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Ricostruzione sulla notte dei nuovi scenari: Israele ed Iran, scintilla di un’Apocalisse?

DiAlessio Marrari

Giu 14, 2025

Medio Oriente sull’orlo dell’abisso: Israele attacca l’Iran, l’ombra lunga di una guerra totale

di Alessio Marrari

L’operazione “Rising Lion”, condotta da Israele contro obiettivi strategici in Iran, rappresenta uno spartiacque nella storia recente del Medio Oriente. Con almeno 78 morti, centinaia di feriti, la decapitazione della catena di comando militare iraniana e l’eliminazione di sei scienziati nucleari, lo scenario che si apre è quello di una potenziale guerra regionale su larga scala. Per molti osservatori, quanto avvenuto nelle prime ore del 14 giugno 2025 non è solo un attacco preventivo: è l’inizio di una nuova fase del conflitto geopolitico tra Israele e la Repubblica Islamica.

Un attacco senza precedenti

Alle 2 di notte ora italiana, circa 200 caccia israeliani hanno dato il via a un attacco coordinato su più fronti. Tra i bersagli colpiti: la capitale Teheran, almeno altre sette città, diversi centri di comando dei Guardiani della Rivoluzione e, soprattutto, il cuore del programma nucleare iraniano a Natanz. A sorprendere è l’estensione dell’offensiva, definita da fonti israeliane come “lunga e continua”, e non un’operazione simbolica o limitata come le precedenti incursioni avvenute nel 2024 e nel giugno di quest’anno.

Secondo fonti vicine all’AIEA, gli impianti iperprotetti di Fordow e Isfahan non sarebbero stati colpiti, ma i danni inflitti al sito di Natanz, centro nevralgico dell’arricchimento dell’uranio, indicano un preciso intento di paralizzare ogni velleità iraniana in campo atomico. Tuttavia, non si sono registrati aumenti nei livelli di radiazione.

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Il calcolo strategico di Netanyahu

Benjamin Netanyahu ha rivendicato apertamente la responsabilità dell’attacco, definendolo “un’azione necessaria per garantire la sopravvivenza dello Stato di Israele”. La dichiarazione che ha fatto più rumore riguarda il ruolo degli Stati Uniti: “Senza il loro appoggio forse non avremmo attaccato – ha detto – ma l’alternativa era la nostra morte”. Parole che gettano luce su quanto l’operazione israeliana sia stata preparata in anticipo e discussa nei dettagli con Washington.

Il premier ha inoltre svelato che la decisione di colpire risale a novembre 2024, poco dopo l’uccisione del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e che l’azione è stata posticipata – forse, ma non confermato ufficialmente – per non interferire con i negoziati tra Teheran e l’amministrazione Trump, annunciati ad aprile.

Il deterioramento dell’asse iraniano, dopo la perdita di importanti alleati regionali e la presunta accelerazione verso l’arma nucleare, avrebbe definitivamente convinto lo Stato ebraico a non aspettare oltre.

Iran, colpito al cuore

Il bilancio umano e militare per Teheran è devastante. Tra i morti figurano alcune delle figure più influenti del potere militare iraniano: il capo di Stato maggiore Mohammad Bagheri, il comandante dei Pasdaran Hossein Salami, e il generale Esmail Ghaani, successore di Qassem Soleimani alla guida della Forza Quds. Non meno gravi le perdite in ambito scientifico: sei scienziati nucleari uccisi, tra cui Fereydoun Abbasi, ex capo dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana.

In un Paese strutturato come la Repubblica Islamica, dove potere militare e nucleare si intrecciano, la portata dell’operazione israeliana appare come un vero tentativo di paralisi sistemica. La reazione della Guida Suprema, Ali Khamenei, non si è fatta attendere: Israele “ha commesso un crimine satanico” e “riceverà una punizione severa”.

Simboli di vendetta: la bandiera rossa di Jamkaran

Ma la risposta dell’Iran non si sta articolando solo in termini militari o politici. A colpire in queste ore è anche un gesto altamente simbolico: l’innalzamento della “Bandiera della Vendetta” sulla cupola della moschea di Jamkaran, nei pressi della città santa di Qom. Un drappo rosso, con una scritta araba che evoca la vendetta per la morte dell’Imam Husayn, figura centrale dello sciismo.

Questo vessillo non è una semplice espressione di cordoglio: nel simbolismo sciita, rappresenta la determinazione a vendicare un’ingiustizia subita con sangue. Era già apparso nel 2020 dopo l’uccisione di Qasem Soleimani e più recentemente nel 2024. La sua esposizione oggi indica che Teheran non considera concluso lo scontro, ma appena cominciato.

Il martirio di Husayn nella battaglia di Karbala, nel 680 d.C., è alla base di un’intera teologia della resistenza: resistere al tiranno, anche nella sconfitta, è dovere morale. Issare la bandiera rossa non è solo un rito religioso, ma una dichiarazione di intenti. La sconfitta non è la fine, bensì l’inizio della lotta.

Il rischio di una reazione a catena

Israele, consapevole della possibilità di un contrattacco su vasta scala, ha chiuso tutte le missioni diplomatiche nel mondo. L’Iran, da parte sua, avrebbe tentato un attacco con droni, smentito però da fonti vicine al governo. Il nuovo capo dei Pasdaran, Mohammad Pakpour, ha dichiarato: “Le porte dell’inferno si apriranno presto per Israele”. Il tono non lascia dubbi sulla determinazione della Repubblica Islamica.

Il timore diffuso è che la risposta non giunga solo da Teheran, ma anche da milizie alleate in Libano, Yemen, Iraq o Siria. Il conflitto rischia così di uscire dal binario bilaterale Israele-Iran per trasformarsi in una guerra regionale.

Reazioni internazionali: convergenze e divergenze

La comunità internazionale è apparsa divisa. Donald Trump ha espresso “pieno sostegno” a Israele, esortando l’Iran a negoziare prima che “non resti più nulla”. Un appoggio forte, ma che lascia alla Casa Bianca la responsabilità di una possibile escalation, come sottolineato dallo stesso Netanyahu. La Russia ha manifestato “profonda preoccupazione”, mentre Francia e Germania hanno riconosciuto il diritto di Israele a difendersi, pur invocando “moderazione”.

L’Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha adottato un approccio prudente, invitando Teheran a non rispondere militarmente e auspicando un’immediata de-escalation. Una posizione che riflette il timore, condiviso da molte cancellerie europee, di una spirale di violenza incontrollabile.

Anche il fronte filo-iraniano si è mobilitato: Hezbollah, gli Houthi e persino la Turchia di Erdogan hanno condannato l’attacco israeliano. Perfino l’Arabia Saudita, storicamente rivale di Teheran, ha parlato di “aggressione”. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato convocato d’urgenza.

Uno scenario esplosivo

La reazione iraniana appare inevitabile. La vera incognita è il suo grado di intensità e il potenziale coinvolgimento di altri attori regionali. L’operazione “Rising Lion” ha segnato un punto di non ritorno. La bandiera rossa sventolante sulla moschea di Jamkaran è un segnale eloquente: per l’Iran, la guerra è entrata in una nuova fase. E non sarà soltanto combattuta con i missili, ma anche con la memoria, il sangue e i simboli.

Nel frattempo, da Tel Aviv arrivano messaggi inequivocabili: l’escalation è solo all’inizio. “L’operazione è ancora nelle sue fasi iniziali – ha dichiarato il portavoce dell’esercito israeliano, Effie Defrin – l’Iran ha intenzioni e capacità, e si sta preparando a una risposta. La popolazione deve agire con sangue freddo: la nostra difesa non è ermetica”. Parole che confermano i timori espressi nelle ore successive all’attacco: la guerra non sarà lampo, né priva di ritorsioni.

Secondo l’IDF, i danni inferti al sito di Natanz sono “significativi” e gli attacchi contro altri obiettivi iraniani proseguono senza sosta. “Non abbiamo altra scelta – ha aggiunto Defrin – che agire contro questa minaccia. Dobbiamo prepararci a un’operazione militare prolungata”.

Con queste dichiarazioni, Israele mette in chiaro che la strategia non prevede un semplice colpo dimostrativo, ma un’offensiva destinata a modificare in profondità l’equilibrio nucleare, militare e politico della regione. La posta in gioco non è più solo la sicurezza nazionale, ma la ridefinizione del Medio Oriente stesso.

Trump applaude Israele: “Attacco eccellente all’Iran. Ce ne saranno molti altri”

In un’intervista rilasciata ad ABC, Donald Trump ha definito “eccellente” l’attacco lanciato da Israele contro l’Iran, sottolineando la forza dell’azione e lasciando intendere che altri attacchi simili sono non solo probabili, ma auspicabili. L’ex presidente degli Stati Uniti ha commentato con toni decisi: “Abbiamo dato loro una chance e non l’hanno colta. Sono stati colpiti duramente, molto duramente”.

Trump non ha specificato a quale opportunità mancata si riferisse, ma il riferimento implicito sembra essere rivolto all’Iran e alla sua condotta nelle settimane precedenti l’attacco, probabilmente legata a questioni nucleari o a provocazioni militari nella regione. La sua affermazione lascia trasparire un giudizio netto: Israele ha agito dopo un’escalation mal gestita da Teheran, e lo ha fatto — a suo dire — con efficacia.

A colpire, però, è soprattutto la parte finale del suo intervento: “Ci saranno altri attacchi, molti altri”. La frase, sebbene priva di dettagli concreti, assume il tono di una previsione ma anche di una giustificazione preventiva di future azioni militari. L’ex presidente sembra voler normalizzare la possibilità di un conflitto a lungo termine o di una campagna di attacchi ripetuti, descritti non come incidenti isolati, ma come una strategia coerente di pressione e risposta.

Alla domanda diretta se gli Stati Uniti avessero partecipato all’operazione israeliana, Trump ha evitato di fornire una risposta chiara, limitandosi a dire: “Non voglio commentare”. Una risposta che alimenta il dubbio e lascia spazio a interpretazioni: da una parte, potrebbe celare una partecipazione attiva da parte dell’intelligence o della logistica americana; dall’altra, potrebbe essere una scelta tattica per mantenere una posizione di ambiguità strategica, evitando una presa di posizione esplicita ma lasciando intendere una complicità politica.

Le parole di Trump arrivano in un momento di alta tensione tra Israele e Iran, e si inseriscono nel quadro più ampio della sua campagna politica per le presidenziali del 2024. Non è la prima volta che l’ex presidente adotta toni duri nei confronti di Teheran, ma il suo appoggio così netto all’attacco israeliano segna un ulteriore passo nella costruzione di una narrativa muscolare, che mira a presentarlo come il leader capace di agire con fermezza dove, a suo dire, altri mostrano debolezza.

L’Iran risponde a Israele con attacchi missilistici, 3 morti e decine di feriti”

Nelle ore successive all’escalation tra Israele e Iran, la risposta di Teheran si è manifestata con una serie di attacchi missilistici che hanno colpito duramente diverse città israeliane, inclusa Tel Aviv. Il bilancio delle vittime è salito rapidamente a tre morti e circa 80 feriti, molti dei quali in condizioni critiche. A fornire questi dati è stato il servizio medico d’emergenza israeliano, Magen David Adom, il quale ha sottolineato come diverse altre persone siano gravemente ferite e necessitino di assistenza urgente.

Le prime notizie arrivavano durante la notte, quando i media israeliani riferivano della morte di una donna di 60 anni, colpita proprio nell’area di Tel Aviv, e di una sessantina di feriti. Con il passare delle ore, il numero delle vittime è purtroppo aumentato, confermando la gravità dell’attacco iraniano. Nel frattempo, le sirene d’allarme sono risuonate senza sosta nelle principali città, obbligando milioni di israeliani a cercare riparo nei rifugi anti-missile, mentre il sistema di difesa Iron Dome veniva mobilitato per intercettare i razzi in arrivo.

Questo attacco rappresenta la prima risposta diretta e violenta di Teheran alle operazioni israeliane che nelle settimane precedenti avevano colpito infrastrutture strategiche iraniane. La situazione si è dunque trasformata in una spirale di violenza, con il rischio concreto di un conflitto più ampio e prolungato che potrebbe destabilizzare ulteriormente una regione già caratterizzata da profonde tensioni geopolitiche.

Macron: “La Francia ribadisce il diritto di Israele a proteggersi e garantire la propria sicurezza”

Nel contesto dell’escalation militare tra Israele e Iran, il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso un fermo sostegno al diritto di Israele di difendersi. In una dichiarazione rilasciata venerdì, Macron ha ribadito che la Francia riconosce “il diritto di Israele a proteggersi e garantire la propria sicurezza”, riaffermando al contempo la sua posizione di condanna nei confronti del programma nucleare iraniano, definito più volte una minaccia per la stabilità regionale.

Sul social network X, Macron ha sottolineato l’importanza di “massima moderazione e distensione” tra le parti coinvolte, evidenziando il rischio concreto che un’escalation militare possa compromettere la stabilità dell’intera regione mediorientale. Per cercare di contenere le tensioni, il presidente francese ha annunciato di aver avuto una serie di consultazioni telefoniche con diversi leader chiave della regione e del mondo, tra cui il presidente americano Donald Trump, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, il re di Giordania, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, l’emiro del Qatar, il cancelliere tedesco e il primo ministro britannico.

Queste conversazioni riflettono l’impegno della Francia e dei suoi alleati nel coordinare una risposta diplomatica a una situazione sempre più complessa e pericolosa. Al termine di un consiglio di difesa e sicurezza nazionale, Macron ha garantito che “saranno prese tutte le misure necessarie per proteggere i nostri cittadini e le nostre rappresentanze diplomatiche e militari nella regione”, evidenziando la preoccupazione di Parigi per la sicurezza del proprio personale e degli interessi nazionali nel cuore del Medio Oriente.

La posizione francese si inserisce in un quadro internazionale caratterizzato da tensioni crescenti, in cui le dichiarazioni di sostegno a Israele si accompagnano a un invito alla moderazione, con l’obiettivo di evitare un conflitto più ampio che potrebbe avere conseguenze devastanti a livello regionale e globale.

Hamas: “L’Iran sta pagando le conseguenze per il suo appoggio alla resistenza palestinese”

Nel quadro di tensioni sempre più elevate in Medio Oriente, Hamas, il gruppo islamista palestinese, ha espresso il suo punto di vista riguardo al ruolo centrale dell’Iran nel supportare i movimenti militanti di Gaza. In seguito ai pesanti attacchi israeliani condotti contro l’Iran, Hamas ha dichiarato che Teheran sta “pagando le conseguenze” per aver fornito sostegno militare e finanziario nella lunga battaglia contro Israele.

L’Iran è un alleato fondamentale per Hamas, avendo garantito risorse cruciali anche durante il conflitto attuale, iniziato nell’ottobre 2023. In un comunicato, Hamas ha espresso gratitudine verso l’Iran, sottolineando come il Paese mantenga una “posizione ferma a favore della Palestina e della sua lotta” e rispetti la propria “decisione nazionale indipendente”.

In risposta ai raid israeliani che hanno colpito siti militari e nucleari iraniani, provocando la morte di importanti comandanti, Teheran ha promesso ritorsioni. Israele ha inoltre segnalato il tentativo di attacco con circa 100 droni lanciati dall’Iran, tutti intercettati prima di raggiungere il territorio israeliano.

Abu Ubaida, portavoce dell’ala armata di Hamas, ha riaffermato il sostegno del gruppo palestinese all’Iran, definendo gli attacchi israeliani “atti traditori” e ribadendo che questi non riusciranno a indebolire la resistenza. “Il nemico sionista si illude se pensa che questi colpi possano minare la stabilità di questa fragile entità regionale”, ha dichiarato.

Conclude poi ammonendo che Israele continua a commettere “gravi errori strategici” che, a suo avviso, “porteranno inevitabilmente alla sua fine, se lo vorrà il destino”. Questo messaggio segna un’ulteriore escalation verbale, sottolineando la determinazione di Hamas nel sostenere l’Iran, in un momento in cui il rischio di un conflitto più ampio in Medio Oriente cresce sensibilmente.

Carovana e marcia di solidarietà con Gaza bloccate in Libia e in Egitto

Una carovana filopalestinese partita da Tunisi e un gruppo di manifestanti impegnati in una marcia internazionale dal Cairo verso Gaza, con l’obiettivo di “rompere simbolicamente il blocco israeliano”, sono stati fermati venerdì rispettivamente in Libia e all’uscita del Cairo, come riferito dagli organizzatori.

Circa quaranta partecipanti alla Global March sono stati bloccati a circa 45 chilometri a est del Cairo, dove sono stati trattenuti sotto il sole cocente, con i passaporti confiscati e il divieto di muoversi, secondo un comunicato del collettivo organizzatore. Una quindicina di loro si trovano ancora trattenuti negli hotel del Cairo. Tra i fermati ci sono cittadini di diversi Paesi, tra cui Francia, Spagna, Canada, Turchia e Regno Unito. Il gruppo ha sottolineato di essere un movimento pacifico e rispettoso delle leggi egiziane, lanciando un appello alle ambasciate affinché intervengano per permettere la continuazione della marcia.

Parallelamente, la carovana “Soumoud”, composta da circa mille partecipanti provenienti da Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania, è stata bloccata venerdì mattina all’ingresso della città libica di Sirte, sotto il controllo delle forze del maresciallo Khalifa Haftar, che governa la parte orientale del Paese. Wael Naouar, uno degli organizzatori tunisini, ha confermato in un video su Facebook che il convoglio non ha ottenuto il via libera dalle autorità egiziane per proseguire il viaggio verso Gaza. Alcuni agenti di sicurezza avrebbero dichiarato che il passaggio potrebbe essere autorizzato “nelle prossime ore”, mentre altri sostengono che l’Egitto ha negato il permesso. Nonostante ciò, Naouar ha ribadito con fermezza: “Non torneremo indietro”.

La Global March, organizzata separatamente in Egitto e composta da circa 4.000 manifestanti provenienti da una cinquantina di Paesi, prevedeva di attraversare il Sinai – una zona desertica sorvegliata militarmente – per raggiungere la città di Arish, situata a oltre 350 chilometri a est del Cairo, e da lì percorrere gli ultimi 50 chilometri fino alla parte egiziana di Rafah, al confine con Gaza.

Uno dei partecipanti bloccati ha dichiarato, in un video inviato all’agenzia France-Presse, di non aver violato alcuna legge e di non essere né in assemblea né in una zona vietata. Tuttavia, venerdì mattina un primo tentativo di raduno in piazza Talaat al-Harb, nel centro del Cairo e circondata da un massiccio dispositivo di polizia, si è concluso con un arresto, come constatato dall’AFP.

Nonostante i numerosi segnali negativi da parte delle autorità egiziane, i manifestanti sperano ancora di ottenere il permesso ufficiale per proseguire la marcia. Nel frattempo, decine di partecipanti di varie nazionalità sono stati arrestati nei giorni scorsi all’arrivo in aeroporto o presso gli hotel, con alcuni successivamente espulsi e altri rilasciati. “La violenza con cui molte persone sono state arrestate, deportate e minacciate è stata una sorpresa per noi”, ha dichiarato giovedì sera Hichem Al Ghaoui, uno dei coordinatori, sul suo account TikTok.

Mercoledì, il ministero degli Esteri egiziano aveva ribadito “l’importanza di esercitare pressione su Israele affinché revoca l’assedio di Gaza”, precisando però che qualsiasi azione di delegazioni straniere filopalestinesi sul territorio nazionale richiede “un’autorizzazione preventiva”.

Trump e accordo sul nucleare

Durante un’intervista telefonica a NBC News, il presidente Donald Trump ha dichiarato che l’Iran ha mancato la prima opportunità di raggiungere un accordo nucleare con gli Stati Uniti, ma ha lasciato intendere che Teheran potrebbe ancora ottenere una seconda chance per trovare un’intesa. Questo messaggio riprende quanto già affermato da Trump nella mattinata sulla sua piattaforma Truth.

“Hanno perso l’opportunità di chiudere un accordo”, ha detto Trump, “ma ora potrebbe esserci una nuova possibilità. Vedremo come si evolveranno le cose”. Inoltre, il presidente ha riferito che rappresentanti iraniani lo hanno contattato per esprimere un interesse ancora presente verso un’intesa con Washington.

Queste dichiarazioni arrivano in un momento di forte tensione tra i due Paesi, caratterizzato da recenti attacchi e attriti diplomatici, ma lasciano aperta la porta a un eventuale dialogo futuro sul dossier nucleare iraniano.

Gli Stati Uniti intensificano la presenza militare in Medio Oriente dopo gli attacchi israeliani

In risposta agli attacchi israeliani contro l’Iran e al crescente rischio di ritorsioni da parte di Teheran, gli Stati Uniti stanno potenziando il loro dispiegamento militare in Medio Oriente, trasferendo risorse strategiche come navi da guerra nella regione, secondo quanto riferito venerdì da due funzionari americani.

Il cacciatorpediniere USS Thomas Hudner, equipaggiato con avanzati sistemi di difesa antimissile balistico, è stato spostato dal Mediterraneo occidentale verso la parte orientale del mare, mentre un secondo cacciatorpediniere è pronto a intervenire su ordine diretto della Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha convocato una riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale per valutare la situazione.

Le forze statunitensi in loco hanno già adottato misure precauzionali, tra cui l’evacuazione volontaria dei familiari del personale militare dalle basi presenti nella regione. Attualmente, circa 40.000 soldati americani sono dislocati in Medio Oriente, un numero superiore rispetto ai 30.000 abituali. Il picco massimo di presenza era stato raggiunto nell’ottobre 2024 con 43.000 unità, in seguito alle tensioni tra Israele e Iran e agli attacchi Houthi nel Mar Rosso.

La Marina militare statunitense dispone inoltre di ulteriori assetti, compresi gruppi da battaglia con portaerei: la USS Carl Vinson è attualmente nel Mar Arabico, mentre le portaerei Nimitz e George Washington possono essere ridislocate se necessario.

Questo rafforzamento segue lo schieramento deciso dall’amministrazione Biden dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il successivo conflitto a Gaza. Nonché l’episodio del 1° ottobre 2024, quando le navi da guerra Usa lanciarono una dozzina di missili intercettori per proteggere Israele da un massiccio attacco missilistico iraniano, composto da oltre 200 razzi.

Il Cremlino condanna gli attacchi israeliani in Iran: Putin denuncia violazioni del diritto internazionale

Il presidente russo Vladimir Putin ha espresso una netta condanna delle azioni israeliane in Iran, definendole una violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, come reso noto dal Cremlino e riportato dall’agenzia Tass.

Secondo quanto dichiarato, Putin ha avuto colloqui telefonici con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian per discutere della situazione e dei recenti sviluppi.

Questa presa di posizione sottolinea il disappunto di Mosca rispetto alle operazioni militari condotte da Israele nel territorio iraniano, inserendosi nel più ampio contesto delle tensioni geopolitiche nella regione.

Escalation e risposta: l’evoluzione dello scontro tra Israele e Iran

L’esercito israeliano ha confermato di aver colpito decine di lanciamissili in Iran, a seguito di un’ondata di attacchi mirati alle difese aeree nella zona di Teheran durante la notte. L’aeronautica israeliana prosegue con raid contro sistemi terra-terra iraniani, ha comunicato l’IDF in un bollettino ufficiale.

Il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha convocato una videoconferenza con i principali ambasciatori italiani per fare il punto sugli sviluppi del conflitto tra Israele e Iran. Durante l’incontro si sono valutate le possibili strategie politiche e diplomatiche da adottare a livello governativo. Tajani ha ricevuto aggiornamenti sulle condizioni dei cittadini italiani presenti a Teheran, Tel Aviv e Gerusalemme. La rete consolare italiana è impegnata nell’assistenza ai connazionali intenzionati a lasciare la regione, nonostante le restrizioni nei cieli mediorientali.

Le Forze di Difesa israeliane hanno deciso il richiamo dei riservisti, in particolare la 146ma Divisione di Riserva e le brigate “Iron Fist” e “Etzioni”, destinate a operazioni di supporto al confine settentrionale. Anche altri battaglioni di riserva sono stati dispiegati lungo i confini con Libano e Siria, in preparazione a possibili scenari di tensione.

Dall’Iran giungono minacce di estendere l’attacco anche contro le basi militari statunitensi presenti nella regione, in risposta al supporto americano a Israele. Le autorità militari iraniane hanno dichiarato che le azioni israeliane non si fermeranno agli attacchi recenti, ma saranno seguite da nuovi colpi più intensi, destinati a provocare gravi danni e rimpianti per gli aggressori.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha sottolineato che la situazione deriva dal processo di arricchimento dell’uranio iraniano ormai prossimo a una fase critica, motivo che ha fatto precipitare uno scontro annunciato da tempo. Crosetto ha ribadito la necessità di fermare l’escalation e ha avvertito che senza una garanzia iraniana di rinuncia al nucleare, sarà impossibile impedire ad Israele di agire, considerata la sua percepita necessità di sicurezza.

Antonio Tajani, intervistato al Tg1, ha confermato l’impegno dell’Italia a favore della pace, ribadendo però che la sicurezza e l’esistenza di Israele non possono essere messe a rischio da un’eventuale arma nucleare iraniana. Ha inoltre reso noto di aver sostenuto l’iniziativa di mediazione condotta dall’Oman tra Stati Uniti e Iran, invitando tutte le parti a evitare un’escalation del conflitto.

Il Washington Post ha riportato che Israele ha beneficiato del supporto statunitense nei sistemi di difesa aerea, inclusi sistemi Patriot e THAAD, e del dispiegamento di un cacciatorpediniere della Marina Usa nel Mediterraneo orientale per intercettare i missili iraniani. Inoltre, aerei da combattimento Usa stanno pattugliando il cielo mediorientale, mentre Washington ridistribuisce risorse militari nella regione.

Tajani ha dichiarato che, al momento, non risultano notizie negative riguardo ai cittadini italiani presenti nei territori coinvolti, grazie anche al costante supporto diplomatico nelle ambasciate e consolati.

Dal fronte palestinese, Hamas ha elogiato l’attacco iraniano contro obiettivi israeliani, sottolineando il fallimento del sistema di difesa Iron Dome e annunciando che Israele pagherà a caro prezzo l’incendio di tensioni nella regione.

Nel contempo, la Giordania ha riaperto il proprio spazio aereo dopo la sospensione dovuta agli scontri, ribadendo che non permetterà che il proprio territorio venga utilizzato come campo di battaglia.

Le forze iraniane hanno reso noto di aver abbattuto droni israeliani impegnati in missioni di ricognizione nei cieli del nord-ovest iraniano, intensificando così gli scontri aerei nella regione.

All’aeroporto internazionale di Teheran Mehrabad sono stati registrati incendi e colonne di fumo, dopo attacchi che hanno colpito varie zone della capitale, insieme ad altre esplosioni segnalate nelle città di Isfahan e Kermanshah.

Un nuovo lancio di missili balistici iraniani ha colpito obiettivi israeliani, causando almeno tre morti e oltre ottanta feriti. Le sirene di allarme hanno risuonato in tutto Israele, costringendo la popolazione a rifugiarsi mentre gli attacchi proseguono.

Fonti britanniche riferiscono che gli aerei israeliani hanno bombardato una base militare nella città di Zanjan, a nord di Teheran, causando incendi estesi.

Le autorità iraniane, tramite il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, hanno ribadito la volontà di rispondere con decisione agli attacchi israeliani, respingendo le richieste di moderazione e accusando gli Stati europei di sostenere provocatoriamente Tel Aviv, mettendo a rischio la stabilità regionale.

L’ambasciatore Usa in Israele ha descritto una notte difficile, con ripetuti spostamenti nei rifugi a causa dei bombardamenti missilistici iraniani.

Dalle immagini diffuse si vedono esplosioni e scie di missili nel cielo sopra diverse città israeliane, tra cui Tel Aviv e Netanya, con danni a edifici civili e militari. Un missile iraniano ha colpito direttamente un edificio residenziale a Rishon Lezion, causando due vittime e numerosi feriti.

Nel frattempo, l’Iran ha comunicato di aver lanciato missili anche da sottomarini contro obiettivi israeliani, ampliando la portata degli attacchi.

L’ambasciatore iraniano all’ONU ha accusato Israele di voler sabotare i negoziati sul nucleare, con la complicità degli Stati Uniti, mentre il rappresentante israeliano ha giustificato gli attacchi come atti di autodifesa.

Nell’area si moltiplicano appelli a de-escalation e diplomazia da parte della NATO e dell’Unione Europea, nel tentativo di contenere l’escalation.

Infine, l’Ayatollah Ali Khamenei ha nominato il generale Amir Hatami comandante dell’esercito iraniano, mentre fonti locali e internazionali confermano nuove esplosioni nella capitale, con danni significativi nelle infrastrutture civili e militari.