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Auto elettriche, falso “green” e violazioni dei diritti umani

DiAlessio Marrari

Giu 4, 2025

di Alessio Marrari

L’illusione della “soluzione verde”.

Negli ultimi anni, l’auto elettrica è diventata il simbolo della transizione ecologica. Promossa da governi, case automobilistiche e media come la soluzione alla crisi climatica, viene incentivata a scapito dei veicoli a combustione interna, con obiettivi ambiziosi: in Europa si prevede lo stop alla vendita di auto a benzina e diesel entro il 2035.
Tuttavia, dietro questa narrazione si nascondono gravi contraddizioni. Mentre il cittadino viene invitato (o costretto) a cambiare auto, settori altamente inquinanti continuano a operare senza vincoli significativi. È quindi lecito chiedersi: l’auto elettrica è davvero la soluzione giusta, o rappresenta solo un’operazione di greenwashing sistemico?

Il grande paradosso: perché si insiste sull’auto mentre si ignorano gli inquinatori reali?

Spot pubblicitari, politiche di incentivazione e direttive europee sembrano aver trovato una soluzione chiara al cambiamento climatico: basta auto a combustione interna.
Ma dietro questa narrazione lineare e rassicurante si nasconde una profonda contraddizione strutturale: ci si concentra sull’auto privata, mentre altri settori molto più inquinanti continuano indisturbati. Il punto è semplice: le auto elettriche non inquinano localmente, non emettono CO₂ dal tubo di scarico, migliorano la qualità dell’aria urbana e riducono i problemi respiratori. Non solo: offrono anche una riduzione delle emissioni di gas serra sul ciclo di vita, soprattutto se alimentate da fonti rinnovabili. Non c’è dubbio che una transizione dai combustibili fossili sia necessaria, e il trasporto su gomma rappresenta una fetta importante delle emissioni globali (intorno al 12-15%). Tuttavia, ridurre l’intera strategia climatica al solo cambio del tipo di automobile rischia di diventare una semplificazione pericolosa.

I grandi assenti dalla transizione ecologica

Mentre il cittadino è spinto a rottamare la sua vecchia auto diesel (magari ancora funzionante) per comprarne una elettrica da 30.000 euro o più, ci sono settori ben più inquinanti che sfuggono completamente ai radar politici:

  • Le industrie pesanti (acciaio, cemento, chimica, plastica) sono tra i principali emettitori globali di CO₂.

  • L’aviazione civile e commerciale è altamente inquinante, ma spesso esclusa da misure vincolanti.

  • Il trasporto marittimo internazionale, che brucia combustibili tra i più sporchi del mondo, continua a crescere senza alcun tetto sulle emissioni.

Questi comparti sono spesso esentati da regolamentazioni rigide, sia per la loro importanza economica che per il loro potere lobbistico. Colpire l’automobilista medio è più facile, più visibile e – per certi versi – anche più “vendibile” a livello di opinione pubblica.

La scelta politica di puntare tutto sull’elettrificazione del parco auto risponde a una logica di marketing ambientale. È più semplice da implementare rispetto a una riforma dell’intero sistema energetico o produttivo. In altre parole, si affronta il problema climatico dove è più semplice agire, non dove è più urgente. Il paradosso diventa ancora più evidente quando si osserva la spinta verso SUV elettrici pesanti, che consumano più risorse, occupano più spazio urbano e spesso ricevono gli stessi incentivi delle piccole auto. Invece di ripensare la mobilità, si elettrifica lo status quo.

E la violazione dei diritti umani?

La corsa globale alla transizione elettrica ha acceso i riflettori sulle auto elettriche come simbolo di progresso ecologico, ma dietro questa narrazione si celano gravi e sistemiche violazioni dei diritti umani, spesso ignorate nei dibattiti pubblici e nelle campagne di marketing “green”. Le batterie agli ioni di litio, cuore pulsante dei veicoli elettrici, richiedono enormi quantità di materie prime come litio, cobalto, grafite e nichel, estratte in gran parte da Paesi in via di sviluppo, dove i controlli sui diritti dei lavoratori e l’impatto ambientale sono spesso minimi o del tutto assenti. La Repubblica Democratica del Congo produce oltre il 70% del cobalto mondiale, e Amnesty International ha documentato che circa il 20% proviene da miniere artigianali, dove operano anche bambini, alcuni di appena sette anni, costretti a lavorare in condizioni pericolose, senza protezioni, in tunnel stretti e malsicuri, esposti a malattie polmonari e incidenti mortali. In Nigeria, un nuovo fronte estrattivo del litio, le miniere illegali stanno sfruttando manodopera minorile in cambio di pochi centesimi, privando intere generazioni del diritto all’istruzione e a un’infanzia sicura. Ma le violazioni non si limitano al lavoro minorile: l’espansione delle attività minerarie ha portato a sgomberi forzati, espropri illegittimi e la distruzione di comunità, come documentato sempre in Congo, dove interi villaggi sono stati rasi al suolo senza alcun processo consultivo né compensazione per le famiglie. Dietro l’apparente silenzio delle auto elettriche si nasconde il rumore assordante dello sfruttamento. Le grandi aziende automobilistiche, nonostante l’aumento dell’attenzione pubblica, falliscono nel garantire catene di approvvigionamento trasparenti e responsabili: un rapporto del 2024 di Amnesty International ha assegnato punteggi molto bassi a marchi come BYD, Mitsubishi, Hyundai e persino Tesla in merito alla loro due diligence sui diritti umani, mentre solo pochi marchi europei, come Mercedes-Benz, hanno mostrato segni di miglioramento. La dipendenza da materiali estratti in condizioni inumane crea una nuova forma di colonialismo industriale, in cui le ricchezze naturali dell’Africa, dell’America Latina e del Sud-Est asiatico vengono drenate per alimentare la “rivoluzione verde” del Nord globale, senza benefici reali per le popolazioni locali. Anche il riciclo delle batterie, spesso indicato come soluzione futura, è ancora poco sviluppato e lontano dal poter soddisfare la domanda crescente. Di fronte a questi dati, diventa chiaro che l’auto elettrica non è di per sé una scelta etica se non si accompagna a un radicale ripensamento delle filiere produttive, della giustizia ambientale e della tutela dei diritti fondamentali. Una vera transizione ecologica non può sacrificare intere comunità nel Sud globale per mantenere intatto il modello di mobilità privata nel Nord; deve invece basarsi su regole internazionali vincolanti, sulla trasparenza delle filiere, sulla promozione di trasporti pubblici elettrici sostenibili, e su una reale riduzione del fabbisogno complessivo di veicoli. Fino ad allora, ogni auto elettrica acquistata rischia di portare con sé non solo un pacco batterie, ma anche un carico invisibile di sofferenza umana.