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Caso REPORT: ricostruzione completa di Alessio Marrari

DiAlessio Marrari

Set 3, 2026

di Alessio Marrari

“Questa ricostruzione nasce dalle notizie, dagli atti giudiziari e dagli elementi emersi pubblicamente nel corso di questi mesi e prova a mettere in fila fatti, coincidenze e interrogativi ancora aperti. L’obiettivo non è sostituirsi agli inquirenti né formulare sentenze, ma ipotizzare, sulla base di quanto finora emerso, quali possano essere stati i reali interessi in gioco nel rapporto tra Ranucci e Lavitola, nel progetto politico attribuito a quest’ultimo, nelle vicende legate all’eolico e, infine, nella profonda trasformazione che ha investito Report e la Rai. Una ricostruzione personale, dunque, che lascia aperte le domande ancora senza risposta e distingue ciò che è documentato da ciò che, al momento, può essere soltanto un’ipotesi”.

La bomba esplosa davanti alla casa di Sigfrido Ranucci non è più soltanto la storia di un attentato contro un giornalista. È diventata il punto di partenza di una vicenda giudiziaria, politica e televisiva che coinvolge la Procura di Roma, Valter Lavitola, la redazione di Report, Fratelli d’Italia, la Rai e un interrogativo che diventa ogni giorno più pesante: che cosa c’era realmente dietro quell’ordigno fatto esplodere davanti all’abitazione del conduttore di Report e perché un uomo che Ranucci stesso descriveva come un amico fraterno avrebbe dovuto commissionare un’azione del genere? Per comprendere il terremoto che oggi attraversa il servizio pubblico bisogna tornare alla notte del 16 ottobre 2025, quando davanti alla villetta di Ranucci a Pomezia esplose un ordigno. L’esplosione provocò danni alle automobili del giornalista e della figlia, ma fortunatamente nessuna persona rimase ferita. Fin dalle prime ore l’episodio venne considerato un atto intimidatorio di particolare gravità, anche per il profilo della vittima: Ranucci era da anni uno dei più noti giornalisti investigativi italiani e il volto di Report, trasmissione che aveva realizzato negli anni numerose inchieste politicamente e economicamente sensibili. L’indagine della Procura di Roma rimase per mesi avvolta nel riserbo, fino alla svolta arrivata nell’estate del 2026, quando quattro persone vennero arrestate con l’accusa di avere partecipato materialmente all’attentato. Ma la domanda decisiva rimaneva senza risposta: chi aveva ordinato la bomba? Gli investigatori arrivano così a Valter Lavitola, imprenditore ed ex direttore de L’Avanti, già conosciuto per una lunga e controversa storia giudiziaria e politica. Il suo nome produce immediatamente un corto circuito perché Lavitola non era un semplice conoscente di Ranucci. Tra i due esisteva un rapporto personale molto stretto, definito dallo stesso legale di Lavitola come un rapporto “fraterno” e confermato, nella sostanza, anche dal giornalista. Una circostanza apparentemente incompatibile con l’ipotesi di un attentato commissionato contro Ranucci e che, proprio per questo, diventa uno degli elementi centrali dell’inchiesta. Il 7 luglio 2026 la Procura di Roma indica Lavitola come possibile mandante e dispone perquisizioni e sequestri. Gli investigatori acquisiscono materiale che potrebbe essere decisivo per ricostruire il movente: sette manoscritti, tre telefoni cellulari e due pen drive. Viene inoltre perquisita l’abitazione di Gomes Clesio Tavares, considerato dagli inquirenti un possibile intermediario tra Lavitola e il gruppo campano ritenuto responsabile dell’azione dinamitarda. Secondo la ricostruzione investigativa, Tavares avrebbe avuto il compito di entrare in contatto con chi poteva procurare l’esplosivo e realizzare materialmente l’attentato. Gli inquirenti ritengono inoltre che l’uomo sarebbe stato mandato in Camerun dopo l’attentato. Circostanze che Lavitola, nella fase iniziale, contesta, così come contesta il proprio coinvolgimento. Il suo difensore, dopo l’interrogatorio, insiste proprio sulla contraddizione apparentemente più evidente: perché mai un uomo che aveva con Ranucci un rapporto così stretto avrebbe dovuto organizzare un attentato contro di lui? Lavitola inizialmente si avvale della facoltà di non rispondere davanti ai magistrati e rende dichiarazioni spontanee, respingendo le accuse e sostenendo di non avere alcun movente. Ma l’inchiesta continua e dalle carte emerge un elemento destinato a cambiare radicalmente la lettura della vicenda: Lavitola avrebbe sviluppato già dal 2024 un progetto politico che aveva come protagonista proprio Ranucci. Secondo quanto riportato da ANSA sulla base dell’ordinanza di quasi duecento pagine, Lavitola avrebbe iniziato a proporre al giornalista l’idea di una candidatura alle successive elezioni politiche, considerandolo una figura capace di rompere gli equilibri esistenti e di raccogliere consenso anche senza una struttura partitica tradizionale. In una chat del 2024 sarebbe comparsa una frase particolarmente significativa: “tra due anni fai il Presidente”, con riferimento alla possibilità che Ranucci potesse diventare presidente del Consiglio. Secondo la ricostruzione contenuta nelle carte, Lavitola avrebbe addirittura sostenuto che Ranucci avrebbe potuto raggiungere il 30 per cento dei voti senza alcun partito. Non si tratta, però, di una prova che Ranucci avesse deciso di entrare in politica, né tantomeno di una prova che fosse coinvolto nel progetto criminale. Il gip, secondo quanto riportato da ANSA, descrive piuttosto un’evoluzione del comportamento di Ranucci: inizialmente il giornalista non avrebbe formalmente condiviso il progetto, mentre successivamente avrebbe mostrato un atteggiamento di apertura o almeno di curiosità nei confronti dell’idea. Ed è proprio questo passaggio che rende la vicenda giudiziariamente delicata: secondo l’ipotesi accusatoria, Lavitola avrebbe trasformato quella che inizialmente era una sua intuizione politica in un progetto concreto, arrivando dopo l’attentato a commissionare persino un sondaggio per valutare il consenso che Ranucci avrebbe potuto ottenere. Il progetto, nelle parole attribuite a Lavitola dalle intercettazioni e dalle carte dell’inchiesta, sarebbe stato molto più ambizioso di una semplice candidatura. L’imprenditore avrebbe parlato di una candidatura destinata a portare Ranucci direttamente a Palazzo Chigi, sostenendo che avrebbe potuto ottenere un consenso enorme anche senza partito. È un elemento che la Procura considera importante per comprendere il possibile movente dell’attentato. La ricostruzione investigativa ipotizza infatti che l’azione intimidatoria potesse servire a trasformare Ranucci in una sorta di simbolo, aumentando la sua esposizione pubblica e creando le condizioni per una successiva ascesa politica. Ma proprio qui occorre fermarsi un momento, perché è la parte nella quale più facilmente la cronaca rischia di trasformare un’ipotesi investigativa in una verità giudiziaria. Il fatto che Lavitola avesse un progetto politico per Ranucci è un elemento riportato nelle carte dell’indagine; il fatto che l’attentato sia stato commissionato da Lavitola è l’accusa formulata dalla Procura; il fatto che Ranucci fosse consapevole del progetto criminale è invece un’altra cosa e, dalle informazioni pubbliche disponibili, non emerge una prova che il giornalista conoscesse preventivamente il piano dell’attentato. La posizione di Ranucci, quindi, rimane radicalmente diversa da quella dell’uomo indicato come mandante. Ed è proprio questa distinzione che diventa fondamentale quando la vicenda giudiziaria entra dentro la Rai. Perché nel frattempo esplode un secondo caso: quello del possibile condizionamento delle inchieste di Report. A sollevare il problema è Fratelli d’Italia, che decide di preparare un esposto alla Procura di Roma chiedendo di fare chiarezza sui rapporti tra Lavitola e Ranucci e, in particolare, sugli eventuali interessi dell’imprenditore nel settore delle fonti rinnovabili nel Lazio. Il riferimento all’eolico diventa uno dei punti politicamente più sensibili della vicenda. L’interrogativo sollevato da FdI è se i rapporti personali tra Lavitola e Ranucci possano avere avuto qualche riflesso sulle attività investigative di Report e se eventuali interessi economici di Lavitola nel settore delle energie rinnovabili possano essere entrati, direttamente o indirettamente, nelle vicende editoriali del programma. È importante sottolineare ancora una volta che l’esposto non equivale a una prova e che non risulta accertato che Lavitola abbia condizionato un’inchiesta di Report. Si tratta della richiesta di verificare una circostanza. Ranucci reagisce con estrema durezza e respinge integralmente l’ipotesi. “Non esiste nessuna inchiesta di Report sull’eolico condizionata da Lavitola. In generale non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola”, afferma il giornalista, aggiungendo che questo potrebbe essere testimoniato dai collaboratori che hanno partecipato alle inchieste. Per Ranucci, dunque, l’esposto di Fratelli d’Italia nasce da presupposti completamente errati. Ma la questione non si esaurisce qui, perché il tema dell’eolico assume un peso politico particolare proprio in ragione della natura delle inchieste realizzate da Report: il programma ha spesso affrontato interessi economici, grandi opere, energia, autorizzazioni, rapporti tra politica e imprese e sistemi di potere. Qualunque eventuale interferenza esterna in questo tipo di attività sarebbe naturalmente gravissima, ma allo stato delle informazioni pubbliche non è possibile affermare che una simile interferenza sia stata accertata. Quello che esiste è un rapporto personale tra Ranucci e Lavitola, l’esistenza di un progetto politico attribuito a Lavitola, un’indagine giudiziaria sull’attentato e una richiesta politica di verificare se vi siano stati altri intrecci. È proprio la sovrapposizione di questi elementi ad avere fatto esplodere il caso. La Rai, infatti, decide nel luglio 2026 di sospendere cautelativamente le repliche estive di Report. La motivazione ufficiale è la tutela del programma, definito un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico. Ma la decisione viene percepita dalla redazione e da Ranucci come un atto politicamente pesante. Il giornalista parla di “vergognose congetture”, mentre la squadra storica di Report fa quadrato intorno al proprio conduttore. Nel frattempo l’azienda comincia a interrogarsi sul futuro del programma e sulla posizione di Ranucci. E qui la vicenda giudiziaria si salda definitivamente con quella aziendale. Dopo nove anni alla guida di Report, Ranucci viene sostituito dalla Rai. L’azienda indica Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi come nuovi conduttori, presentando la scelta come un rinnovamento e una valorizzazione di nuovi volti. Ma la redazione storica reagisce con durezza. Gli inviati contestano il nuovo assetto e arrivano a prospettare le dimissioni in blocco qualora la Rai proceda con la nuova conduzione senza un confronto con la squadra. La ragione dichiarata è la difesa dell’autonomia editoriale e dell’identità di Report. La situazione precipita nei primi giorni di settembre. Il 2 settembre la redazione incontra i vertici aziendali e il giorno successivo arriva il passo indietro di Giulia Presutti, che comunica di rinunciare alla conduzione sostenendo di voler compiere un passo indietro nell’interesse della trasmissione. La scelta rappresenta un colpo durissimo al progetto della Rai, perché uno dei due volti scelti per il dopo Ranucci esce di scena ancora prima del ritorno del programma. Resta invece aperta la questione Daniele Piervincenzi e, soprattutto, rimane irrisolto il problema più grande: quale Report vuole la Rai? Da una parte l’azienda parla di rinnovamento, dall’altra gli inviati storici sostengono che non sia possibile garantire la continuità editoriale del programma senza la squadra che ha costruito negli anni le sue inchieste. Nel frattempo Ranucci prepara la propria battaglia sul piano legale contro la decisione dell’azienda di rimuoverlo dalla conduzione. Ed è qui che la storia diventa ancora più delicata: la sua sostituzione arriva dopo l’esplosione del caso Lavitola, ma la Rai sostiene che il cambiamento risponda a una scelta editoriale e di rinnovamento, mentre Ranucci e una parte della redazione leggono la vicenda in una chiave completamente diversa, come un problema di autonomia e indipendenza del giornalismo investigativo. La politica si inserisce inevitabilmente nella contesa. L’opposizione accusa la maggioranza di avere interesse a ridimensionare una trasmissione spesso critica nei confronti del potere politico ed economico; la maggioranza respinge le accuse e considera la sostituzione una legittima scelta editoriale dell’azienda. Il caso Ranucci diventa così anche un nuovo capitolo dell’eterno scontro sull’indipendenza della Rai e sulla sua governance. Ma c’è un aspetto della vicenda che merita particolare attenzione: l’attentato e il progetto politico attribuito a Lavitola non dimostrano automaticamente che Report sia stato manipolato, né dimostrano che Ranucci abbia partecipato al progetto politico del suo amico. Al contrario, la ricostruzione giudiziaria disponibile distingue la posizione della vittima da quella del presunto mandante. Il punto ancora da chiarire è invece perché Lavitola avrebbe deciso di organizzare l’attentato e quale fosse realmente il suo obiettivo. La spiegazione fornita da Lavitola rende la vicenda ancora più paradossale: l’imprenditore avrebbe sostenuto di essere il mandante dell’attentato ma di averlo fatto per il bene di Ranucci, con l’obiettivo di aumentare la sua protezione. Una versione che deve essere verificata e che convive con l’ipotesi investigativa secondo cui l’attentato avrebbe potuto inserirsi nel più ampio progetto di trasformare Ranucci in una figura politica nazionale. Nel frattempo gli investigatori continuano ad analizzare i dispositivi sequestrati e gli appunti di Lavitola, proprio per ricostruire il rapporto tra i protagonisti, i contatti con gli esecutori e soprattutto il movente. Le sette pagine manoscritte, i tre cellulari e le due pen drive sequestrate possono essere importanti perché potrebbero contenere elementi capaci di chiarire ciò che ancora oggi rimane oscuro. Chi ha concepito realmente l’idea dell’attentato? Qual era il ruolo dell’intermediario Tavares? Perché Lavitola avrebbe dovuto commissionare una bomba contro un uomo che considerava un amico? Quanto era concreto il progetto politico su Ranucci? E soprattutto: esiste una relazione tra questo progetto, gli interessi economici attribuiti a Lavitola e le attività giornalistiche di Report? Sono domande diverse, che non possono essere messe sullo stesso piano e alle quali la magistratura dovrà dare risposte attraverso prove e non attraverso ricostruzioni politiche. È proprio su questo confine che oggi si gioca la credibilità dell’intera vicenda. Da una parte ci sono fatti giudiziari pesantissimi: una bomba esplosa davanti alla casa di un giornalista, quattro arresti, un imprenditore indicato dalla Procura come mandante, sequestri di telefoni, supporti digitali e manoscritti e un’indagine sul possibile movente. Dall’altra ci sono le conseguenze politiche e giornalistiche: un esposto di Fratelli d’Italia sui rapporti tra Lavitola e Ranucci e sugli interessi nel settore delle rinnovabili, le smentite del giornalista, la sospensione delle repliche di Report, la sostituzione del conduttore storico, la rivolta della redazione e ora il passo indietro di una dei nuovi conduttori. In mezzo rimane Valter Lavitola, un personaggio che da anni attraversa le zone più controverse della politica, dell’imprenditoria e dell’informazione italiana e che oggi si trova al centro di un’inchiesta che potrebbe avere conseguenze ben oltre il destino personale di Ranucci. Perché se la Procura dovesse dimostrare che l’attentato era effettivamente parte di un progetto più ampio per costruire politicamente l’immagine di Ranucci, si aprirebbe una questione completamente nuova: non più soltanto chi abbia messo una bomba davanti a una casa, ma quale progetto di potere ci fosse dietro quella bomba. Se invece l’ipotesi del movente politico non trovasse conferma, resterebbe comunque da spiegare la scelta di un uomo vicino a Ranucci di commissionare un atto intimidatorio contro di lui. E parallelamente rimarrebbe da chiarire, sul piano politico, se i rapporti tra Lavitola e Ranucci abbiano mai avuto conseguenze sull’attività di Report. Su questo ultimo punto, al momento, la risposta di Ranucci è categorica: nessuna inchiesta sarebbe stata condizionata. Saranno eventualmente le verifiche investigative, le carte e le testimonianze a stabilire se esista qualcosa di diverso. Il paradosso finale è che la bomba esplosa a Pomezia avrebbe dovuto, secondo l’ipotesi investigativa, produrre un effetto su Ranucci. Oggi quell’esplosione ha prodotto un effetto molto più grande: ha aperto una frattura dentro la Rai, ha messo in discussione il futuro di Report, ha trasformato l’amicizia tra un giornalista e un controverso imprenditore in materia da Procura, ha riportato al centro il tema degli interessi nell’energia e ha trasformato la sostituzione di un conduttore televisivo in uno scontro nazionale sull’indipendenza dell’informazione. La vera storia, dunque, non è ancora arrivata alla sua conclusione. È appena entrata nella fase in cui le domande sono diventate più numerose delle risposte. E forse la risposta più importante arriverà proprio da quei telefoni, da quelle pen drive e da quei sette manoscritti sequestrati a Lavitola: perché è lì che gli investigatori cercano oggi la spiegazione definitiva di una bomba che, partita da Pomezia, è finita per esplodere nel cuore della Rai.