ANCHE NEL 1858 È ANDATA MALE PER LA LEGA NORD

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Carlo Migliavacca
Carlo Migliavacca

di Carlo Migliavacca

Nell’anno dei festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia ho voluto ripassare un po’ di storia e mi sono imbattuto nei così definiti «Accordi di Plombières» scoprendo che, originariamente, questi accordi verbali stipulati fra l’Imperatore Napoleone III di Francia e il Primo Ministro del Piemonte, Camillo Benso Conte di Cavour, nella cittadina termale di Plombières, in Francia, il 21 luglio 1858, prevedevano un territorio italiano confederato e suddiviso in quattro Stati. Per capire, però, è necessario fare un po’ di storia. L’incontro dei due statisti, Napoleone III e Cavour, che pose i presupposti per lo scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza, fu confermato dall’alleanza sardo-francese del gennaio 1859. Stabilì sostanzialmente la guerra di Francia e Piemonte all’Austria, e il futuro assetto della penisola italiana che sarebbe stata divisa in sfere d’influenza francese e piemontese. Gli eventi successivi agli accordi consentirono però di realizzare il piano solo per la parte bellica. L’11 luglio 1858 Cavour lasciò Torino facendo annunciare di essere diretto in Svizzera. Solo Vittorio Emanuele e il generale La Marmora erano al corrente della destinazione finale: Plombières, dove il Presidente del Consiglio piemontese giunse la sera del 20 luglio. Non essendoci pervenuta la testimonianza di Napoleone III, l’incontro ha come unica fonte storica Cavour. La sola versione corrisponde, infatti, alla lettera che Cavour scrisse, già sulla strada di casa, a Vittorio Emanuele, durante la sosta che fece a Baden-Baden. La missiva fu scritta il 24 luglio 1858 e apparve per la prima volta al pubblico ne La Perseveranza di Milano nel 1883. L’incontro fra Cavour e Napoleone III si svolse il 21 luglio 1858. Ci fu un primo colloquio fra le 11 e le 15 di mattina e un secondo dalle 16 fino quasi alle 20, durante una solitaria passeggiata in carrozza nei dintorni di Plombières.  Napoleone III dichiarò a Cavour che occorreva cacciare completamente gli austriaci dalla penisola italiana. Convenuti i due statisti su questo punto, si posero le basi, suscettibili di modifiche secondo il corso della guerra, su come organizzare il nuovo assetto politico dell’Italia:
– Il Regno di Sardegna, la Pianura padana fino al fiume Isonzo e la Romagna pontificia avrebbero costituito il Regno dell’Alta Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele.
– Il resto dello Stato Pontificio, eccetto Roma e i suoi dintorni, con il Granducato di Toscana avrebbe formato il Regno dell’Italia centrale. Nel caso di un ritiro in Austria di Leopoldo II di Toscana lo Stato sarebbe stato guidato, almeno temporaneamente, dalla Duchessa di Parma Luisa Maria di Borbone; personaggio molto gradito a Napoleone III che aveva bisogno a scopi di politica interna di dimostrarsi non avverso all’antica dinastia regnante francese.
– Roma, assieme ai territori immediatamente circostanti, sarebbe rimasta al papa.
– Il Regno delle Due Sicilie sarebbe rimasto sotto la guida del sovrano dell’epoca, Ferdinando II. Se costui si fosse ritirato, Napoleone III avrebbe visto con piacere salire sul trono di Napoli Luciano Murat, figlio di Gioacchino Murat.  Questi quattro Stati italiani avrebbero formato una confederazione, sul modello della Confederazione germanica, della quale si sarebbe data la presidenza onoraria al papa. Tali progetti, previsti negli originali segreti degli accordi di Plombières con l’Imperatore Napoleone III, sarebbero tuttavia naufragati sia a causa dell’opposizone dei Savoia stessi, sia da quella di Garibaldi e dei mazziniani e persino dal Re Francesco II delle Due Sicilie, che non voleva acquisire territori appartenenti allo Stato Pontificio. Qualora quegli accordi verbali originari fossero andati in porto, oggi l’Italia si troverebbe in una situazione geopolitica come vorrebbe la Lega Nord; di più: sarebbe stata addirittura suddivisa in quattro Stati e non in tre come ha sempre predicato Umberto Bossi. Mi verrebbe da dire, in modo umoristico, che Bossi vorrebbe riprendere e ripartire da quegli accordi verbali e segreti di Plombières mai realizzati per colpa di Garibaldi (sempre lui!), dei mazziniani, di Casa Savoia e del re delle Due Sicilie (sempre loro!).