La “generazione di fenomeni” della pallavolo italiana

Condividi sulla tua pagina social

di Simone Balocco

 

Nel 1991 gli Stadio pubblicarono la canzone “Generazione di fenomeni”, contenuta nel disco “Siamo tutti elefanti inventati”. Questa canzone, una delle più famose del gruppo bolognese, ha fatto parte della colonna sonora della serie tv Rai “I ragazzi del muretto”. A distanza di 30 anni dalla sua uscita, questa è ancora oggi un caposaldo della band capitanata da Gaetano Curreri.

Cos’è una “generazione di fenomeni” in sé? Significa che in un determinato lasso di tempo sono nati o si sono “sviluppati” un certo numero di persone che, svolgendo lo stesso mestiere, hanno fatto insieme qualcosa di epico, storico ed iconico. Un periodo fenomenale che ha dato il là a qualcosa di fenomenale, in soldoni.

Nell’ambito dello sport, questa espressione è riferita alla Nazionale italiana di pallavolo maschile, la squadra non solo più forte del decennio 1990-2000, ma considerata anche la squadra di volley più forte di tutti i tempi. Vero vanto ed orgoglio dello sport italiano.

Per spiegare al meglio questa “generazione di fenomeni”, termine lanciato per la prima volta dal telecronista Rai Jacopo Volpi dopo l’ultimo punto conquistato dagli azzurri nella finale del Mondiale di Grecia ’94, c’è da tornare indietro nel tempo e spiegare che nel nostro Paese solo a partire dal 1989 (convenzionalmente) ci si è interessati davvero alla pallavolo. Il 1989 è lo spartiacque nella storia di questo sport nel nostro Paese: prima di allora la pallavolo c’era, ma non era per nulla mainstream.

Fino a quel momento, c’erano state diverse vittorie nelle competizioni europee da parte dei singoli club con Torino (Coppa dei Campioni 1980; Coppa delle Coppe 1984), Parma (Coppa dei Campioni 1984 e 1985; Coppa delle Coppe 1988 e 1989: Supercoppa europea 1989; Mondiale per club 1989), Modena (Coppa delle Coppe 1980 e 1986; Coppa CEV 1983-1984-1985), Bologna (Coppa delle Coppe 1987), Falconara (Coppa delle Coppe 1986) e Milano (Coppa CEV 1987). Sempre fino al 1989, la nostra Nazionale aveva vinto solo un bronzo europeo ed uno olimpico nel 1948 e nel 1984, vincendo diverse medaglie in altre manifestazioni internazionali che però non sono paragonabili, come prestigio, alle vittorie di un Mondiale, di un Europeo o di un titolo olimpico (due ori e due argenti ai Giochi del Mediterraneo, un oro e un bronzo alle Universiadi).

Ci furono due lampi nel 1978 e nel 1984. Nel 1978 la Nazionale guidata dal Commissario Tecnico Carmelo Pittera vinse l’argento mondiale in casa perdendo in finale contro l’URSS, allora di un’altra categoria. Alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 la nostra Nazionale vinse un incredibile medaglia di bronzo perdendo in semifinale contro il Brasile e vincendo la “finalina” contro il Canada.

Nel complesso, i club italiani davano soddisfazioni mentre la Nazionale era “deficitaria”. La colpa non era degli azzurri, ma “era” delle squadre dell’Est Europa che praticavano un altro “sport”: l’Unione Sovietica, tanto per intenderci, fino al 1991, è stata sei volte campione del Mondo, tre volte campione olimpica e dodici volte campione europea (vincendo consecutivamente il titolo tra il 1967 ed il 1987). Tra il 1948 ed il 1987, nessuna squadra dell’Europa occidentale aveva mai vinto il titolo continentale ed in sole due occasioni la Francia era arrivata seconda, mentre ai Mondiali, tra il 1949 ed il 1986, solo gli Stati Uniti (nel 1986) avevano spezzato il dominio sovietico (sei vittorie), cecoslovacco (due vittorie), polacco e tedesco-democratico (una vittoria ciascuna). La nostra nazionale maschile faceva da spettatrice: troppo forte il divario con le altre avversarie. In Federazione si sperava che un giorno anche noi avremmo contato nello scacchiere internazionale.

La svolta si ebbe nel 1989 con gli Europei organizzati in Svezia: la Nazione campione in carica era l’URSS mentre gli azzurri, nell’edizione belga precedente, erano giunti noni. Chissà come si sarebbe comportata la nostra Nazionale. Chissà come si sarebbe piazzata. Chissà a che turno sarebbe stata eliminata. E, invece, a sorpresa, gli azzurri sconfissero in finale i padroni di casa, anche loro alla prima finale europea. Quello fu un torneo denso di emozioni con la nostra Nazionale che si sbarazzò, nella fase a gironi, di Bulgaria, Francia, le due “Germanie” e lasciando al secondo posto del girone i padroni di casa della Svezia. In semifinale l’Italia si era sbarazzata della forte Nazionale dei Paesi Bassi ed in finale sconfisse 3-1 ancora gli svedesi. Mai l’Italia del volley maschile si era spinta così in alto. Finalmente il tricolore veniva issato in alto in Europa sulle note dell’Inno di Mameli.

Il sestetto che sconfisse gli scandinavi era composto da Andrea Lucchetta, Andrea Zorzi, Lorenzo Bernardi, Andrea Sartoretti, Andrea Anastasi e Roberto Masciarelli. Fu Zorzi a schiacciare il punto vincente del 15-7 al quarto set. In panchina c’era l’argentino Julio Velasco.

Il nuovo Commissario Tecnico era il primo straniero alla guida della Selezione, aveva 31 anni, era nato a La Plata ed era in Italia da sei anni. In patria aveva allenato il Ferro Carril Oeste vincendo quattro titoli nazionali consecutivi e nel 1983 era giunto a Jesi per allenare in Serie A2. Nel 1985 Velasco passò alla Panini Modena. Giocatori di spicco di quella squadra erano Luca Cantagalli, Lorenzo Bernardi, Andrea Lucchetta, Fabio Vullo, Franco Bertoli e la Panini Modena “targata” Velasco vinse in quattro stagioni quattro scudetti consecutivi, tre Coppe Italia ed una Coppa delle Coppe. Modena allora era la capitale della pallavolo maschile.

L’approccio di Julio Velasco alla Nazionale italiana fu particolare ed innovativo: in accordo con la Federazione, si dimise da allenatore della Panini Modena e decise di diventare a tempo pieno CT della Nazionale. Mai prima di allora si era avuto un Commissario Tecnico a tempo pieno che dedicasse la sua vita (pallavolistica) alla Nazionale. Iniziò a visionare tutti i giocatori, a capire gli errori fatti in precedenza e migliorare ciò che c’era già. Velasco cambiò allenamenti, studiò le statistiche e introdusse i video per capire gli avversari e le loro posizioni in campo. Velasco ebbe anche la fortuna che alla fine degli anni Ottanta, nel nostro Paese, c’era un nutrito gruppo di giocatori che si stava imponendo a livello nazionale ed europeo grazie alle prestazioni delle loro squadre. Velasco spronava, premiava e puniva indistintamente i giocatori.

Che la cura Velasco fosse il ciò che mancava alla nostra pallavolo? Assolutamente sì, perché dopo l’Europeo svedese, la Nazionale, fino al 2000, vinse tutto nel vero senso della parola. Il top furono le tre vittorie di fila nei Mondiali (1990, 1994 e 1998): i primi due con Velasco, il terzo con il brasiliano Bebeto. Il Mondiale ellenico del 1994 è stato la prova di forza di quella Nazionale. Così forte che, dopo l’ace vittorioso di Luca Cantagalli contro i Paesi Bassi in finale, Jacopo Volpi parlò per la prima volta di “generazione di fenomeni”.

Convenzionalmente, la “generazione di fenomeni” nasce in Svezia con la vittoria dell’Europeo del 1989 e termina con le Olimpiadi di Sidney 2000 con la vittoria della medaglia di bronzo.

I Commissari Tecnici sono stati Velasco, Bebeto e Anastasi: l’argentino guidò gli azzurri tra 1989 e 1996, Bebeto dal 1997 al 1998, Anastasi dal 1998 al 2002 quando fu poi sostituito da Montali. La “generazione di fenomeni” ha vinto tre Campionati del Mondo consecutivi, una Coppa del Mondo, otto World League (prime tre consecutive), quattro Campionati Europei (due consecutivi), una edizione dei Giochi del Mediterraneo, una edizione dei Goodwill Games, una World Super Four Fivb, una World Super Six Fivb, una Grand Champions Cup Fivb. La “generazione” arrivò seconda in una Olimpiade, in una Coppa del Mondo, in una World League, in un Europeo, in una World Super Four Fivb e si è classifica sul gradino più basso del podio in una Olimpiade, in una Coppa del Mondo, in un Europeo ed in una World League.

La nostra Nazionale, allora scevra di vittorie, diede delle spallate a Nazionali molto più forti e quotate. Anche la storia ci è venuta incontro, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la caduta dei regimi comunisti e con nuove Nazionali dell’Europa orientale che non erano all’altezza delle precedenti. L’Italia giocò alla pari e superò in diverse occasioni, in quel decennio, due delle Nazionali più forti come il Brasile e Cuba. Ma l’avversario più ostico con cui la “generazione di fenomeni” ha condiviso tantissime partite entusiasmanti è stato rappresentato dai Paesi Bassi: loro hanno battuto l’Italia nei quarti di Barcellona ‘92, nella World League 1996 e nella semifinale campionato europeo 1997, mentre gli azzurri li hanno sconfitti nella finale mondiale di Grecia 1994, nel World Top Four 1994, nella finale di Coppa del Mondo 1995 e nella finale della World Super Challenge 1996.

L’unico cruccio (e che cruccio però…) è stato il fatto che la nostra Nazionale, o meglio “la generazione di fenomeni”, non è riuscita mai a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi, con la delusione della finale persa 3-2 contro i Paesi Bassi ad Atlanta ‘96. Se può consolare, ancora oggi la nostra Nazionale di pallavolo non ha ancora vinto l’oro olimpico.

Quella sconfitta olimpica ha portato alle dimissioni di Velasco, il quale allenò poi per due anni la nostra Nazionale femminile con cui però non vinse nulla. Dopo aver allenato altre Nazionali (Repubblica ceca, Spagna, Iran e Argentina) e altri tre club italiani (Piacenza, Modena e Montichiari), oggi Velasco è direttore tecnico del settore giovanile della Nazionale italiana di pallavolo, dopo aver ricoperto per un periodo un ruolo dirigenziale nel calcio con Lazio e Inter.

Ma la “generazione di fenomeni” non è solo un termine giornalistico, ma un dato di fatto: nel 2001 quella Nazionale è stata proclamata nientemeno che “Squadra del secolo” dalla Volleyball Hall of Fame. Velasco, inoltre, è stato inserito nella Hall of Fame insieme ad Andrea Giani, Andrea Gardini e Lorenzo Bernardi, quest’ultimo dichiarato giocatore del secolo insieme all’americano Charles “Karch” Kiraly. Ed il simbolo in campo della “generazione di fenomeni” è stato proprio Lorenzo Bernardi.

Trentino classe 1968, “Lollo” Bernardi è famoso perché è stato il giocatore che ha siglato la schiacciata vincente il 28 ottobre 1990 contro Cuba nella finale mondiale brasiliana. La schiacciata che ha portato per la prima volta l’Italia del volley in cima al Mondo dopo aver sconfitto due Nazionali iconiche come Brasile e Cuba. Di ruolo schiacciatore, Bernardi è stato votato miglior giocatore ai Mondiali e agli Europei greci del biennio 1994-1995 ed ha vinto tantissimi premi individuali e di squadra. Bernardi ha militato con Padova, Modena e Treviso: con Treviso si è consacrato un mostro sacro di questo sport. Parliamo di uno che in carriera ha vinto nove Scudetti, cinque Coppe Italia, tre Supercoppe italiane, quattro Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, quattro Coppe CEV, due Supercoppe europee e tutti i successi in Nazionale tra il 1989 ed il 2000.

Cosa ha rappresentato la “generazione di fenomeni”? Innanzitutto è stata un grande vanto per il nostro sport che anche nella pallavolo poté dire finalmente la sua. Ma è stata la storia di una squadra composta da 28 giocatori scesi in campo in quei dieci anni e che hanno reso il nostro Italvolley iconico e celebrato ancora oggi a distanza di anni. Una sorta di Grande Torino nel calcio, gli All blacks neozelandesi nel rugby ed il Dream team americano del basket a Barcellona ’92. Una squadra mitica, iconica, esempio per tutte.

Una squadra ed un gruppo di atleti che ha tenuto gli italiani incollati davanti alla tv per vedere vincere la nostra Nazionale e sentire (quasi) sempre l’Inno di Mameli suonare. Fino a quel 1989, la pallavolo era uno sport come tanti, ma grazie ai ragazzi di Velasco e alle loro vittorie, il movimento pallavolistico è partito in quarta e ha avvicinato molte persone a questo sport. E gli effetti benefici si sono avuti anche con il volley femminile dove, anni dopo la fine della “generazione di fenomeni”, è nato un gruppo di atlete che hanno vinto tutto a livello di club e Nazionale. Salvo l’alloro olimpico perché anche le donne dell’Italvolley non hanno mai vinto l’oro ma neanche sul podio, raggiungendo tre volte consecutivamente il quinto posto finale.

Riassumendo, la “generazione di fenomeni”, come ricorda il sito Metropolitan Magazine, è stata composta da Andrea Anastasi, Lorenzo Bernardi, Claudio Bonati, Vigor Bovolenta, Marco Bracci, Luca Cantagalli, Mirko Corsano, Ferdinando de Giorgi, Alessandro Fei, Claudio Galli, Andrea Gardini, Andrea Giani, Giacomo Giretto, Pasquale Gravina, Andrea Lucchetta, Stefano Margutti, Marco Martinelli, Roberto Masciarelli, Luigi Mastrangelo, Marco Meoni, Samuele Papi, Michele Pasinato, Damiano Pippi, Simone Rosalba, Andrea Sartoretti, Paolo Tofoli, Fabio Vullo e Andrea Zorzi.

In venti edizioni dei Mondiali di pallavolo maschile, solo il Brasile, tra il 2002 ed il 2010, ha vinto tre volte consecutivamente come l’Italia: neanche la grande URSS ci era riuscita. Poteva riuscirci anche la Nazionale polacca, ma non ce l’ha fatta perché nella finalissima mondiale di Katowice di domenica scorsa proprio la nostra Nazionale, allenata dal CT Ferdinando de Giorgi (già membro della “generazione di fenomeni” con cui ha vinto tre Mondiali ed un Europeo) si sono imposti 3-1 alzando, davanti a oltre 12mila tifosi polacchi, il quarto titolo mondiale a distanza di 24 anni dall’ultima vittoria. Ed allenatore della Polonia era quel Nikola Grbić che, nella finale mondiale 1998, perse, da palleggiatore, contro l’Italia.

La nostra Nazionale, oggi contemporaneamente campione d’Europa e del Mondo, si spera possa aprire un ciclo come fece la “generazione di fenomeni” nel 1989 partendo proprio dal connubio campione d’Europa-campione del Mondo in due anni.

Se ci riusciranno ce lo dirà solo il tempo, ma senza dubbio però i quattordici ragazzi allenati da “Fefé” de Giorgi sono senza dubbio cresciuti guardando quella Nazionale che per un decennio ha guardato dall’alto al basso tutto il Mondo.

 

immagine in evidenza tratta da www.overthere.it