Franca Biondelli: risoluzione – etichettatura a semaforo

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imagesA tre anni circa di distanza dalla bocciatura da parte dell’Unione Europea del “semaforo” sui cibi, la Gran Bretagna ci riprova adottando un sistema di etichettatura che mette in guardia il consumatore sulla presenza di sali, grassi e zuccheri nei prodotti alimentari.

Si tratta di un altro tentativo di “fuga in avanti”, senza attendere le nuove regole UE sull’etichettatura nutrizionale previste per il 2014.

Oltre ad essere privo di consistenza scientifica si pone in contrasto con l’obiettivo di armonizzazione delle regole UE in materia di informazione ai consumatori.

Al di là, ed in aggiunta, delle considerazioni di carattere strettamente giuridico ed economico contenute nella proposta di risoluzione presentata, occorre sottolineare anche un altro aspetto, non meno secondario del primo, che è quello relativo all’impatto sulla salute della popolazione.

L’etichettatura a semaforo introdotta dal sistema inglese non solo non aggiunge nulla rispetto alle informazioni nutrizionali già obbligatorie ma, al contrario, rischia di essere fuorviante ed ingannevole rispetto alle scelte del consumatore, offrendo messaggi paradossali: stando al proposto sistema semaforico inglese, dovrebbe essere considerato pericoloso un prodotto come lo sgombro (pesce sì grasso ma con alto contenuto di omega3 e polinsaturi “buoni”).

Un conto è semplificare l’informazione, totalmente diverso è – in nome della semplificazione – dare informazioni sbagliate!

L’etichetta europea, già così com’è oggi, garantisce una buona informazione al consumatore, con l’indicazione dell’origine estesa ad una serie di prodotti anche se, come ha ricordato il Presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, Paolo de Castro, “l’Europarlamento avrebbe voluto fare di più ma la Commissione bloccò ulteriori indicazioni”.

In ogni caso le “informazioni al consumatore” varate da Bruxelles informano sui contenuti ma senza influenzare le scelte. La decisione della Gran Bretagna, invece, potrebbe porsi in contrasto con il mercato unico, in quanto l’eventuale “bollino rosso” potrebbe essere compreso acriticamente dai consumatori come un “allarme” contro il consumo anche di prodotti agro-alimentari con marchi di qualità e rigidi strumenti di controllo a garanzia dei procedimenti di produzione.

Infine, se un merito ha la decisione inglese, è solo ed esclusivamente quello di riproporre il dibattito sull’introduzione ed il perseguimento di corretti stili di vita. Sicuramente la strada intrapresa, proprio per l’approccio economicistico e protezionistico da cui parte, si muove verso una direzione sbagliata. In un paese come il Regno Unito, dove il 60% degli adulti e un terzo dei bambini sono in soprappeso e dove il 50% della popolazione soffre di ipertensione direttamente associata ad un eccessivo apporto di sale, il problema dovrebbe essere quello di come fare una corretta educazione alimentare piuttosto che introdurre strumenti semplicistici e proibizionisti per affrontare un problema generalizzato di salute.

Allora, dal punto di vista formativo-informativo, appare del tutto velleitario credere di poter modificare le abitudini di consumo di una popolazione con i codici cromatici sulle etichette: piuttosto, servirebbe una seria educazione alimentare a partire dalle scuole e dai medici/pediatri di base perché, come ricordato nel testo della risoluzione proposta, non esistono alimenti buoni o cattivi ma regimi alimentari corretti e non corretti.