di Alessio Marrari
C’era un tempo in cui l’arrivo di un ospite era una festa. Bastava una sedia in più, un piatto di pasta improvvisato, un bicchiere di vino condiviso per trasformare un pomeriggio qualunque in un momento di umanità. Le porte restavano socchiuse, i vicini entravano senza bussare e la casa era lo spazio fisico e simbolico dell’incontro. Oggi, invece, troppe porte restano chiuse. Ci si rifugia dietro mura sempre più alte e password sempre più lunghe. Le teste sono piegate su uno schermo, non più verso chi siede accanto. L’ospite, un tempo figura sacra, è diventato intruso, fastidio, rumore di fondo in una quotidianità iperprotetta e digitale. Un’analisi dei commenti raccolti sotto un post virale sui social mette in luce un mutamento culturale profondo. Lì dove una volta si parlava di ospitalità con calore, oggi emergono irritazione, sospetto e perfino repulsione. Gli utenti elencano senza filtri ciò che li infastidisce di chi entra nelle loro case: chi fuma, chi parla troppo, chi resta troppo a lungo, chi apre il frigorifero o le finestre, chi guarda la televisione, chi arriva in ritardo. Ma, sempre più spesso, il problema è l’ospite stesso, “che venga”, “che esista”, “che si presenti”. Molti ammettono apertamente di non volere più nessuno in casa, di preferire la solitudine o la compagnia del proprio cane, del proprio ordine, della propria pace. Il dato sociologico è netto, l’idea di casa si è trasformata da spazio relazionale a spazio di difesa. L’intimità domestica, un tempo condivisa, è ora recintata. Ospitare è percepito come una minaccia all’autonomia, un’invasione di territorio. In parallelo, l’amicizia si è spostata fuori dalle mura domestiche, nei bar, nei ristoranti, nei luoghi pubblici o, sempre più spesso, negli spazi virtuali. È la società dell’individualismo liquido, dove la connessione digitale ha sostituito la vicinanza fisica, ma non la calda concretezza del contatto umano. La discussione online mostra due Italie che si fronteggiano. Da un lato quella dell’intimità protetta, tipica delle aree urbane e del Nord, dove il tempo è poco e la casa diventa rifugio privato dopo il lavoro, simbolo di controllo e riservatezza. Dall’altro quella ancora comunitaria, più diffusa nel Sud e nelle Isole, dove l’ospitalità conserva tracce di sacralità e dove “entrare in casa” significa ancora condividere, raccontarsi, riconoscersi. Qui la tavola rimane un rito, il caffè un gesto di apertura, la visita un segno di legame. Le ricerche confermano questa linea di frattura. Nelle regioni meridionali circa un terzo della popolazione ospita con una certa frequenza, mentre al Nord e al Centro prevale la tendenza opposta, più persone dichiarano di non invitare mai nessuno. La densità urbana, le abitazioni più piccole, il ritmo di vita accelerato e la crescente digitalizzazione dei rapporti contribuiscono a raffreddare il tessuto relazionale. In altre parole, la modernità ha reso più facile comunicare ma più difficile accogliere. Il dibattito si fa acceso anche tra i commentatori. Alcuni rimproverano agli altri di aver perso il senso della condivisione, di aver confuso la libertà con l’isolamento. Altri rispondono rivendicando il diritto alla privacy, alla pace, al tempo personale, come segno di emancipazione. È il conflitto tra due culture, quella dell’apertura comunitaria e quella della protezione individuale. Ma dietro la battuta, il sarcasmo o l’aggressività che attraversano i commenti, si percepisce un fondo di malinconia. L’idea stessa dell’ospite tocca corde profonde, riguarda la fiducia, la vulnerabilità, la capacità di lasciare che l’altro entri, non solo nello spazio fisico ma nella propria vita. La chiusura delle case riflette la chiusura dei rapporti, la fatica a esporsi, la paura del giudizio. Si preferisce lo schermo all’incontro, la messaggistica alla presenza, la distanza alla prossimità. Eppure, nelle risposte più rare e silenziose, si intravedono ancora lampi di un’Italia che ricorda. Qualcuno racconta di aver ospitato un amico rimasto senza casa, di aver condiviso ciò che aveva, di aver scoperto che la solidarietà, pur nel disagio, può moltiplicare risorse e dignità. Sono frammenti di un’umanità non del tutto scomparsa, ma sommersa dal rumore, dalla fretta e dalla solitudine. Il sociologo direbbe che ciò che sta svanendo non è l’ospitalità in sé, ma la fiducia che la rende possibile. La casa è diventata specchio di un io iperprotetto, un piccolo fortino domestico in cui tutto deve restare sotto controllo. Ma così facendo si è perso il senso di una delle pratiche più antiche e civili dell’essere umano, aprire la porta. L’Italia resta divisa tra chi ancora accoglie e chi si barrica, tra chi prepara un posto a tavola e chi preferisce ordinare un delivery da solo. E in questa differenza si misura non solo un mutamento culturale, ma il segno di una società che ha sostituito la compagnia con la connessione, la presenza con la performance. Forse, basterebbe tornare a far accomodare qualcuno, anche solo per un caffè, per ricordarsi che la casa, come la vita, ha senso solo se la si condivide.
