Novara: sugli «abiti succinti» il commento che convIENE. Disamina giuridica del legale.

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Presunti «abiti succinti». Disamina giuridica a cura dell’Avvocato Antonio Costa Barbé. 

Commentare un atto giuridico, sia esso una legge, un decreto, una sentenza o un regolamento, è funzione propria di coloro i quali il mondo giuridico conoscono e vivono con esperienza professionale. 
L’atto va conosciuto nella sua integrità ed esaminato nella sua completezza. Non può essere usato a frammenti per titoli e per articoli che compaiono sui media; questi ultimi necessariamente stringono il cannone luminoso (il faro teatrale) su alcune parole o frasi, fino a farle diventare protagoniste assolute di un ciclone informativo, che di informativo nulla ha.
Il sondaggio sul gradimento di una norma giuridica è ovviamente lecito, ma i “sondaggi” con tesi pianificata a tavolino (e quindi fasulli) come quelli realizzati da alcuni programmi televisivi, sono da respingere. Le tecniche usate dai realizzatori sono varie ed abbondanti, e spaziano dalla domanda insensata (“Vede come cammina quella ragazza: ha senso secondo Lei?), o suggestiva -che quindi presuppone già la risposta-, alla applicazione della misdirection, che è la tecnica principe usata dai prestigiatori per depistare la mente del pubblico (indicazione fuorviante: “Guardi la gonna di quella ragazza, e’ così corta che si vedono le mutande!”, quando non e’ assolutamente vero).
Il resto lo fa il montaggio finale del video, che utilizza solo i contributi che servono ai realizzatori per dimostrare la loro tesi (“a Novara e’ vietata la minigonna, mentre da Milano a Palermo è sempre e dovunque permessa”). 

Nel caso del regolamento comunale di Novara l’articolo 11, che riguarda la sicurezza urbana con numerose prescrizioni, e’ diventato agli occhi del mondo l’articolo che vieta di indossare abiti succinti (espressione che non c’è);  quindi, per traslazione non motivata, l’articolo che vieta la minigonna.  Quasi che tale normativa punisse solo quell’universo femminile che rivendica la volontà di vestirsi “come si vuole”, in linea con le tendenze ormai socialmente sdoganate da molti anni.
Giurassici appaiono i tempi in cui l’Onorevole schiaffeggiava una signora al ristorante per una scollatura, quando i manifesti dei film vietati di minori di 18 anni turbavano i sonni dei rigidi censori ed i film stessi venivano sequestrati dalla Procura della Repubblica per oscenità, in attesa che la Cassazione decidesse se la pellicola potesse o no considerarsi opera d’arte, posto che per la legge penale ancora oggi  “l’opera d’arte non può considerarsi oscena”. A quei tempi era servito su una dolorosa corona di spine anche il codice della morale sessuale, la cui violazione poteva comportare sanzioni spirituali mortali per l’anima nonché invalidanti per il corpo, a cominciare dal rischio di una cecità assoluta e inevitabile.
                                                                                 
Orbene, l’articolo de quo prevede fra gli altri divieti anche quello di “mostrarsi in pubblico in abiti che offendano il comune senso del pudore”. A Novara, grazie all’opera della Assessore alla Sicurezza e di tutti i suoi collaboratori, sono stati vagliati attentamente tantissimi regolamenti comunali delle città’ di Italia. Tutti, ma proprio tutti, contengono norme similari.
A Padova l’art. 9 del Regolamento di Polizia Urbana, ad esempio, dispone che: “Nei luoghi pubblici o aperti al pubblico è vietato compiere atti o esporre cose che possano recare pericolo, incomodo o allarme alle persone, offendere il comune senso del pudore e il decoro della città, pregiudicarne l’igiene e la vivibilità dell’abitato”; gli artt.  74, 75 e 76  del Comune di Milano sono anche più restrittivi; analoghe considerazioni possono farsi leggendo l’art. 17 del Comune di Pavia; l’art. 51 del Comune di Garlasco; gli art. 22 e 23 del Comune di Lucca; l’art. 24 del Comune di Arezzo; gli artt. 6 e 6 bis del Comune di Creazzo; l’art. 8 del Comune di Casalserugo; gli artt. 29 e 30 del Comune di Gallarate; l’art. 7 del Comune di Cantù; l’art. 8 del Comune di Lonigo; l’art. 13 del Comune di Brugine; l’art. 20 di Busto Arsizio;  gli artt. 14 e 15 del Comune di Firenze.
 
La nostra attenzione socio-giuridica si sposta pertanto sul concetto di comune senso del pudore, che del resto è richiamato dal nostro codice penale all’ articolo 529 (preceduto dagli articoli 527 e 528) e la cui definizione varia da epoca ad epoca, dovendo essere “riempita” dalle Autorità a vario titolo preposte e giudicanti. L’articolo 529 infatti dispone: “Agli effetti della legge penale, si considerano osceni gli atti e gli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore. Non si considera oscena l’opera d’arte o l’opera di scienza, salvo che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque procurata a persona minore degli anni diciotto”.
Gli atti o i comportamento osceni, in definitiva, che cosa sono? Si tratta di un concetto generale ma sfuggente, il cui significato è soggetto all’evolversi dei costumi e delle abitudini. Ecco alcuni esempi molto eloquenti. Secondo una sentenza della Corte di Cassazione del 1959, un bacio può concretare o meno un atto di libidine e, quindi, un atto osceno a seconda dell’impulso che lo ha determinato e del modo in cui è dato. Secondo i giudici del 1959 un bacio può essere espressione di un affetto quanto mai puro, come quello del figlio alla madre o viceversa, oppure manifestazione di amicizia o, ancora, di lussuria. Per una sentenza del 1976, l’atto di afferrare pubblicamente una donna per le braccia, nel tentativo di stringerla a sé, accompagnando questi gesti con parole chiaramente rivelatrici di un intento lascivo, integra il reato di atti osceni, in quanto offende il pudore secondo il comune sentimento. Con un’importante sentenza del 2000, la Corte di Cassazione ha stabilito che il nudo integrale, se praticato in luoghi (ad esempio, spiagge) riservati o frequentati solamente o prevalentemente da chi condivide il naturismo, non costituisce reato, in quanto non offende la moralità o il pudore di chi osserva, … a patto che il nudo non sia accompagnato da atteggiamenti erotici di chi lo esibisce. Nel 2012 la Corte di Cassazione è tornata sul tema, punendo un bagnante che mostrava le sue parti intime in una spiaggia non riservata ai nudisti. Come si vede l’evoluzione giurisprudenziale è andata spesso (non sempre) di pari passo con quella di morale e di comune senso del pudore diffusasi nella società. Il nudo integrale nelle spiagge normalmente frequentate da nudisti non costituisce il reato  di atti osceni in luogo pubblico perché non offende il pudore degli altri bagnanti. Al contrario, si incorre in sanzione se la spiaggia (o il luogo pubblico) non è “preparato” a questo tipo di esternazioni.
Oggi però, a seguito di depenalizzazione, il reato di atti osceni è stato radicalmente trasformato. Il codice penale di ora afferma che chiunque in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico compie atti osceni è soggetto unicamente alla sanzione amministrativa pecuniaria da cinquemila a trentamila euro.
Rimane invece reato puro (punito con la reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi) quel fatto che venga commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori, se da ciò derivi il pericolo che essi vi assistano. Girare nudi per strada nei paraggi di una scuola, quindi, può senz’altro integrare il reato di atti osceni anche se nessun bambino osservi: è sufficiente il semplice pericolo che ciò accada.
Come si vede il concetto espresso del regolamento di Polizia Locale Novarese (e in  tutti gli altri Regolamenti) riecheggia una normativa che da sempre è presente anche nella nostra legislazione penale.
L’evoluzione (?..)  del costume,  che parte dalla poppe esibite a Drive In (1983) per ad arrivare alle esibizioni fotografiche sempre più presenti sui social network, a quelle “viventi” nelle pubbliche vie, nei locali pubblici e finanche nella aule dei tribunali, lascia seriamente prevedere che la minigonna a Novara non è e non sarà soggetta a sanzioni di alcun tipo.
 
…..fin quando non cambierà il vento, che potrebbe, chissà, sospingerci verso una sorta di medioevo prossimo venturo.