Il voto tedesco e la paura dei populismi in Europa

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by Simone Balocco

Domenica 24 settembre in Germania si sono tenute le elezioni politiche per il rinnovo del 19° Bundestag (la nostra Camera dei Deputati). Il partito più votato è stato il CDU-CSU (Christlich Demokratische Union und Christlich-Soziale Union in Bayern, Unione Cristiano-Democratica e Unione Cristiano-sociale della Baviera) della Cancelliera uscente Angela Merkel con il 32,9% dei consensi (246 deputati, in calo di 9 punti percentuali e con sessantacinque seggi in meno rispetto a quattro anni fa), mentre al secondo posto di sono classificati i socialdemocratici (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) di Martin Schulz, volto noto della politica comunitaria ed ex presidente del Parlamento europeo, con 153 deputati eletti pari al 20,5% (anche loro in sensibile calo, con poco più del 5% di voti in meno e quaranta rappresentanti in meno al Bundestag). In Germania i cancellieri sono sempre stati espressione o dei cristiano-democratico-sociali o del partito socialdemocratico. E infatti la Cancelliera si troverà a guidare per la quarta volta il Paese, arrivando a governare (se tutto andrà secondo la legislatura) per un totale di sedici anni, superando di due anni il record di Adenauer (1949-1963), con il Padre dell’integrazione che ha governato per un mandato in più, ed eguagliando un altro padre nobile della Germania, Helmut Kohl, al potere dal 1982 al 1998 con in carniere l’unità dei RFT e RDT e la caduta del muro.

Al terzo e al quarto posto la sfida è sempre stata tra i Verdi (Die Grünen, uno tra i principali partiti ecologisti d’Europa) e tra i Liberali (Freie Demokratische Partei, fuori dal Parlamento alle scorse elezioni federali, ma al governo ininterrottamente dal 1969 al 1994 e tra il 2009 ed il 2013). Eppure tra i due litiganti (politici) questa volta c’è stata una vera e propria sorpresa. A dire il vero, una sorpresa non gradita: i liberali hanno chiuso al quarto posto (10,7% e 80 deputati spediti a Berlino) i Verdi al sesto (8,9% e 67 seggi) e la “medaglia di bronzo” è andata al partito di estrema destra xenofobo, omofobo e razzista Alternative für Deutschland (AfD, Alternativa per la Germania). Questo movimento, molto contestato ma che ha ottenuto ben 5,8 milioni di voti, ha sbaragliato la concorrenza, attestandosi su un incredibile 13% che manderà al Bundestag ben 94 deputati. Nelle diciannove elezioni precedenti, ma una forza così antisistema aveva raggiunto un risultato tale: solo il Partito socialista del Reich, nelle prime elezioni federali del 1949, aveva ottenuto seggi. In molti Land (le regioni) alcuni partiti di destra estrema hanno raccolto voti ed eletti durante questi anni: NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands), Unione Popolare Tedesca e Republikaner.

E pensare che il partito guidato da Alice Weidel e Alexander Gauland, nato nel nel febbraio 2013, alle scorse legislative aveva ottenuto il 4,7% di quota proporzionale ma, con la soglia di sbarramento fissata al 5%, non aveva visto nessun suo esponente eletto. A distanza di quattro anni, e vista la rigidità tedesca in materia di apologia di nazismo, mai un partito come Alternativa per la Germania si era spinto ad ottenere un così forte credito. Se CDU-CSU e SPD hanno reso la Germania (sia quella “ovest” che quella “unita”) un Paese democratico, libero ed immune da forze reazionarie antisistema, lo si deve al suo modello che allontana le forze politiche che si rifanno al vecchio partito nazionalsocialista tedesco e al neonazismo tutto ciò che riguarda la manifestazione di simboli del fu Terzo Reich.

Il sistema elettorale tedesco (in tempi non sospetti pronto ad essere utilizzato anche in Italia), è un sistema “misto”: nonostante sia prettamente proporzionale (più voti prende un partito, più rappresentanti elegge), esiste un doppio voto, dove un elettore vota il partito per la parte proporzionale e con una scheda vota il candidato per la quota maggioritaria. Il 19° Bundestag si comporrà di ben 709 deputati, 79 in più in più rispetto a quelli della legislatura precedente e ancora maggiore rispetto ai 622 eletti della legislatura 2009-2013.Tutto questo in quanto in Germania il sistema è variabile.

Gli obiettivi del partito nato da un’idea dell’economista e docente universitario Bernd Lucke sono quelli di affossare l’establishment e l’euroscetticismo, come qualsiasi movimento politico populista di questi anni Dieci del XXI secolo. Punti focalizzanti sono le politiche contro l’immigrazione, l’islam, le unioni civili e l’aborto. Alleanza per la Germania è il classico partito che soffia sul vento del populismo, un serio problema che sta interessando molti Paesi in Europa. AfD fa parte di quella grande famiglia capitanata dal Front national francese e che ha seguito tra i vari partiti che anni fa non avevano un peso ma che di anno in anno si stanno rinforzando.

Il partito ce l’avrà molto dura perché la Merkel non lo cercherà per formare il governo e le forze di opposizione (socialdemocratici e la sinistra radicale di Die Linke) guarderanno al partito guidato dalla 38enne Weidel e dal 76enne Gauland come al male assoluto, il nemico da cui prendere le distanze sempre e a prescindere.

Queste elezioni hanno registrato, comunque, un dato importante: la gente è tornata a votare. Domenica scorsa ha votato il 6% in più degli aventi diritto al voto rispetto a quattro anni fa. Un ritorno alla politica? Forse, ma fatto sta che molti elettori che si sono presentati ai seggi dopo il gap del 2013 hanno espresso il loro voto per AfD che si sta ponendo come faro dell’universo populista (ed estremista) del panorama elettore europeo.

Il risultato di queste legislative per il partito di destra estrema tedesca ha sorpreso, ma fino ad un certo punto, visto che negli ultimi anni è in continua crescita nei vari Land della Repubblica federale: sette eurodeputati nel 2014 (7% circa), 9,7% in Sassonia, 10,6% in Turingia e 12,2% nel Brandeburgo sempre nel 2014; nel 2015 6.1% ad Amburgo e 5,5% a Brema; lo scorso anno con il 15% in Baden-Württemberg, 12.6% nella Renania-Palatinato e con il 24% in Sassonia-Anhalt si colloca al secondo posto; quest’anno, come antipasto delle “federali”, 6.2% in Saarland, 6% nello Schleswig-Holstein e il 7,4% nel Nordreno-Vestfalia. Un risultato in costante ascesa. Sottovalutato? Si, ma i campanelli d’allarme ci sono stati.

Cosa ha spinto a votare questo partito? Senza dubbio il fatto che i partiti tradizionali che sono in parlamento sin dalla prima legislatura hanno perso il contatto con la realtà, scordando i veri problemi dei tedeschi, sopratutto quelli meno abbienti che non arrivano alla fine del mese e a cui interessa poco delle politiche di Bruxelles. E proprio a Bruxelles, e quindi all’Unione europea, la Merkel ha dato maggiore importanza e nei seggi il popolo tedesco non ha dimenticato alcune sue politiche e l’ha punita non votandola, preferendole un partito molto sui generis per i parametri tedeschi.

Con il voto nel Baden-Wurttemberg delle regionali dello scorso anno, la CDU-CSU, che in quel Land aveva un vero e proprio feudo, si è visto superare dai Verdi che hanno ottenuto il 30% e l’Alleanza per la Germania che, zitto zitto, ha preso il 15%. Ma il clou è stato il voto in Sassonia-Anhalt, nella ex DDR, dove la CDU ha preso si il 32%, ma l’Alternativa per la Germania è stata staccata di otto punti, piazzandosi seconda.

Se negli anni della Guerra fredda l’Occidente era governato da partiti di ispirazione cristiano-democratica e con forze socialiste di un certo spessore, lo stesso spazio geografico oggi è il luogo dove ogni Stato europeo può contare da uno a più partiti considerati populisti, movimenti che mettono in cima alle loro politiche tutto ciò che punta allo sradicamento dello status quo presente nei vari parlamenti per fare spazio ad istanze più vicine alla “pancia” delle persone. Il populismo europeo si fonda sul fatto che ogni singolo Paese è finito in malora per colpa di classi politiche che hanno da sempre governato per ingrassare se stessi, le banche, le multinazionali e i sistemi forti a scapito del popolo che si trovava impoverito di volta in volta non solo a livello politico, ma anche socio-economico. Un punto forte dei populismi è che la colpa del malessere europeo sia dovuto all’immigrazione incontrollata e alle politiche dell’Unione europeo. Peccato che il problema superi questa dicotomia, ma è la conseguenza incontrollata di globalizzazione, nazionalismo e quella crisi economica che si è abbattuta sul Mondo tra il 2008 ed il 2014.

E in tutto questo contesto, complesso e difficile da risolvere (almeno nel breve periodo): i partiti tradizionali (in Germania come in Italia, ma anche nel resto del Mondo) non sono stati pronti a rispondere alle esigenze degli elettori. E gli stessi elettori, traditi, hanno riversato il voto verso partiti nuovi o che sembravano meno peggio dei precedenti. E qui vengono fuori i successi di Front national, UK Indipendence Party (UKIP, Partito per l’Indipendenza del Regno Unito), Freiheitliche Partei Österreichs (Partito della Libertà austriaco), il Partito per la Libertà di Geert Wilders nei Paesi Bassi, i Democratici svedesi, i Veri Finlandesi ma anche le italiane Lega Nord e Casapound, oltre a tantissimi movimenti di estrema destra che si rifanno al neofascismo. Tutti partiti che politicamente pendono tra la destra e la destra radicale. Ma sono considerati populisti anche il Movimento Cinque Stelle e i “di sinistra” Podemos e Syriza. Senza contare che rientra nel discorso “populismo” anche Donald Trump che, da outsider nelle prime elezioni primarie repubblicane del 2016 , è arrivato ad essere il 45° inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue dal 20 gennaio di quest’anno.

E anche la Merkel ha le sue colpe: non solo poco amata in Patria, ma detestata nel Vecchio continente. Motivo? Euro forte, Germania locomotiva europea e rigidità nei bilanci. Dire che la Merkel è il male dell’Europa è esagerato e fuorviante, ma qualche mea culpa se lo dovrebbe fare. E siamo certi che da quando sono usciti i primi exit poll domenica sera ha iniziato a farli.

Sull’Europa soffia sempre il vento (caldo o freddo, è uguale) del populismo. Ma se in Austria, Paesi Bassi e Francia i partiti antisistema sono arrivati a giocarsi la “finale” perdendola, in Germania questi hanno giocato la finale e l’hanno vinta. E uno dei meriti (o demeriti) degli avversari è stato sottovalutare questo partito e ora questi ringraziano e mettono in crisi la Merkel, che sta faticando a trovare l’amalgama per costituire un governo. Martin Schulz ha già detto che passerà all’opposizione facendo tramontare la Grossa coalizione. In politica, come nello sport, chi arriva secondo non vince e diventa il maggior oppositore: negli ultimi 12 anni, otto sono stati caratterizzati in Germania dalla Grosse Koalition nero-rossa e ora Schulz, decidendo di passare all’opposizione “pura”, ha deciso di mettere in difficoltà non solo la stessa Merkel ma tutto il sistema politico tedesco. Sarebbe stato opportuno che la SPD si fosse turata il naso e si fosse accordata già da lunedì con i cristiano-democratico-sociali per andare avanti con l’alleanza di governo. Fatto sta che un partito che tra il 1998 ed il 2002 aveva un peso elettorale tra il 43,8 ed il 41% ora si trova con il 20% e non ha molto da chiedere se non anche lui farsi una serie di mea culpa.

Ed ecco che “Alternativa” farà in modo, sicuramente in maniera poco ortodossa, che il Bundestag diventi un luogo (politicamente) invivibile, con ostruzionismi e polemiche che saranno all’ordine del giorno.

Per quanto riguarda il nuovo governo, la Cancelliera uscente ha già contattato i Liberali e i Verdi per avere la fiducia e farli entrare nel governo. La coalizione “giamaicana” (costituita dai “neri” cristiano sociali-democratici, i “gialli” liberali e i “verdi” dei Die Grue) incuriosisce gli analisti, ma la Merkel dovrà capire perché la sua: CDU-CSU ha perso oltre un milione di voti. E sapete quanti voti in più rispetto alle federali del 2013 ha conquistato la APD? Un milione, voto più voto meno.

E per una Merkel indebolita, guida di un’Europa burocratizzata come non mai, lontana dalla realtà e pro rifugiati (dal 2015, in base al principio della redistribuzione degli immigrati, la Germania ha aperto le porte a oltre 500mila rifugiati), ecco spuntare “da destra” dalla nascita delle Repubblica federale prima (1949) e della Germania unita dopo (1990), un partito che ha goduto del malessere “causato” da frau Angela: tu non pensi ai tedeschi che non arrivano a fine mese e che sono in condizioni di disagio, eccoti arrivare Alternative für Deutschland che ti ha portato via un milione di voti come nulla.

Ma chi ha votato Alternativa per la Germania? Innanzitutto il partito in sé si divide in due correnti: una conservatrice ed una estrema, guidate da Frauke Petry e Alexander Gauland. In mezzo, il volto più fresco di Alice Weidel. Ma, come la storia di tutti i partiti di destra radicale insegna (basta vedere al partito pro-Brexit UKIP che dopo il voto del referendum ha perso sempre più consenso e leadership), già il giorno dopo le elezioni si è spaccato, con l’addio della Petry che considera il partito meno moderato di quando era stato creato da Bernd Lucke quattro anni e mezzo fa, che aveva a sua volta lasciato il partito due anni fa per creare un altro movimento politico a causa del tenore troppo “destrorso” che aveva preso. La stessa Petry ha detto che se la campagna elettorale non fosse stata condotta in maniera così dura ed estrema, magari il partito avrebbe preso anche il 20%.

La linea di AfD è passata dall’essere antieuro, antiglobalizzazione, antiprivilegi politici e vicina alle cause della popolazione in difficoltà ad essere inglobata in tematiche molto meno nobili come il razzismo, la xenofobia, la lotta all’immigrazione e alle persone LGBT (LesbianGayBisexTransgender). Alla prima “curva” il partito, ha perso un pezzo grosso. Ma come tutti i partiti di questo tipo, non c’è un vero elettorato, in quanto in Germania (come nel resto del Mondo quando si parla di partiti populisti) si è votato AfD più per protesta verso i partiti tradizionali che hanno caratterizzato la vita politica teutonica dal suo ritorno nell’alveo delle Nazioni democratiche piuttosto che per una vera e propria ideologia.

Il partito all’interno ha tante anime estreme, tutte controverse: dai negazionisti dell’Olocausto agli apologeti di Hitler, dal disoccupato dell’est all’ultrà, da chi considera l’operato dell’esercito tedesco nelle due guerre come “buono” a chi dice che la Turchia non dovrebbe mai entrare nell’Unione europea. Per non parlare di alcuni deputati che in campagna elettorale hanno definito “vergognoso” il monumento all’Olocausto di Berlino, la Germania deve smetterla con il senso di colpa che l’ha contraddistinta dal 1945 in avanti, oltre a tanti altre deprecabili boutade. Insomma, il presidente del nuovo Bundestag (che dovrebbe essere l’ex Ministro delle Finanze della Merkel, Wolfgang Schäuble) avrà un compito molto difficile.

Ma dove ha preso più voti AfD? Nei Land dell’est. Eh già l’est, la parte del Paese che tra il 1949 ed il 1990 si chiamava DDR (Deutsche Demokratische Republik, Repubblica Democratica Tedesca) e che è sempre stata la parte del Paese più arretrata socialmente, economicamente e lavorativamente. E alcuni Land sono un feudo elettorale di Alleanza per la Germania, in quanto si è fatto portatore delle problematiche di tutta quella parte di tedeschi che sono molto più poveri degli “occidentali”. Il problema dell’est Germania non nasce ieri, ma si trascina dall’unificazione dei due Paesi (3 ottobre 1990) e difficilmente il partito risolverà tutti i problemi di quella parte di Germania. Non lo salverà non perché non ne sia capace, ma perché sono problemi che forse dureranno ancora per decenni visto che Berlino si è più prodigata a bacchettare i Paesi dell’Europa mediterranea e di quella orientale, piuttosto che guardare a casa propria.

Chi ha votato AfD ha votato di “pancia”: paura verso gli immigrati che possono destabilizzare il sistema-Paese, il nazionalismo a scapito di politiche europee che colpiscono indistintamente un continente nel complesso virtuoso ma che ha subito l’onda lunga della crisi del 2008, la distanza fra il centro (Berlino) e la periferia. E per questo motivo che nel Land della Sassonia, “Alternativa” domenica ha preso addirittura il 27% contro il 26.9% della CDU. Lo 0,1 in politica è poco, ma in questo caso è tanto. E Dresda, capitale della Sassonia, è considerata la culla dei nuovi movimenti di estrema destra tedesca dall’unificazione tedesca a oggi e dove Alternativa per la Germania è il secondo partito.

La Germania si scontra contro la propria memoria? Evidentemente si. Tutti sanno che in Germania è punito in maniera importante l’esprimere pareri vicini al neonazismo e alla sua apologia, come fare il saluto romano (è prevista la reclusione) o diffondere materiale che richiama il periodo del Terzo Reich. Mai si pensava che un giorno avrebbe fatto i conti con i fantasmi del suo passato e infatti preoccupano sempre di più i raduni musicali di gruppi rock dichiaratamente nazisti, manifestazioni e alcune partite di calcio, dove le curve di molte squadre (una su tutte, guarda caso, quella della Dinamo Dresda, ma anche di Hansa Rostock e Energie Cottbus) sono un ricettacolo di “manovalanza” dove diffondere il verbo dell’estrema destra. Ma questo è presente, per dire, anche in alcuni stadi italiani.

Domenica è crollato un mito: anche la Germania ha un serio problema con l’estrema destra. E se anni fa i voti che andavano a partiti di destra radicale come NDP e Republikaner erano risibili, ora l’aria è cambiata e il Paese sterza vistosamente a destra.

Ma la cosa che ha stupito più di tutti è il discorso gay: molti omosessuali uomini hanno votato Alternativa per la Germania. Ma se nel 2002 il partito estremista olandese “Lista Pim Fortuyn” era guidato da un gay dichiarato (Pim Fortuyn), Alternativa per la Germania va anche oltre: Alice Weidel è dichiaratamente omosessuale, ha una compagna svizzera di origine cingalese e hanno due figlie adottate. E magari tanti gay hanno dato il voto a ADP forse “spinti” dal fatto che una dei leader è…come loro. Come è possibile questo? E’ difficile da comprendere, ma il fatto che ADP sia contro l’islam, che a sua svolta disdegna gli omosessuali, li ha avvicinati a loro. Ma anche per gli omosessuali ha pesato il fatto che i partiti tradizionali abbiano fallito sotto tutti i punti di vista e ora loro, per ripicca, votano per un partito antisistema. Ed ecco ripetersi il concetto di “voto di protesta” detto precedentemente.

Tornando alla composizione del governo, frau Merkel si trova ora azzoppata, con un Paese spaccato politicamente, ma che sarà ancora la locomotiva economica dell’Europa, un Paese che cresce annualmente del 1.8% (2% il prossimo anno, anche se noi viaggiamo verso l’1.4) e che ha un tasso di disoccupazione del 3.9% (noi siamo ancora oltre l’11%). Ma è politicamente che avrà vita dura, visto che dovrà districarsi tra due opposizioni: SPD e AfD. Se la prima era immaginabile, la novità è la forza del partito uscito (praticamente) vincitore dalle elezioni di domenica.

Il bivio ora per Kabinett Merkel IV sarà: pensare più all’Europa o pensare un po’ di più ai propri cittadini? La Germania non è allo sbando, sia chiaro, ma questa elezione dovrà far riflettere tutti i politici e gli analisti. Molti estremizzano dicendo che il NSDAP ha iniziato così, da una semplice elezione per poi portare il Paese allo sfascio in appena 12 anni.

“Alternativ” non è un partito nazista (o neo nazista) perché nel 2017 questa parola (come dire “neofascismo” o “neocomunismo”) è fuori dal tempo, ma dal punto di vista politico potrebbe essere un problema, perché se l’Europa non cambierà registro qualcuno glielo farà cambiare.

La paura, dice un detto, è fatta di niente, ma i politici europei dovrebbero scendere dal pero, girarsi intorno ed essere più vicini alle istanze dei propri cittadini.

Perché come diceva Karl Marx (guarda caso, un altro tedesco) la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ma alcune farse possono non essere tanto piacevoli. A Berlino come nel resto del Mondo.

(articolo scritto in collaborazione con Paola Maggiora)