo finale, così come l’IVA, calcolata anche su di essa.
Il punto centrale, alla fine, è un altro: ha più senso intervenire con sconti temporanei ogni volta che i prezzi schizzano in alto, oppure sarebbe il caso di rimettere mano in modo strutturale all’intero sistema di tassazione dei carburanti? Il decreto dà una risposta rapida all’emergenza del momento, ma non tocca minimamente il meccanismo che, di fatto, determina gran parte del prezzo che paghiamo alla pompa. Ecco perché la discussione resta viva: c’è chi vede in queste misure un sostegno necessario in un momento di difficoltà, e chi invece le considera un palliativo, ben poca cosa rispetto al peso complessivo delle imposte che continuano a gravare su automobilisti e imprese. Il risultato, comunque, resta lo stesso ogni volta: lo Stato incassa oltre un euro di tasse su ogni litro venduto e, quando i prezzi salgono troppo, restituisce temporaneamente una piccola parte di quanto già prelevato, presentandola, puntualmente, come un intervento straordinario. Per molti cittadini, questo non è un modo per risolvere davvero i rincari, ma solo un cerotto destinato a durare pochi giorni, che non affronta mai il vero problema: una pressione fiscale che continua a pesare, in modo pesante e costante, sul prezzo dei carburanti. C’è chi giudicherà questo decreto una misura necessaria per far fronte a un’emergenza, e chi invece lo bollerà come l’ennesima operazione di facciata. Per i più critici, si tratta della solita pagliacciata all’italiana: un provvedimento che non risolve nulla dei rincari, e che somiglia molto di più a una mossa per raccogliere consenso immediato che a una vera riforma capace di incidere sul portafoglio degli italiani.
E voi, cosa ne pensate? Un aiuto concreto, o l’ennesimo intervento temporaneo che lascia il problema di fondo esattamente dov’era?
Com’era? “Quando io faccio 50€. di benzina, il grosso deve finire nella mia macchina”.
